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Tempo, memoria e cultura, Il Muse racconta gli artisti Federica Galli e Beth Moon

La mostra allestita all'interno del Museo delle Scienze dall'architetto Michele Piva verrà inaugurata il 16 dicembre. Un labirinto per ricordare all'uomo il proprio posto e ruolo nel verde e nell'universo

Beth Moon, Fornax, 2013, stampa al platino palladio, 81x120 cm, tratta dalla serie Diamond Nights © PH Neutro, Pietrasanta
Pubblicato il - 06 dicembre 2016 - 11:17

TRENTO. Ultimi giorni di preparativi in Corso del Lavoro e della Scienza e poi il Muse - Museo delle Scienze (Qui info) inaugurerà il 16 dicembre la doppia personale di Federica Galli e Beth Moon.

 

Questa mostra nasce da un progetto della Fondazione Federica Galli di Milano, un' istituzione nata per volere testamentario dell’artista cremonese, esponente di spicco dell’arte incisoria italiana che ha fatto del segno e della natura i suoi tratti distintivi.

 

L'iniziativa vede dialogare i monumentali alberi incisi ad acquaforte dalla Galli con i colossi naturali fotografati dalla Moon, che li eterna attraverso la particolare tecnica della stampa al platino palladio.

 

Tempo, memoria e natura sono i temi centrali delle loro opere, un poetico filo conduttore che unisce tutti i più importanti “monumenti verdi” esistenti al mondo, testimoniandone l’incredibile ricchezza naturale.

 

Chiome scheletriche o rigogliose, rami lunghissimi e tentacolari, fusti esili o possenti, cortecce lisce o rugose catturano lo sguardo di grandi e piccini per raccontare, silenziosamente, aneddoti, folklori e storie secolari. A guidare il visitatore nell’affascinante e labirintico allestimento realizzato dell’architetto Michele Piva attraverso un percorso obbligato all’interno di una sorta di bosco che avvolge e abbraccia l'ospite, ricordandogli il proprio posto nell’universo. 

 

Suggellano l’esposizione un ritratto di Federica Galli realizzato dal grande maestro Gianni Berengo Gardin e un testo critico di Tiziano Fratus, poeta e scrittore bergamasco, inventore dell’"alberografia", per un processo di mappatura ideale delle specie arboree che lo ha portato a pubblicare una serie di opere legate alla natura, all'identità e agli alberi monumentali.

 

Nel suo excursus narrativo, Fratus conduce il visitatore alla scoperta dei grandi polmoni verdi dell’arco alpino, ripercorrendo, regione per regione, le foreste “scolpite dal gelo, segnate e incise dal dio dei fulmini”,  e identificando l’albero con “la macchina che Madre Natura ha progettato per superare i secoli e i limiti che mammiferi, rettili e altri abitanti mobili e migranti del pianeta non possono varcare”.

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