A 150 km dalla "Blue Line" e dal confine israeliano. Il Dolomiti in un Libano in bilico, per seguire la missione di Luce Mia
Il paese è una terra di mezzo: coinvolto nei conflitti che lo circondano, vive una crisi economica senza precedenti. A Beirut, accanto ai tantissimi concessionari che vendono auto di mega lusso, ci sono bambini senza scarpe che vendono fazzoletti letteralmente facendo zig zag tra le auto e schivandole al loro arrivo

BEIRUT. Sette bolzanini in viaggio verso Beirut. L'associazione, LuceMia – il sorriso di Laura Randi, che vola verso il Libano per portare materiale sanitario, giocattoli e sorrisi ai piccoli pazienti degli ospedali locali. E una giornalista al seguito (la sottoscritta) che ha detto “Si vengo anch'io” ancor prima di capire esattamente di cosa si stesse parlando per raccontare con il Dolomiti questo straordinario viaggio da Bolzano al Medio Oriente.

Ci sono voluti più di otto mesi per organizzare questo viaggio. Ospiti della Missione Militare Bilaterale italiana in Libano, grazie a un'idea di chi era già a Beirut in missione e grazie al Covi, Comando Operativo di Vertice Interforze delle Forze Armate italiane, siamo ospiti della base militare che si trova in città.
Nulla è stato facile. Inviare dieci bancali di materiale in Libano richiede uno sforzo notevole, da parte di tutte le forze coinvolte. Far partire otto persone da Bolzano e farle arrivare fino a qui, ancor di più. Se una è una giornalista poi, diciamo che ci vuole qualche autorizzazione in più. Ma alla fine, mercoledì 12 novembre, siamo partiti da Bolzano, alla volta dell'aeroporto Torino Caselle. Insieme a un contingente di militari italiani, siamo saliti a bordo di un aereo che in tre ore e mezza ci ha portato in Libano. E chi pensa che salire su un aereo con i militari italiani sia semplice, si sbaglia. Io ero tra questi.
Pensavo che avremmo addirittura saltato i controlli e che tutto si sarebbe svolto molto velocemente. E invece, come in realtà è ovvio che sia, i controlli sono stati capillari e precisi, quindi piuttosto lunghi. E l'imprevisto era sempre dietro l'angolo. Tutto può cambiare da un secondo all'altro.
Perché il Libano non è in guerra, ma è coinvolto nel conflitto, suo malgrado. A 150 chilometri da dove mi trovo in questo momento, c'è il confine israeliano, e la cosiddetta “Blue Line”. La linea blu. A Shama, nella base dell'Onu, per la missione Unifil, il contingente italiano è il più numeroso. E se Beirut può definirsi una zona “tranquilla”, quella sul confine lo è meno. Tutto può accadere, visto il contesto internazionale, e l'attenzione, se porti qui dei civili, deve essere massima. E lo è. Lo è stata fino adesso e lo sarà fino al giorno della nostra partenza verso l'Italia.

La partenza è stata fissata alle 8 di mercoledì 12 novembre, e noi ci siamo presentati in aeroporto, come richiesto, con 4 ore di anticipo. Accanto a noi, i militari che partivano per missioni che possono durare tre, sei, otto, dieci mesi. E di forza ce ne vuole parecchia. Sia per partire che per vedere gli altri partire. Difficile scordare le lacrime della ragazza che saluta il compagno mentre lo guarda andare via.
E incredibilmente, arrivati in aeroporto a Beirut la situazione era simile. Le lacrime le abbiamo viste anche all'arrivo qui. Quando scendi dall'aereo e percorri il corridoio che ti porta verso l'uscita, c'è un vetro che separa chi arriva da chi parte. E i militari che arrivano e partono, si conoscono tutti, hanno passato insieme mesi, hanno condiviso tempo, emozioni, paure. Quindi attraverso questa parete di vetro, si vedevano decine di militari che cercavano con lo sguardo gli amici dai quali si erano separati, che non vedevano da tempo, con i quali non avrebbero condiviso questa ulteriore missione perché il caso non lo ha permesso. Alcuni arrivavano altri partivano. Decine di occhi e mani si stampavano quindi su questo vetro, per incrociare lo sguardo, farsi un gesto con una mano. Guardarsi e salutarsi, almeno attraverso un vetro.
Usciti dall'aeroporto, siamo stati accolti dalla MIBIL che ci accompagna in ogni nostro passo. Siamo saliti su due diverse auto che ci hanno condotto alla base di Aamchit. Quaranta chilometri di distanza. Tempo di percorrenza, due ore. Perché, assurdamente, il traffico condiziona ogni movimento in questa città. I mezzi pubblici non esistono, a parte piccoli pulmini bianchi che fungono da autobus. Ma non esistono le fermate degli autobus. Quindi delle persone aspettano in posti a caso questi sgarrupati mezzi bianchi che forse arriveranno e forse li porteranno a destinazione.
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Tra decine di auto che non rispettano nessun tipo di regola, non è semplice girare. E tutto, alla fine, si incastra. Abbiamo percorso il lungo stradone a due corsie (che diventano quattro o cinque all'occorrenza) che attraversa la città e siamo arrivati alla base, dove siamo stati meravigliosamente accolti da tutti i presenti. Approfondiremo nei prossimi articoli chi si trova qui, cosa fa e cosa vuol dire vivere in una base in Libano, a migliaia di chilometri da casa e in un territorio come questo.
Ora, concentriamoci su quello che di Beirut colpisce nell'immediato: la capitale Libanese è una terra di mezzo, come tutto il resto del paese. I conflitti dei paesi limitrofi interessano il Libano suo malgrado. Il paese si trova quindi a fronteggiare la guerra e i suoi enormi problemi interni che nulla hanno a che vedere con i conflitti.
Sono circa 500mila le persone che vivono a Beirut, ma è una stima. Il censimento non è preciso e risale ormai a parecchio tempo fa, quindi potrebbero essere molte di più. E lo sono. Qui, soffocati tra lo smog e il traffico, gli abitanti vivono agli apposti: c'è la ricchezza estrema, o la povertà, anche assoluta.
Accanto ai tantissimi concessionari che vendo auto di mega lusso, ci sono bambini senza scarpe che vendono fazzoletti letteralmente facendo zig zag tra le auto e schivandole al loro arrivo. Tra le case diroccate si vede sorgere un albergo cinque stelle, o un palazzo in vetri vista mare.
Perché? Perché tutto è cambiato nel 2019. Una profonda crisi economica ha colpito il paese, con conseguente perdita del potere di acquisto. La svalutazione della moneta locale ha fatto il resto. Chi viveva bene, si è trovato con lo stipendio più che dimezzato. Chi viveva con l'equivalente di 2000 euro al mese, si è trovato a dover campare con 400 euro circa. Anche i militari dell'esercito locale.
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La pandemia da Covid-19, ha peggiorato drasticamente la situazione, ma ciò che ha messo in ginocchio la città è stata l'esplosione avvenuta al porto nell'estate del 2020. Quando quel silos è saltato in aria, 250 persone sono morte e lo scoppio si è portato via case, strade. Tutto. E in quelle condizioni economiche, non tutti avevano la possibilità di ricostruire la propria casa. Allora l'hanno abbandonata. Chi ha potuto ha costruito grandi palazzi, chi non ha potuto se ne è andato. Alcune zone della città sono classificate come rosse. Non si passa in strade secondarie, gli spostamenti vanno pianificati minuziosamente di minuto in minuto. Perché le tensioni sociali, miste alla guerra che si combatte lungo i confini, fanno si che la situazione sia tesa.
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Per i cittadini di Beirut invece, la vita va avanti. Deve andare avanti, in qualsiasi modo. E lo fa anche con il supporto dei militari italiani.
Oggi i membri dell'associazione LuceMia hanno consegnato giocattoli al pronto soccorso pediatrico militare. Ed è tutto lì. Un medico che si fa in sette per aiutare, infermiere più felici dei bambini di vederci li, famiglie un po' spaesate che accettano i regali come se fosse natale dieci volte. E anche nelle grandi strutture ospedaliere private, che ovviamente forniscono un servizio diverso, le cose non sono differenti. Non si trovano i guanti, ad esempio. E se si trovano costano così tanto che è più facile portarli dall'Italia. (QUI IL VIDEO DELLA PRIMA CONSEGNA DI GIOCATTOLI NEL PRONTO SOCCORSO PEDIATRICO MILITARE)
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Ripartiremo da qui martedì prossimo, 18 novembre. E in questi giorni ci sarà tanto da raccontare. Tra storie di vita, impegni dei militari italiani, e tanto altro.
Stay Tuned.












