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Trento
03 marzo | 20:20

Crisi del latte, il direttore del Grana Padano: “Mai assolto i caseifici né condannato le stalle”. E spiega: “O si punta al top di qualità a prezzi adeguati o alle quantità”

Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Tutela Grana Padano, interviene su il Dolomiti per rispondere alle riflessioni pubblicate nei giorni scorsi dell'allevatore Giovanni Cervi Ciboldi. Il tema è quello della crisi del latte e spiega: "Solo partendo dalla realtà delle cose si possono individuare le soluzioni idonee. E non esistono soluzioni efficaci se non si riducono le produzioni e si vogliono garantire adeguate remunerazioni. Le strade sono solo due e sono alternative: o si rimane legati al top di qualità a prezzi adeguati o ci si orienta alle quantità come sta succedendo ad esempio in Germania e Francia che sono paesi fortemente esportatori di latte e derivati"

TRENTO. Non è una questione di colpevoli da mettere alla gogna, ma di responsabilità da assumersi. “Non ho mai assolto i caseifici e condannato le stalle. Del resto non è nelle mie intenzioni e tantomeno nelle mie facoltà condannare nessuno. Ho detto, dico e dirò che la causa di questa situazione dell’intero sistema Grana Padano, non mi permetto di giudicare ciò che non conosco alla perfezione, è data dalle esagerazioni produttive di formaggio e latte stimolate da quotazioni assai rilevanti, forse troppo di alcuni mesi fa”. Stefano Berni, direttore generale del Consorzio Tutela Grana Padano interviene sulla crisi del latte. 

 

Lo fa rispondendo alla riflessione riportata da il quotidiano il Dolomiti (QUI L'ARTICOLO) dell'allevatore Giovanni Cervi Ciboldi che afferma non essere “affatto corretto conferire più responsabilità del necessario a quelli  (le stalle) che della filiera del Grana rappresentano l’anello più rigido, laddove sarebbe invece più appropriato parlare di comuni errori di pianificazione, dal momento che, come noto, le vacche non si possono spegnere con un interruttore. E che sono stati proprio i caseifici, negli anni appena passati, a chiedere alle stalle di aumentare le produzioni”.

 

Accusare gli allevatori di aver spinto le produzioni unicamente per speculare sul prezzo alto del momento significa, spiega Giovanni Cervi Ciboldi, “ignorare che, dopo anni di sofferenze, molti sono stati costretti a strutturarsi nel tentativo di abbattere i costi fissi per far fronte all’esplosione dei costi energetici e dei mangimi”. 

 

E riferendosi al Grana Padano, Cervi ha spiegato che “pur consapevole dell’impennata nella produzione di forme a metà 2025, lo stesso Consorzio è purtroppo risultato privo di strumenti adeguati e tempestivi per rallentare i suoi stessi consorziati. Gli strumenti che ha messo in atto per correre ai ripari sul volgere dell’anno sono sicuramente meritori, ma per sua stessa ammissione tardivi”. 

 

Su questi temi il direttore del Consorzio Grana Padano ha voluto rispondere spiegando di non aver condannato e nemmeno giudicato nessuno. “Tantomeno l’ho fatto nell’Assemblea del Consorzio il 18 dicembre sottoponendo ai consorziati l’approvazione di misure atte a non consentire il ripetersi nel 2026 delle maxi produzioni dei caseifici perché se si continuasse come nel 2025 si arriverebbe attorno ai 7 milioni di forme alla fine del 2028 e non alla fine del 2030. Certamente il provvedimento non poteva agire sul 2025 perché un inasprimento postumo della differenziata a settembre, dopo un agosto a +18%, sarebbe stato illegittimo. Invece a dicembre 2025, legittimamente, si è deciso di agire sul 2026 dando il tempo ai caseifici di programmarsi”.

 

Quindi i caseifici sono stati ritenuti ovviamente responsabili del +8% e cioè, come ben sostiene Cervi Ciboldi, più del doppio dell’auspicato.

“Però – chiarisce Stefano Berni -  occorre essere trasparenti e veritieri per cui non si può disconoscere che le maxi produzioni dei caseifici e delle stalle durante il 2025 derivano da prezzi che garantivano remunerazioni mai così rilevanti nel passato. Solo partendo dalla realtà delle cose si possono individuare le soluzioni idonee. E non esistono soluzioni efficaci se non si riducono le produzioni e si vogliono garantire adeguate remunerazioni”.

 

Le strade sono solo due e sono alternative, spiega il direttore del Consorzio: o si rimane legati al top di qualità a prezzi adeguati o ci si orienta alle quantità come sta succedendo ad esempio in Germania e Francia che sono paesi fortemente esportatori di latte e derivati.

 

“Da sempre il latte alla stalla italiana è pagato di più delle stalle francesi e tedesche e ormai da molti anni la destinazione più remunerativa al mondo per il latte da insilati è a Grana Padano. Questi due primati – spiega Berni - derivano esclusivamente da due motivi: il primo è la qualità del nostro latte destinato a Dop o altri prodotti di pregio e il secondo è che in Italia siamo ancora deficitari di latte e derivati, considerando il latte che va all’estero sotto forma di formaggi Dop. Solo il Grana Padano nel 2025 ha esportato oltre 1.300.000 tonnellate di latte italiano”.

 

Queste, continua il direttore,  sono le verità da cui partire per tamponare questo devastante momento che impone di svendere il latte spot. Una situazione che sta avvenendo in Italia e in Europa soprattutto per l’eccesso produttivo di latte e formaggi. 

 

Se non si parte da qui mai più si tornerà ai livelli di remunerazione media per litro latte dell’ultimo biennio in Italia. Se la strada vuole essere quella dell’incremento produttivo come risposta ai bisogni economici delle stalle, tralasciando i livelli di prezzo appena trascorsi allora la strada imboccata è quella giusta: cioè produrre sempre di più ma a prezzi assai più bassi” continua il direttore del Consorzio Grana Padano. “Ci può stare, è una scelta e come tale è legittima, ma questa sarebbe una clamorosa inversione di tendenza rispetto all’ultimo ventennio. Io ritengo invece che la strada migliore per le stalle e i caseifici italiani sia quella di crescere come il mercato permette e non esagerare come invece si è fatto e si sta facendo da qualche mese”.

 

Il Grana Padano aveva un trend di crescita negli ultimi 20 anni, sino al 2024, del 2,5% circa e dal 1 gennaio 2025, assegnando a tutti i caseifici un +3%, ci si era orientati a produrre un +3%, massimo+3,5%. Non un +8%. “Se si cresce, stalle e caseifici, con ordine e prudenza – spiega - si potrà continuare ad avere alla stalla il prezzo assai più alto dei francesi e dei tedeschi e il Grana Padano ad essere la destinazione più remunerativa del latte da insilati. In caso contrario il prezzo si avvicinerà sempre di più a quello pagato alle stalle franco-tedesche. Ma, a mio giudizio, il nostro sistema allevatoriale non potrà permettersi di produrre molto più latte a quei prezzi”.

Si tratta, insomma, di scegliere una strada o l’altra: quella della minor quantità di latte a prezzo più alto o quella della maggior quantità a prezzo progressivamente più basso e più vicino ai nostri colleghi d’oltralpe. “Unica mia personale, anche se inutile, consolazione, e non occorreva essere dei maghi o dei veggenti, ben prima della fine dell’anno, quando il Grana Padano di 9 mesi era a 11 euro/kg e il latte sopra i 60 centesimi al litro avevo previsto con precisione il prezzo del Grana Padano a Natale 2025 e, pur senza ipotizzare gli under 30 centesimi litro, anche quello del latte spot italiano, venendo io ritenuto da coloro a cui confidavo le mie previsioni eccessivamente pessimista”.

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