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Trento
22 maggio | 07:55

Addio a Carlin Petrini, fondatore di Slow Food e rivoluzionario del cibo: "Ogni cuoco lo citava, ma lui amava frequentare le cucine più schiette"

Petrini ha avuto un forte  legame anche con il comparto agricolo trentino, scaturito già nel Sessantotto, ai tempi della sua frequentazione alla facoltà di Sociologia di Trento. Carlin raccontava, ma soprattutto ascoltava, voleva capire il nesso tra agricoltura e gastronomia

TRENTO. Carlin è morto, ma la sua filosofia di vita legata ad una visionaria strategia enogastronomica continuerà a dominare la scena agricola internazionale. Carlin Petrini rimane l’indimenticabile fondatore di Slow Food, l’istrionico amico dei contadini, dei vignaioli e di quanti coltivano la terra per onorare il cibo. Quello ottenuto da buone pratiche, oneste, rispettose della fatica e mirate a rendere migliore la qualità della vita. Forte il legame anche con il comparto agricolo trentino, scaturito già nel Sessantotto, ai tempi della sua frequentazione alla facoltà di Sociologia di Trento. E per le mirate frequentazioni di osterie e piccole aziende agricole della trasformazione alimentare.

 

Instancabile animatore, intellettuale che ha nobilitato la cultura gastronomica più attenta alla tutela della biodiversità alimentare, al rispetto della Terra Madre, ai valori custoditi e propagandati inizialmente da Arcigola e proseguiti con Slow Food.

 

Memorabili condivisioni con Papa Francesco, senza tralasciare i legami con ogni ‘libero pensatore’, ponendo sempre e rigorosamente al centro della questione il ruolo dei contadini, contro un sistema agroalimentare ritenuto ‘criminale e fallimentare’. Nel mondo quasi un miliardo di persone non hanno certezze alimentari e oltre 200 milioni sono stremate dalla fame. Nel contempo vivono un miliardo e 700 milioni di persone ipernutrite, obese, con patologie causate da scriteriata abbondanza e mala gestione del cibo.

 

Uno sconquasso planetario, che stravolge il clima, crea ripercussioni devastanti sulla qualità della vita. Con uno spreco di materie commestibili a dir poco vergognoso. Basti pensare che si produce cibo in grado di sfamare oltre 12 miliardi di viventi; peccato che il 33% venga buttato, senza alcun rispetto. Ne umano e neppure ambientale. Anzi: creando pericoli ecologici, generando pure assurdi comportamenti sociali.

 

Carlo Petrini ha sempre elencato - tra i primissimi- tutta una serie di problematiche, che stimolano a ripensare il modo stesso di consumare cibo. Chiama a ripensare le nostre diete. Un consumo di carne smoderato, l’acqua sfruttata senza alcun controllo, la plastica che inquina e ‘torna’ nel sistema della nostra alimentazione. Tra qualche decennio - ribadiva Carlin a Genova in occasione di Slow Fish - nel mare ci saranno più materie plastiche che pesci’.

 

Impegno e strategiche visioni, scaturite dal rispetto della cultura alimentare delle Langhe, da Brà dove era nato e dove s’è spento la scorsa notte. Progetti - compreso l’Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo- e tanti suggerimenti. Preziosi.

 

"L’identità di un territorio si forma nel tempo, attraverso la dialettica continua tra locale e globale, tradizione e innovazione, portata avanti dalla caparbietà, dal sudore e dalla sapienza contadina". Lo aveva ribadito anche ad una edizione del Festival dell’Economia, in un teatro sociale gremito come non mai.

 

Ogni cuoco lo citava, ma lui amava frequentare le cucine più schiette, dove il cibo parla la lingua della consuetudine campagnola. Tra le sue mete trentine citazione doverosa per il Nerina di Malgolo, dove veniva accolto tra una fraterna combriccola di bongustai. Senza tralasciare la sua amicizia con il compianto Andrea Paternoster, il mielicoltore errante di Castel Thun. Poi l’omaggio a formaggi come quelli del Turnario di Pejo, le Mortandèle nonese, qualche forma di Puzzone di Moena e tutta una serie di leccornie a rischio d’estinzione.

 

Carlin raccontava, ma soprattutto ascoltava, voleva capire il nesso tra agricoltura e gastronomia. Un legame che era stato al centro della sua relazione al Congresso nazionale di Slow Food svoltosi nei primi anni Duemila a Riva del Garda, città con la quale - tramite Fiera Congressi - ha sempre avuto piena sintonia. Sempre in azione per difendere i vignaioli veraci, i malgari e le comunità del cibo, quelle nostrane e quelle di continenti lontani.

 

Aveva auspicato la creazione di una Slow Alp, per collegare le Alpi con artefici di una montagna che rispetti il ‘buono, pulito e giusto’, scontrandosi però con visioni istituzionali forse più spettacolari che identitarie. L’eccellenza di un cibo ha la sua importanza - diceva - ma se non ci fossero le persone che con caparbietà e sapienza lavorano in un certo modo, non si otterrebbe nulla.

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