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Derubati in treno i registi Razi e Sohelia Mohebi: "Addio anche al certificato di matrimonio afgano. Ora siamo cittadini del nulla"

I due rifugiati politici di Villazzano stavano andando in Iran per girare un film ma sul Freccia Rossa un ladro gli ha portato via tutto, compresi i documenti. "Ma una luce si è accesa nella nebbia grazie alle persone. In tanti ci stanno aiutando". Raccolta fondi per sostenerli (GUARDA LE FOTO)

Razi sui binari mentre cerca il borsone rubatogli (Foto di Alberto Ferrari)
Di Luca Pianesi - 12 dicembre 2016 - 19:41

TRENTO. "Solo in Italia poteva accadere una cosa del genere: la solidarietà, l'affetto dimostrato da amici, conoscenti e non, la vicinanza di così tante persone. E' stato qualcosa di incredibile. Sta funzionando come medicina per le nostre ferite". Partiamo dalla fine per raccontare questa incredibile storia. Cominciamo con l'ultima, generosa frase che ci regala Razi Mohebi al termine della nostra chiacchierata. La frase di un uomo che oggi si definisce "cittadino del nulla". Perché? Perché in una notte di speranza, quella che doveva portare lui e sua moglie Soheila in Iran per girare il film per la cui sceneggiatura Soheila aveva vinto all'ultimo Festival del Cinema di Venezia il premio Mutti, si sono ritrovati privati di tutto. Senza documenti, senza strumenti di lavoro, abbandonati a se stessi tra la bruma lombarda e le nebbie della burocrazia italiana.

 

Razi e sua moglie sono due registi. Lui è di origine afgana e lei iraniana. Vivono, come rifugiati politici, a Villazzano e nella loro carriera, oltre ad aver fatto incetta di premi cinematografici (da Venezia a Cannes, da Berlino a Locarno), ne hanno passate di tutti i colori (si legga Dalla schiavitù in Pakistan alle torture a Kabul, storia di Razi un regista internazionale a Villazzano). Qualche giorno fa sono saliti in treno, direzione Milano-Malpensa per tornare nella terra d'origine di lei (e dove lui ha studiato per molto tempo dopo essere scappato, ancora bambino, dall'Afganisthan e poi ancora dalla schiavitù in Pakistan) per rivedere parenti e amici dopo tanti anni di “esilio forzato” e per girare il loro nuovo film. Sorrisi, sguardi felici, la gioia tipica che anticipa un viaggio verso una nuova avventura e il ritorno in un paese comunque amato e carico di ricordi.

 

In un borsone da viaggio telecamere, microfoni, computer e ovviamente i documenti personali, che, per due rifugiati politici, sono tanti. “Carte d'identità, passaporti e poi, soprattutto, c'era il nostro certificato di matrimonio – racconta Razi – perché quando ci siamo sposati in Afganisthan, in Iran non erano ammessi i matrimoni tra iraniani e afgani. Nel Paese d'origine di mia moglie, quindi, io e Soheila non risultavamo uniti. E siccome abbiamo anche una figlia, per certificare che ha una famiglia, avevamo deciso di portarci dietro il documento. Volevamo farlo finalmente autenticare anche in Iran”. Ma i sorrisi e gli sguardi felici sono durati poco. Saliti a Verona sul Freccia Rossa diretto a Milano, all'altezza di Desenzano al momento di mostrare i biglietti al controllore un uomo con uno scatto repentino ha preso il borsone della famiglia Mohebi ed è saltato giù dal treno.

 

“E' stato velocissimo. Noi stavamo mostrando i ticket al controllore quando un uomo seduto dietro il mio sedile con un gesto rapidissimo ha preso la borsa ed è scappato saltando giù dal treno – continua Razi - che è ripartito. Noi siamo tutti rimasti spiazzati e a quel punto eravamo in trappola. Dei testimoni ci hanno detto che il tizio ci stava seguendo sin dalla stazione. Ci teneva d'occhio e aveva intuito che in quella borsa probabilmente c'era qualcosa di prezioso. Arrivati a Milano siamo andati in questura e lì ci hanno davvero demoralizzato. C'hanno detto che praticamente non c'era speranza. Potevamo fare la denuncia, ok, ma sarebbe stato, comunque, quasi impossibile recuperare la refurtiva, nonostante l'uomo fosse stato visto dai passeggeri e fosse stato sicuramente ripreso dalle telecamere. L'unica cosa da fare, c'hanno detto gli agenti, era tornare nelle fermate precedenti e guardare nei bidoni se magari il ladro si era sbarazzato dei documenti”.

 

Dopo il furto sul Freccia Rossa, le ricerche documentate dall'amico Ferrari

Il viaggio per l'Iran, quindi, s'è interrotto bruscamente e ne è cominciato uno a ritroso per cercare almeno di recuperare quella condizione di “rifugiati politici” che prima sembrava “stretta” (è molto complicato, infatti, per loro lasciare il paese, servono sempre mille visti e autorizzazioni) ma che all'improvviso si è trasformata quasi in un “lusso”. “Cittadini del mondo? Nemmeno più quello. Ci siamo sentiti cittadini del nulla. Lasciata la questura siamo tornati indietro e a Desenzano e Verona abbiamo guardato nei bidoni, nei cespugli vicino alle stazioni. Ma niente. Siamo dovuti tornare a Trento senza nemmeno più il nostro certificato di matrimonio”.

 

Rientrati a Villazzano, però, un po' di luce, sgomitando e a fatica, s'è fatta, piano piano, strada tra la nebbia grigia che avvolgeva la famiglia Mohebi. “Sono state le persone a funzionare da medicina per le nostre ferite - conclude quasi commosso Razi - a cominciare da alcuni passeggeri del Freccia Rossa che ci hanno accompagnati fino in questura a Milano e ci hanno aiutato con le forze dell'ordine. E poi i nostri amici trentini, persone grandiose che nel momento del bisogno si sono strette a noi. In questi giorni abbiamo ricevuto telefonate, messaggi, visite di tanti amici e abbiamo sentito forte la solidarietà di questo popolo che ci ha ricordato, una volta di più, quanto abbiamo fatto bene a scegliere l'Italia per vivere lontani dai nostri paesi".

 

Ma la solidarietà non si misura solo in messaggini e sorrisi (anche, per carità, e ben vengano) e allora ecco che Maria Rosa Mura, responsabile delle attività culturali dell'Associazione "Il gioco degli specchi", tramite Facebook ha aperto una raccolta fondi per aiutare Razi e Soheila a ricomprare videocamere, microfoni, computer e far sentir loro vicinanza e affetto. "Vi invito a far nascere mille fiori da questo letame - ha scritto Mura su Facebook -. Fiori di amicizia che li possano confortare. Lancio una raccolta di fondi che permetta loro di ricomprare l'attrezzatura di lavoro, posso dare l'Iban a chi lo chiede. Non potremo riacciuffare il loro sogno, i tempi della burocrazia non lo permetteranno, ma forse qualcuno può impegnarsi ad accelerare anche questi aspetti, intervenendo di persona perché si trova nel posto adatto. Passate parola. Facciamo sentire loro che ci siamo".

 

Noi ci siamo. Passate parola.  

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