Ottantasei anni fa moriva Emilio Comici: la tragedia che chiuse l'epoca dell'“alpinismo eroico”, tra un grande equivoco e la nascita di un nuovo modo di scalare le Dolomiti
La morte improvvisa di uno dei più grandi maestri della roccia lasciò sgomento il mondo dell'alpinismo, costretto a fare i conti con la fragilità dei suoi miti: quella tragedia segnò anche un passaggio tra due epoche, tra il tramonto di una generazione di grandi rocciatori e l'affermarsi di un nuovo modo di concepire la montagna

TRIESTE. Il 19 ottobre è una data particolare per gli appassionati di montagna e alpinismo, perché in questo giorno del 1940 l'alpinismo italiano perdeva uno dei suoi baluardi più luminosi. Si spegneva infatti la luce di Emilio Comici, il grande alpinista e maestro triestino, caduto a causa di un banale incidente avvenuto su di una modesta parete nella Vallunga della Val Gardena.
E' la “Triste Domenica” di Emilio Comici – questo il titolo della canzone che secondo alcune testimonianza l'alpinista triestino avrebbe intonato suonando la chitarra disteso sui prati assieme ad alcuni amici, poco prima di intraprendere la via che gli sarà fatale.
Molto si è scritto e detto su come siano andate le cose in quel pomeriggio, per cercare di dare una logica a qualcosa che non ce l'ha, tentare di spiegare come sia stato possibile che accadesse una simile disgrazia a uno dei più grandi maestri di roccia in Italia e non solo, che ancora oggi lascia un senso di vuoto.
Anche perché Comici a 39 anni era ancora nel pieno della forma, neanche due mesi prima aveva portato a termine assieme al compagno di cordata Severino Casara una delle più difficili e pericolose vie della sua carriera, sul Campanile del Sassolungo, anche noto come il “Salame”, valutata ancora oggi di sesto grado superiore. Sulla cima di quella torre di pietra, Casara gli scattò una foto, un primo piano in cui lo sguardo di Comici si perde lontano malinconicamente, quasi stesse presagendo ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.
“Non sarebbe mai potuto morire in arrampicata”, sosteneva Spiro Dalla Porta Xydias, autore di due biografie su Comici, e a ben guardare, non stava propriamente arrampicando: è bastato che si sporgesse dall'alto di una cengia, per dare delle indicazioni agli amici più in basso che si erano bloccati in parete, perché avvenisse l'improvviso strappo del cordino che lo reggeva, e di conseguenza, l'irreparabile.
Un terreno che invece, a 86 anni di distanza, può ancora essere indagato su questo drammatico epilogo riguarda il contesto storico, e il grande cambiamento che la morte di Comici avrebbe comportato. La fine dell'epoca che alcuni definiscono “dell'alpinismo eroico”, un'espressione impropria poiché deriva a sua volta dalla raccolta degli scritti di Comici usciti in un libro postumo, pubblicato per la prima volta poco dopo la guerra, dal titolo appunto “Alpinismo Eroico”.
Un titolo tuttavia equivocante, poiché affibbiato a posteriori e che mal si coniuga con la personalità riflessiva e sfuggente che emerge dal suo contenuto. Nei contemporanei, la notizia della morte di Emilio Comici ha l'effetto di una doccia ghiacciata in tutto l'ambiente alpinistico. E' anche un bagno di realtà che riporta quei baldanzosi alpinisti del Sesto grado di fronte al timore che se una cosa del genere è accaduta a Comici allora può davvero capitare a chiunque.
Forse più che per i suoi primati raggiunti in parete, è per il suo animo gentile osservato da tutti quelli che lo conobbero, o forse per il grande altruismo dimostrato in montagna (basti pensare che morì insegnando), che da subito iniziò sulle Dolomiti l'elaborazione del mito di Comici, divenuto rapidamente grande e quasi ingombrante, che perdura ancora oggi.
Per la sua Trieste fu invece un trauma, che portò molti al rifiuto e al silenzio. Si consideri in tal senso che il primo necrologio che appare sulla rivista ufficiale dell'Alpina delle Giulie, sezione Cai di Trieste, pochi mesi dopo la morte di Comici, non porta la firma di un suo concittadino, ma di un alpinista padovano, Pier Alberto Sagramora, che, trovatosi anche in questa occasione a difendere il suo maestro dalle critiche circa l'impiego di mezzi artificiali evidenziando le sue innate abilità, in un passaggio così immortala l'appartenenza di Comici all'immaginario popolare del tempo.
“Ma le rosse crode serbano ancora nel loro seno, una vergine guglia, una fredda vòlta a Dio, cui si addica il nome del gatto, dello scoiattolo, del mago, del re delle Dolomiti? La fantasia popolare si è impadronita di lui e delle sue imprese, ed ha scelto - con profondo intuito - questi nomi che fissano, per sempre e con breve parola, le qualità ed i pregi più caratteristici della poderosa attività di Emilio Comici”.
La morte di Comici è avvenuta quasi contemporaneamente all'entrata in guerra dell'Italia nel secondo conflitto mondiale, e anche per questo i due episodi segnano effettivamente una importante cesura. La guerra spazzò via buona parte della concezione nazionalistica che “governava” l'alpinismo degli anni Trenta, sostituendola con uno stile più condizionato dal modello americano. Eppure la presenza di Comici sulle Dolomiti non è mai stata scalfita.
La nuova generazione di alpinisti che iniziarono ad imporsi nel dopoguerra, disponeva ora di nuovi strumenti e materiali, e aprirono la strada a difficoltà sempre maggiori. Ai rocciatori agili e asciutti che si erano visti in prevalenza nei vent'anni precedenti, si affiancarono anche in Italia fisici più possenti, che spesso al gesto acrobatico preferivano la “forza bruta”, talvolta grazie ai nuovi chiodi, per vincere un tratto di roccia difficile.
Un passaggio di consegne tra due epoche evidenziato anche da una tragica vicenda avvenuta proprio sul campanile del Sassolungo. Nel settembre del '45 infatti, Ercole Esposito, detto “Ruchin”, aggraziato alpinista brevilineo, trovò la morte cadendo nel tentativo di compiere la prima ripetizione della via Comici al “Salame”, così come perirono di stenti gli altri due suoi compagni di cordata.
Il campanile venne ripetuto da altre cordate, ogni volta più innovatrici, finché, nel 1952 un giovane rampante e robusto decise di scalare per la prima volta il Campanile da solo.
Era Cesare Maestri da Trento, in quegli anni uno dei maggiori esponenti di questa “novelle vague” dell'alpinismo italiano. Durante la scalata, a un tratto Maestri si fermò su una nicchia circa a metà della parete per riposare, e il suo sguardo si posò sulla Vallunga sotto di sé, come scrisse nel suo libro “Arrampicare è il mio mestiere”, che pubblicherà una decina danni dopo.
Scorse così le pareti lungo le quali era morto Emilio Comici. Automaticamente, quasi incantato, la sua mente iniziò con l'immaginazione a ricostruire la drammatica scena. Il pensiero, racconta, gli infuse un'enorme tristezza, ma decise tuttavia di raccogliere queste emozioni e di trarne forza, raccolse le sue cose e riprese a scalare. Così, il Campanile del Sassolungo venne salito per la prima volta in solitaria, sancendo definitivamente che un'epoca era cambiata, nel ricordo di Comici.













