Cinquant’anni dopo il terremoto tra memoria e celebrazioni, la sottosegretaria Savino: "Il modello Friuli resta una lezione di responsabilità, lavoro e comunità”
Da una prova così drammatica, ha spiegato la sottosegretaria, "emerse anche la parte più forte e più autentica di questo territorio: la capacità delle comunità di reagire con dignità, la concretezza degli amministratori, l’impegno dei cittadini, dei volontari, degli Alpini, dei soccorritori e delle istituzioni"

TRIESTE. “Cinquant’anni fa il terremoto del Friuli cambiò per sempre la storia della nostra regione. A distanza di mezzo secolo, quella tragedia non appartiene soltanto al passato: resta una ferita viva nella memoria delle comunità colpite, nei racconti delle famiglie, nei luoghi segnati dal sisma e nel ricordo di quanti persero affetti, case e punti di riferimento essenziali della propria vita”. Le parole arrivano dalla sottosegretaria al Ministero dell’Economia e delle Finanze, Sandra Savino, nel ricordo del terremoto che colpì il Friuli nel 1976.
“Il primo pensiero – prosegue Savino – va alle vittime e alle loro famiglie. A loro dobbiamo memoria, rispetto e raccoglimento. Il dolore di quei giorni appartiene alla coscienza collettiva del Friuli Venezia Giulia e continua a richiamare tutti noi al dovere di non dimenticare”.
“Da una prova così drammatica – aggiunge il Sottosegretario – emerse però anche la parte più forte e più autentica di questo territorio: la capacità delle comunità di reagire con dignità, la concretezza degli amministratori, l’impegno dei cittadini, dei volontari, degli Alpini, dei soccorritori e delle istituzioni. Da quella esperienza nacque quello che oggi viene riconosciuto come il ‘modello Friuli’: una ricostruzione fondata sulla responsabilità, sulla fiducia nelle comunità locali, sulla collaborazione tra livelli istituzionali e su una moderna concezione della protezione civile”.
“Uno degli elementi più significativi di quella stagione – sottolinea Savino – fu la scelta di ripartire anche dalle fabbriche e dai luoghi del lavoro. Ricostruire significava restituire alle persone non solo una casa, ma una prospettiva concreta: la possibilità di continuare a lavorare, di restare nella propria terra, di sostenere le famiglie e di mantenere vive le comunità”.
Savino evidenzia che “non si trattò soltanto di ricostruire edifici, strade e paesi, ma di restituire identità, sicurezza e futuro a una terra profondamente ferita. Il Friuli seppe trasformare il dolore in impegno, la distruzione in rinascita, la memoria in responsabilità verso il domani”.
“Cinquant’anni dopo – conclude Savino – il modello Friuli resta una lezione per l’intero Paese: davanti alle emergenze, una comunità può rialzarsi se è unita, se mette al centro le persone, se difende il lavoro, se le istituzioni collaborano e se il senso del dovere prevale su ogni divisione. Questa terra non dimentica e continua a onorare, con dignità e gratitudine, il coraggio di una generazione che ha saputo restituire speranza e futuro”.












