"Ho preso la pillola per dodici anni, poi il test positivo. Ho scelto l’aborto senza un dubbio o una lacrima, e non me ne vergogno"
A dieci anni dall'interruzione di gravidanza, una donna rompe il silenzio sulla scelta consapevole di non essere madre: "So che attirerò l'odio dei leoni da tastiera, ma alle ragazze dico: il corpo e la vita sono vostri"

BOLZANO. Abbiamo incontrato Chiara in un bar tranquillo, un mercoledì mattina. Sapevamo che c'era una storia da raccontare ma non sapevamo esattamente dove volevamo arrivare. Anzi, non sapevamo come arrivarci.
Perché purtroppo ad oggi non si può dire “questa è la storia di una donna adulta che ha scelto l'interruzione di gravidanza”. O meglio, si può. Ma bisogna andarci cauti. Il tema è divisivo, pesante da affrontare inutile negarlo. Lo è anche se si parla di rischi di vita, o di disabilità. Figuriamoci se si parla di una donna che lo ha scelto perché lo ha scelto e basta. E forse Chiara vuole raccontarsi proprio per questo.
“Ho pensato un sacco a questa intervista ed era da tempo che volevo farla – ci dice subito - E proprio il fatto di averci dovuto pensare così tanto mi ha convinta a parlarne. Perché io non devo vergognarmi di nulla, non devo rendere conto a nessuno. Devo essere in pace con me stessa e con la persona che allora mi stava accanto”.
“E tu lo sei?”
“Certo che sì. Lo sono sempre stata, non ho mai avuto nessun dubbio. Non mi sono mai pentita, non ho versato una lacrima. Non so come spiegarmi e non so spiegarlo, perché a volte mi sento un'aliena. Ma è così. E forse con queste mie parole posso dare coraggio a qualcuno che si trova nella stessa situazione in cui sono stata io. C'è un'altra narrazione. Ci siamo anche noi. E io questa cosa voglio urlarla”.
“Perché questa necessità?”
“Perché da un lato abbiamo la possibilità di scegliere, ma dall'altro veniamo accusate di non essere sincere, di mentire quando diciamo di non desiderare la maternità, di essere delle zitelle acide con l'utero incartapecorito che soffocano il loro dolore per non essere diventate madri. Non è così. Siamo donne che semplicemente quei figli non li vogliono, o che scelgono l'aborto per i motivi più disparati. Non voglio parlare solo di situazioni uguali alla mia. Ci sono storie diverse, motivi diversi. C'è chi non può permetterselo, chi non può avere il terzo o quarto figlio. Senza considerare ovviamente tutte le situazioni nelle quali è in ballo la salute della mamma o del bambino stesso. Quelli sono temi che fortunatamente non conosco e non mi permetto di parlarne”.
Chiara ora ha 43 anni, e con le parole ti fucila. Davanti a lei ci si trova disarmati perché non c'è quasi mai nulla da aggiungere, da chiarire, da specificare. È consapevole. Molto. Di ogni suo passo, di ogni sua decisione. Anche dei motivi che l'hanno portata a fare questa intervista. Chiara ha un lavoro che le piace e che la tiene impegnata, una vita attiva. Dieci anni fa era uguale. Stessa grinta, stesso carattere forte. Stesso mestiere, un compagno stabile, una casa in affitto, il pensiero di comprare, prima o poi. Amiche, amici, una famiglia stabile ed equilibrata. Una vita normalissima. E resta incinta.
"Scrivilo, mi raccomando: prendevo la pillola da 12 anni quando mi è successo. Ho sempre fatto tutto quello che dovevo per non avere figli. Non sono cretina”. “Non ho una vita patinata da influencer, mi raccomando specificalo – ci dice – che poi sembra che passo la mia vita in giro per locali a fare festa. Ho e avevo anche dieci anni fa una vita normale divisa tra lavoro, amici, hobby, sport. Tutto nella norma. Ogni tanto esco, ogni tanto sto a casa a guardare la Tv e giocare con il telefono”.
Lo vuole specificare perché lei, a questo racconto, ci tiene molto. E quindi vuole specificare tutto. Anche perché, in altro modo, questa intervista non sarebbe stata pubblicata.
Quindi ogni dettaglio deve essere inserito. Chiara ce lo ripete più volte.
“Voglio rileggerla eh – ci dice ridendo – e scrivi che non ci metto la faccia solo per un motivo: i parenti anziani. Non vorrei avere la vita di nonna e zie sulla coscienza. O peggio, quella di mia mamma”
“Perché, non lo sa?”
“Certo che lo sa, e mi ha sostenuta dal primo momento. Ma non voglio che affronti il giudizio degli altri”
Ed è qui, a questo punto della chiacchierata, che forse abbiamo capito che questa intervista aveva senso di esistere. Perché si parla ancora di tabù. Come se Chiara si dovesse vergognare per forza, se dovesse essere una persona orribile per forza.
“Abbiamo l'esempio sotto al naso del perché ho timore. Non perché io non creda alle mie stesse parole o mi sia pentita delle mie decisioni. Ma perché so già che attireremo l'odio di decine di persone che non sanno nemmeno chi sono, ma che sono pronte a giudicarmi”.
“Cosa vorresti dire loro? Siamo qui apposta”
“Come ci si sente sul serio. Vorrei che si spogliassero per un secondo delle loro idee e provassero a capire. Sai quando ho visto quelle due linee positive sul test mi è salito subito il panico. Ma quello vero e puro. Mi tremavano le mani. Si trattava di dover gestire mille situazioni, il lavoro, di vedere la mia vita stravolta. Molti miei progetti si sarebbero interrotti e non avrei avuto modo di recuperarli. Ma non era solo questo. Queste sono banalità. Un bambino non è mai stato nei miei piani, non l'ho mai desiderato. È una cosa che senti dentro. Non posso crescere un bambino. Non è nelle mie capacità. Non sono stata fisicamente costruita per questo. Io quel “senso di maternità” non ce l'ho. Non ce l'ho mai avuto. Sai quando tutte dicono “è da quando ero bambina che sognavo di diventare madre”. Io no. Io non avevo il sogno da bambina, non lo avevo da adolescente e non ce l'ho mai avuto da adulta. Anzi quando crescendo ho capito che avere un figlio non era un obbligo, mi sono sentita sollevata”.
“Sai a cosa ho pensato subito dopo averlo scoperto? A quelle donne che compiono gesti indicibili verso i figli. Mi è venuto in mente un caso di cronaca in cui una ragazza aveva affogato il figlio nella vasca da bagno. Ho avuto il terrore di poter essere una donna che fa la stessa cosa. Non mi sembra un pensiero carino da fare quando scopri che sei incinta”.
“Te ne sei accorta subito?”
“Immediatamente. Anche se ovviamente ho cercato di negarlo a me stessa fino all'ultimo. Dai come si può essere così sfigate da prendere la pillola e restare incinta a 33 anni?”.
“Com'è andata?”
“È andata che quando ho visto le due linee sul test sono quasi svenuta. E mi sono resa conto che non avevo idea di cosa fare in questi casi. Allora ho chiamato in ospedale per chiedere letteralmente aiuto”.
“Hai avuto difficoltà in questo senso? Magari il problema tanto noto dell'obiezione di coscienza?”
“No nessuno. Vivo in una provincia dove non è impossibile, anzi. I tempi sono stati un po' lunghi, ma non è colpa del tipo di intervento. È semplicemente la sanità pubblica che è così. Ma non ho avuto alcun tipo di difficoltà. Tutto il personale è stato eccezionale. Dalla prima persona all'ultima. Mi hanno accompagnato con una sensibilità fantastica e non facendomi mai sentire sbagliata. Anzi. Mi è dispiacciuto sinceramente per chi ho incontrato il giorno dell'intervento. Purtroppo ho visto donne soffrire molto. C'era chi non voleva essere lì. Avrei voluto fare qualcosa per loro, ma non potevo fare nulla se non pensare che non era giusto. Loro lo volevano e non potevano, io non lo volevo ma mi era capitato. Ecco questa è stata la sola difficoltà. Ma sono entrata in ospedale sulle mie gambe e ne sono uscita sulle stesse gambe dopo qualche ora. Nessun dramma, nulla di assurdo da raccontare”.
“Il tuo compagno?”
“Allora stavamo insieme già da tempo, vivevamo insieme da tre anni. E il tema lo avevamo già affrontato, ovviamente. La scelta di vita era condivisa e stavamo insieme anche perché condividevamo lo stesso pensiero. Avevamo un progetto uguale, che non prevedeva dei figli. Quando è successo non c'è stato nulla da dire. Lui si è preoccupato perché comunque avrei dovuto affrontare tutto io fisicamente. Ne abbiamo parlato e abbiamo valutato ogni possibilità. Ma ci siamo accorti subito che non c'era da discutere: la via era una sola, per entrambi. È ovvio che in dieci anni di relazione, consapevoli che nessuno dei due volesse figli, ci siamo detti più volte “e se succede?”. Abbiamo fatto tutto affinché non succedesse, ma siamo stati sfortunati. Ci siamo interrogati su “eh ma magari, potremmo provare, vediamo”. Poi ci siamo detti: “provare? Vediamo?” è un bambino, non è un cane. Non è che “si prova”. Se nelle nostre menti è sempre stato un no, c'è un motivo. E infatti, con serenità, abbiamo deciso che l'interruzione di gravidanza sarebbe stata l'unica strada giusta, per noi”.
“Nessun dubbio”
“Nessun dubbio, nessun ripensamento, nemmeno una lacrima. Nulla. Anzi. Visto quanto stavo male io sono uscita dall'ospedale sollevata. Sono stata molto male fisicamente. Le nausee mi hanno colpita in modo veramente invalidante. Ero veramente provata. Le donne sono dei supereroi, altroché. Tutta la mia stima per chi desidera una gravidanza e un figlio e affronta tutto questo. E lo so che poi le persone mi insulteranno per quello che sto dicendo. Ma non voglio dire bugie e non voglio nascondermi. La verità è che ero felice di tornare alla mia vita di sempre. Come io volevo. E scrivilo che le donne sono delle supereroine, mi raccomando"
“Ecco solo un'altra cosa mi è dispiaciuta seriamente, se posso dirlo – prosegue Chiara - Tanti dicono “piuttosto porta avanti la gravidanza e dallo in adozione”. Su carta sarebbe stata una soluzione fantastica e ci ho pensato. Ma è assolutamente impraticabile. Come lo spiegavo alle persone, al lavoro, alla società? Come lo dicevo alla nonna e alle zie che mi avrebbero vista incinta e poi non più? Cioè, non è esattamente una cosa semplice. Se la società fosse più pronta, forse. Ma è pura utopia. Capiamoci: sto facendo un'intervista anonima su un aborto, perché se ci mettessi la faccia ci sarebbero delle conseguenze. Cioè, ancora un tabù, e basta. Figuriamoci dire “sapete, sono incinta, ma non lo voglio quindi lo do in adozione”. Impossibile, su ogni fronte”
“Tua mamma? Hai detto che ti ha sostenuto in pieno”
“Certo. Mia mamma è una mamma di tre figli. E mi ha sostenuta nel modo migliore. Me lo ha detto: “Chiara essere mamma è bellissimo ma è il lavoro più impegnativo del mondo”. Non ha cercato di convincermi, non ha cercato di raccontarmi la favola della perfezione e della famiglia che vive su una nuvoletta di felicità. Sì è tutto molto bello, ma è anche tutto molto difficile”
“Ti ricordi una frase in particolare?”
“Certo. Le ho detto che speravo di non averla delusa. E lei mi ha risposto che non solo non era delusa, ma che era molto fiera di me. È una decisione difficile da prendere che denota maturità. E poi ridendo mi ha detto che sarei stata una mamma rompipalle e insopportabile, e che quindi andava benissimo così”
“Beh, grande mamma”
“Sì, sono una donna fortunata. Se non consideriamo appunto nonna e zie che invece ci avrebbero lasciato le penne. Ma è una questione culturale, credo. Capisco il loro punto di vista. Anche se vorrei che lo capissero il mio".
“Abbiamo un messaggio da dare?”
“Ho paura per i commenti che troverete se pubblicherete questo articolo. Perché con l'anonimato salvo la vita alla nonna e alle zie, ma non mi salvo dai commenti social - Ci dice ridendo.
“Ti preoccupano?”
“Non mi preoccupano, figurati. Ma mi si chiude la vena. So già che qualcuno mi darà dell'assassina, della donna orribile. Leggo già i commenti tipo “e il bambino che scelta ha avuto?”. Insomma le persone pronte a giudicare senza sapere nulla. Spero che almeno tra le donne ci sia solidarietà”.












