La radioterapia si fa tecnologica: a Belluno una Tac per ricostruire l’immagine del paziente. “Colpiamo i tumori con precisione millimetrica”
In funzione da circa un mese, la nuova Tac “Big Bore” dell’ospedale di Belluno sta proiettando la cura dei tumori in un futuro sempre più tecnologico. Consente infatti un’acquisizione di alta precisione dell’immagine del paziente e si collega a software innovativi che erogano la terapia calcolando ogni minimo movimento della persona, compreso il suo respiro

BELLUNO. Anche la lotta ai tumori è sempre più all’insegna della tecnologia. “La radioterapia da sola non può fare nulla, è vincolata in particolare ai reparti che forniscono immagini ottimali del paziente e alla fisica sanitaria, che elabora i piani di cura veri e propri. La malattia è studiata da tutti i punti di vista e amplificata a livello tridimensionale e avere tecnici molto giovani e performanti, che imparano in fretta le innovazioni, ci permette di essere aggiornati e soprattutto di non avere liste di attesa”.
A parlare è Vittorio Baggio, direttore dell’unità operativa di radioterapia di Belluno, in occasione della presentazione della nuova Tac, in funzione da circa un mese e con caratteristiche tecnologiche e di forma che consentono una sempre maggiore precisione e velocità nel trattamento delle patologie oncologiche.
Partiamo dai dati. Le prestazioni del reparto sono in aumento, il che, se da un lato significa purtroppo una costante presenza di pazienti colpiti da tumori, dall’altro è indice di una capacità crescente di trattamento degli stessi. Nel 2025 sono stati 614 i pazienti trattati, con quasi 8mila sedute di radioterapia (7.949), in aumento di oltre il 22% sull’anno precedente. Tra gennaio e maggio 2026, invece, i pazienti sono 284 (+11,4%) e le sedute 3.391 (+2,4%).
Incrementi possibili, dicevamo, anche grazie all’evoluzione tecnologica dei macchinari: oltre ai due acceleratori lineari, del valore di quasi 3 milioni di euro, si è aggiunta la Tc Philips di simulazione “Big Bore” da 565 mila euro. Perché “grande buco”? “La parte centrale - spiega Baggio - è molto più grande delle altre Tac, perciò anche il paziente claustrofobico può usarla serenamente. Inoltre, è dotata di sistemi di contenimento che lo tengono fermo in maniera confortevole e il lettino in carbonio è lo stesso presente in medicina nucleare e radiologia, per cui quando abbiamo bisogno di altre immagini possiamo trasferire il lettino e acquisirle comodamente”.
Oltre alla Tac vera e propria, a fare la differenza sono però i software integrati. Anzitutto la sincronizzazione respiratoria: per i tumori di mammella e polmone, il paziente è istruito a seguire delle indicazioni visive su come e quando trattenere il respiro e poi il macchinario eroga la terapia esattamente in questi istanti. Si chiama trattamento in apnea ed è importante perché il respiro condiziona i movimenti degli organi interni: così c’è massima precisione nel colpire i tumori mobili, preservando appunto gli organi sani (si pensi ad esempio al cuore, vista la vicinanza con polmoni e seno). Un altro algoritmo, invece, consente di schermare protesi ortopediche e impianti dentali, che altrimenti potrebbero coprire le immagini impedendo di capire dove irradiare.
“La vera innovazione - aggiunge il medico - è la radioterapia guidata dalla superficie corporea (SGRT). Sulla Tac sono cioè presenti visualizzatori ottici che ricostruiscono l’immagine della superficie del paziente, ne studiano ogni movimento, compreso il respiro, e fanno sì che la terapia sia erogata solo quando la posizione della persona è perfetta, prevenendo così errori anche millimetrici”.
Questo dunque l’iter: nella Tac si costruisce l’immagine del paziente per creare il piano di cura, che poi passa in fisica sanitaria dove la dose di terapia è distribuita seguendo tutti i parametri richiesti, e infine si passa alla terapia vera e propria nell’acceleratore - che a sua volta ricostruisce l’immagine del paziente a ogni seduta, permettendo di verificare che tutto combaci al piano elaborato.
“In questo modo - conclude Baggio - possiamo erogare una maggior dose di radiazioni al tumore e una sempre minore ai tessuti sani, aumentando quindi le possibilità di cura. Inoltre, il fatto di avere la Tac qui in reparto accelera i tempi di elaborazione del piano di cura, che spesso richiedono intere settimane”.
Infine, oltre alla Tac è presente anche un apparecchio di roentgenterapia: uno strumento in realtà molto semplice, ma rimasto ormai in pochi centri, che è utile per pazienti particolarmente fragili come anziani o chi non riesce a rimanere fermo su un lettino. La scorsa settimana ha permesso di trattare una signora di 106 anni con un tumore alla cute: è andata in reparto cinque volte per pochi minuti, curando un tumore che altrove non avrebbero trattato.












