Case di comunità, anche in Alto Adige l'inizio non è positivo: i medici sono pronti alla fuga e i cittadini non hanno ancora capito a cosa servono
I professionisti del territorio bocciano senza appello la gestione della nuova struttura. E intanto aumentano le code al pronto soccorso dell'ospedale

BOLZANO. Bastava inaugurarle per svuotare le corsie d'emergenza e salvare la medicina del territorio, o almeno questa era stata la promessa. E invece, a poche settimane dal taglio del nastro della nuova struttura di Bolzano, il "migliore dei mondi possibili" assomiglia già a un discreto caos.
Il nuovo accordo nazionale per regolare la presenza dei medici di famiglia dentro le Case di comunità ha innescato un vero e proprio terremoto tra i camici bianchi, divisi tra chi parla di un salvataggio in extremis del sistema e chi, invece, vede all'orizzonte il colpo di grazia al rapporto di fiducia con il cittadino. Nel mezzo c'è il cittadino, che nonostante le massicce campagne informative non ha ancora minimamente capito a cosa servano queste nuove strutture, mentre il Pronto soccorso dell'ospedale San Maurizio è già in totale affanno.
I rappresentanti dei medici più critici verso la riforma non usano giri di parole per descrivere la situazione attuale: "Il cittadino non ha ancora capito bene quando ci deve andare ed a fare cosa. Il Pronto soccorso è già in difficoltà per il superlavoro, segno che l'apertura della "Casa" non l'ha certo sgravato". Il nodo più spinoso dell’intesa è l’obbligo fino a sei ore settimanali di servizio imposto ai medici di medicina generale all'interno delle nuove mura, una misura che i sindacati autonomi avrebbero voluto sostituire con la totale volontarietà.
Il timore principale, inoltre, è che la casa di comunità inaugurata a fine maggio in piazzetta Loew Cadonna a Bolzano, non avendo ancora la dotazione diagnostica minima e gli specialisti necessari per entrare a regime, finisca per sottrarre tempo prezioso agli ambulatori storici senza dare risposte concrete.
Dello stesso avviso sono gli addetti ai lavori che operano quotidianamente sul territorio, preoccupati di veder svanire le ore dedicate all'ascolto, alle visite domiciliari e alle urgenze dei propri assistiti per colpa di un'impostazione che rischia di svuotare i presidi di quartiere e di paese. "La riforma della medicina territoriale così declinata decreta la fine del medico di famiglia" commentano i professionisti del settore, convinti che "la politica sta di fatto togliendo medici ai pazienti per riempire edifici che rischiavano di rimanere vuoti", ribattezzati senza troppi complimenti cattedrali nel deserto. A preoccupare è anche la tenuta psicologica della categoria: le condizioni di lavoro sempre più asfissianti stanno spingendo i giovani camici bianchi verso le dimissioni e i colleghi più anziani verso la pensione anticipata, con il risultato matematico di avere meno medici e meno assistenza per tutti.
Dall'altro lato della barricata, viene strenuamente difesa la scelta come un atto di assoluta responsabilità, indispensabile per evitare il baratro. L'alternativa sarebbe stata la perdita dei fondi del Pnrr e la trasformazione dei medici da liberi professionisti in convenzione a dipendenti puri del servizio sanitario.
Anche tra chi ha siglato il documento, però, i mal di pancia non mancano e si levano severi avvertimenti all'indirizzo dell'assessorato alla Sanità. Il sindacato avverte che, senza un protocollo chiaro e una massiccia campagna informativa per spiegare ai cittadini quando varcare la soglia della struttura, il fallimento è dietro l'angolo. Il rischio concreto è quello di bissare l'esperienza fallimentare delle vecchie Aggregazioni funzionali territoriali (Aft), nate sulla carta per garantire la continuità assistenziale e poi naufragate per via della disorganizzazione aziendale, a partire dalla promessa mai mantenuta di una rete informatica unica per condividere i dati clinici dei pazienti.












