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Trento
01 maggio | 22:07

"Finalmente è stato ammesso che il rischio zero non esiste", il padre del bimbo in coma per aver mangiato un formaggio a latte crudo: "Ma ancora domande senza risposta"

Recentemente si è svolto un incontro di formazione sulla gestione del rischio microbiologico organizzato dalle Unità operative igiene e sanità pubblica dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari alla sede della Fondazione Edmund Mach a San Michele all'Adige. Giovanni Battista Maestri: "Dopo aver rimosso per anni il problema di salute pubblica, finalmente un cambio di paradigma"

TRENTO. "Accolgo con grande soddisfazione del radicale cambio di paradigma nella gestione dei rischi connessi al consumo dei formaggi a latte crudo che è intervenuto nell’ultimo anno da parte dell’autorità pubblica ma anche da parte dei produttori in Trentino", le parole di Giovanni Battista Maestri, padre di Mattia, il bimbo da 8 anni in stato vegetativo dopo aver mangiato un formaggio a latte crudo. "A un atteggiamento di rimozione del grave problema di salute pubblica quando non, addirittura, di negazione attraverso maldestre tecniche di marketing, rivelatesi disastrosamente controproducenti, c'è finalmente una presa d’atto dei rischi connessi alla produzione e alla vendita di tale categoria di prodotti alimentari".

 

Recentemente si è svolto un incontro di formazione sulla gestione del rischio microbiologico organizzato dalle Unità operative igiene e sanità pubblica dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari alla sede della Fondazione Edmund Mach a San Michele all'Adige. 

 

"E' stata utilizzata una frase che, tante volte è stata in questi anni pronunciata, con riferimento alla pericolosità intrinseca dei formaggi a latte crudo a breve o media stagionatura: non esiste il rischio zero", evidenzia Maestri. "Questo rappresenta una svolta da parte delle autorità regolatorie e di controllo nella nostra provincia. Fino a oggi, infatti, tale frase era stata utilizzata, rivolta al passato dei gravissimi incidenti provocati da questi alimenti così come al futuro della produzione e commercializzazione dei medesimi, al fine di evocare la fatalità e deresponsabilizzare così, in modo implicito ma chiaro, tutti i soggetti coinvolti. C'è invece il riconoscimento dell’ineliminabile pericolosità di prodotti alimentari che hanno rinunciato, per moda e non per inesistenti tradizioni, al processo di pastorizzazione del latte".

 

Una "rivoluzione", ricorda Maestri, "che ha contribuito, insieme ai progressi della medicina, all'abbattimento della mortalità infantile in Italia per i bambini nati vivi sino al quinto anno d’età dal 326 per mille del 1895 al 3,6 per mille odierno. Tale presa d’atto ha comportato, finalmente, il riconoscimento della necessità di una chiara e precisa segnalazione di tale rischio ai consumatori, nell’ottica di impedire il consumo di questi formaggi da parte dei bambini, delle donne in gravidanza e dei soggetti immunodepressi. Tutto bene, dunque".

 

Il portavoce dell’associazione a tutela delle vittime dei prodotti a latte crudo, realtà avviata da Maestri (Qui articolo), è soddisfatto del nuovo approccio ma "non si può nascondere la perplessità suscitata in chi scrive dall’apprendere che, tra i relatori, c'erano anche gli autori di una ricerca, pubblicizzata con inusitata enfasi nel 2019, proprio nel momento in cui in Italia e in Francia l’opinione pubblica veniva messa al corrente della pericolosità dei formaggi a latte crudo. Una ricerca allora utilizzata per celebrare le virtù quasi taumaturgiche di tali alimenti prodotti in Trentino, celando i rischi. E che, già all’epoca, aveva suscitato più di qualche domanda".

 

Domande che, "a sei anni di distanza, non hanno ancora avuto risposta. Ricordo inoltre che a quanto pare tra gli ospiti c'erano politici che hanno partecipato alla presentazione della concessione del marchio della Val di Non al Caseificio di Coredo, pluricondannato per lesioni gravissime nei confronti di un bimbo e che in questi anni mai hanno preso una posizione di tutela della sicurezza", conclude Maestri.

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