"Strade sommerse e nessuna notizia di mia moglie e mio figlio piccolo", l’ex vigile del fuoco ora 88enne ricorda l’alluvione del '66: "Un giovane annegò recuperando l’auto"
Alluvione del 1966, la testimonianza di Gino Zanolli allora giovane vigile del fuoco impegnato nei soccorsi: "Le radio non funzionavano, andavamo allo sbaraglio". Per giorni rimase senza notizie della famiglia, mentre l'acqua invadeva la città e i soccorritori cercavano di salvare chi era in difficoltà

TRENTO. “Un metro d’acqua in caserma, i mezzi bloccati, le strade sommerse, e nessuna notizia dei propri cari”. Tra le testimonianze più profonde dell'alluvione che colpi Trento nel 1966 c'è quella dell'88enne Gino Zanolli che allora era un giovane vigile del fuoco del Corpo permanente di Trento.
Il ricordo, ripercorso a sessant'anni di distanza in un' intervista, è quello di una settimana di soccorsi senza sosta, in cui ogni energia era rivolta a chi aveva bisogno di aiuto, mentre a casa la sua famiglia affrontava la stessa emergenza.
“Qui in caserma c’era un metro d’acqua: non si entrava a piedi, l’acqua arrivava fino alla vita. I pochi mezzi che avevamo erano rimasti allagati”, dice Zanolli che ricorda con precisione le condizioni in cui lui e i suoi colleghi si trovarono a operare.
“Si andava allo sbaraglio, le radio esistevano ma non funzionavano. Non avevamo comunicazioni e andavamo in giro per la città a cercare chi aveva bisogno” prosegue l'ex vigile de fuoco, spiegando che per raggiungere le zone sommerse si dovette ricorrere ai mezzi anfibi e persino la caserma in piazza Centa venne evacuata e così i vigili del fuoco trascorsero la prima notte nella caserma della Polizia, in via Perini, cercando di riposare come potevano. Poi arrivò, racconta, l’ospitalità dei frati di via Grazioli che misero a disposizione alcuni locali, utilizzati come base operativa per circa un mese.
Ripercorrendo quanto accaduto in quei drammatici giorni, la piena dell’Avisio contribuì ad accrescere la portata dell’Adige, mentre l’alluvione colpiva numerosi territori del Trentino, dalla Val di Fassa alla Val di Fiemme, passando per Primiero, Tesino, Bassa Valsugana, Val Rendena e Val di Sole.
A Trento l’esondazione avvenne nel cuore della notte, intorno alle 3.30, quando il fiume ruppe gli argini nella zona nord della città. L’acqua invase inizialmente l’area produttiva di via Maccani, per poi riversarsi verso via Brennero e il centro cittadino. Furono sommersi interi quartieri, tra cui Roncafort, i Solteri, Cristo Re e piazza Centa, ma anche la ferrovia, la stazione e buona parte del centro storico, come testimoniano le immagini conservate nell’archivio storico fotografico della Provincia (QUI). Il bilancio fu drammatico: 22 vittime, migliaia di sfollati e circa 500 persone rimaste senza casa.
Tra i ricordi più dolorosi di Zanolli c’è né uno drammatico: “Il recupero del corpo di un giovane di Lavis, annegato in via Brennero nel tentativo di recuperare un’automobile”. Nella memoria dell’ex vigile del fuoco ci sono però anche le persone che non volevano lasciare le proprie abitazioni e chiedevano viveri, nonostante l’acqua avesse raggiunto le case.
Mentre Zanolli era impegnato nei soccorsi, racconta, anche la sua famiglia si trovava in una situazione di grave pericolo: abitava infatti con la moglie e il figlio piccolo a San Lazzaro, sulla sponda sinistra dell’Avisio, in una casa vicina all’argine. La moglie riuscì a mettersi in salvo raggiungendo i suoceri, mentre il vigile del fuoco non poteva raggiungere la famiglia e per giorni non ebbe notizie dei suoi cari: “Ci chiedevamo come stavano le famiglie, se la moglie o i bambini dei colleghi fossero al sicuro. Non avevamo nemmeno il telefono in casa”.
Poi un pensiero al fratello: “In quei giorni mio fratello era impegnato invece con i vigili del fuoco volontari di Lavis e contribuì al salvataggio di una coppia di anziani prima che la loro casa venisse travolta dal fiume, che aveva rotto gli argini”.













