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Coppia gay, il Procuratore generale di Trento annuncia il ricorso in Cassazione: "Non sono entrambi padri, si va contro l'ordine pubblico"

Il collegio che ha emesso la sentenza era formato da tre donne: "Sono padri indipendentemente dal sesso, dall'orientamento sessuale e dal rapporto genetico e biologico con i due bambini". 

Di Donatello Baldo - 02 March 2017 - 07:42

TRENTO. Il sostituto procuratore generale della Corte d'Appello di Trento, che all'udienza sul caso della coppia gay trentina che voleva riconosciuto ad entrambi lo status di genitore si è alzato in piedi per esprimere tutta la sua contrarietà, è seduto alla sua scrivania. Sta studiando il provvedimento, quello che ieri ha occupato le prime pagine dei giornali con il titolo: “Sentenza storica”.

 

C'è il ricorso in Cassazione – anticipa ancora prima di farci accomodare sui divanetti del suo ufficio al secondo piano del palazzo – non so se vorrà appellarsi anche l'Avvocato dello stato. Sicuramente la Procura generale di Trento lo farà”.

 

Il dottor Giuseppe Maria Fontana non ne fa una questione personale, i magistrati sono abituati a vincere o a perdere. Il ricorso in Cassazione non lo fa nemmeno per riserve di tipo etico, magari legate alla maternità surrogata: “Mai, nel mio lavoro le questioni etiche rimangono precluse, rimangono fuori. Io mi occupo di diritto”.

 

E dalle sue parole in tutto il processo non è nemmeno stato rilevante appurare se esistesse o meno il rapporto biologico con uno dei genitori: “Che cosa c'entra questo? Il processo civile si basa sugli atti, e in questo caso l'atto di cui si parla è quello di una trascrizione anagrafica”.

 

E allora, con calma e quasi con meticolosità, ci spiega l'iter che ha portato a questa sentenza, il percorso di questi atti che dal Canada arriva fino a Trento. “Nel 2010, in una città dell'Ontario, nascono due gemelli, un maschietto e una femminuccia – spiega il magistrato – e questi due bambini vengono iscritti nell'anagrafe canadese da uno solo dei genitori”.

 

Un atto che poi in Italia viene regolarmente registrato: “Perché è un dovere farlo. Perché un figlio è un figlio, e non importa se è adottivo, se è naturale o legittimo. Ha diritto ad avere un genitore, in questo caso dall'uomo che ne ha riconosciuta la paternità”. E i due piccoli acquisiscono, oltre alla cittadinanza italiana perché figli di un italiano, anche quella canadese perché nello stato americano vige lo jus soli.

 

Succede però che il padre, riconosciuto come tale sia dall'Italia che dal Canada, chiede a quest'ultimo Paese di aggiungere allo stato civile anche un secondo soggetto, suo marito. Cosa normale da quelle parti dove le unioni omosessuali, il matrimonio egualitario e addirittura la surrogazione di maternità è legge.

 

Cosa che però in Italia, che tutti sanno la fatica che fa a stare al passo con la Storia dei diritti civili, viene subito osteggiata: “Quando il soggetto ha chiesto che l'atto canadese così emendato fosse riconosciuto e depositato anche presso l'anagrafe italiana, l'Ufficiale di stato civile si è rifiutato”, spiega il dottor Fontana.

 

E da lì è partito tutto. La coppia, regolarmente sposata, si è opposta al rifiuto e si è arrivati al processo. “Durante l'udienza è uscito esplicitamente che l'altro uomo che vorrebbe il riconoscimento di paternità non è genitore biologico. Un padre c'è già, e giuridicamente il padre è colui che l'ha riconosciuto assumendosene la paternità”.

 

Il dottor Fontana è uomo di legge. Sfoglia il codice, ricorda a memoria gli articoli, le sentenze. E' professorale nelle spiegazioni, dettagliato, preciso. Ma irremovibile. Nemmeno il 'superiore interesse del minore' lo ritiene importante per riconoscere a questa coppia la doppia paternità: “Ma no – afferma convintamente – questo è già soddisfatto dalla paternità riconosciuta a uno dei due componenti della coppia”.

 

Perché sostiene questo il magistrato che farà ricorso in Cassazione e che forse riuscirà a cancellare quest'importante sentenza: “Ci sono già delle norme che ampliano la paternità, come la legge sulle Unioni civili che in casi particolari applica i principi della step-child adoption”.

 

“E poi questo provvedimento, quello impugnato dai due soggetti – aggiunge – contrasta con l'ordine pubblico, ovvero con il complesso dei principi che regolano l'ordinamento giuridico”. Punto. Non c'è spazio per questioni che riguardano le relazioni affettive, la cura nel far crescere questi bambini, il desiderio di sentirsi famiglia a tutti gli effetti. “La famiglia è un istituto giuridico ben definito”, chiude il magistrato. “Confermo l'intenzione di ricorrere in Cassazione”.

 

E ricorrerà contro una sentenza emessa da un collegio formato da tre magistrate, tre donne. Forse non a caso. Donne che hanno riconosciuto prevalente l'interesse dei bambini, perché due figure genitoriali, anche dal punto di vista giuridico, sono meglio di una sola. Indipendentemente dal sesso dei genitori, dall'orientamento sessuale. Indipendentemente dalla 'tracciabilità' biologica e genetica. Genitore è chi lo fa

 

Quella coppia che dovrà aspettare ancora un po' di tempo prima di avere il pieno riconoscimento, fino a quando non si pronuncerà la Cassazione, sono già due padri. Forse non lo sono per il dottor Giuseppe Maria Fontana, che non ne trova ragione tra i suoi libroni di codici e cavilli. Forse non lo sono per la Conferenza dei Vescovi, per Gasparri, Giovanardi, Adinolfi e le declinazioni locali di questi politici che gridano allo scandalo e chiedono a gran voce ispezioni presso il Tribunale di Trento.

 

Sono due padri per i loro figli, questo è certo. Per quei due bambini che tutti i giorni allargano le braccia con la voglia di soddisfare quell'umano bisogno di essere voluti bene, sono tutti e due padri, senza differenze. 

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