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Coronavirus come infortunio sul lavoro, insorgono gli industriali. I sindacati: “Critiche inappropriate, un atto dovuto e per certi versi normale”

Lo ha stabilito l’Inail: i lavoratori che hanno contratto il coronavirus sul lavoro dovranno essere considerati come infortuni. I sindacati: “Non è stata stravolta nessuna delle prassi adottate dall’istituto negli anni passati o per vicende simili, piuttosto in Trentino sono stati fatti pochi tamponi e sarà difficile dimostrare il contagio”

Di Tiziano Grottolo - 06 maggio 2020 - 20:54

TRENTO. I lavoratori che hanno contratto il coronavirus, o che saranno contagiati in futuro, sul posto di lavoro dovranno essere considerati come infortuni sul lavoro, anziché come malattia. La precisazione è arrivata nei giorni scorsi nientemeno che dal presidente dell’Inail Franco Bettoni che ha aggiunto: “Le malattie virali come il Covid-19 sono una causa violenta di malattia e pertanto sono riconosciute come infortunio, se una persona ha contratto il virus sul lavoro e poi è deceduta sarà considerata a tutti gli effetti una vittima sul lavoro”.

 

Dichiarazioni che hanno scatenato un putiferio con Confindustria e molti datori di lavoro che hanno gridato allo scandalo. In Trentino c’è chi, come Lorenzo Delladio titolare de “La Sportiva” ha scelto di non riaprire, almeno per il momento: troppe le preoccupazioni legate alla decisione dell’Inail. Dello stesso avviso di Delladio anche altri imprenditori che si stavano preparando alla fase 2.

 

Dal canto loro i sindacati hanno accolto positivamente la notizia comunicata dall’Inail, tanto che hanno parlato di una decisione “doverosa e per certi versi normale”. Secondo i segretari Manuela Faggioni (Cgil), Milena Sega (Cisl) e Alan Tancredi (Uil): “Non è stata stravolta nessuna delle prassi adottate dall’istituto negli anni passati o per vicende simili”.

 

Al contrario, “nessun lavoratore godrebbe di alcuna tutela, in particolare – spiegano i sindacati – quelli che sono più a rischio come operatori sanitari e lavoratori a contatto con utenti esterni”. Come ormai è stato dimostrato il coronavirus non è una banale influenza ma una patologia molto complessa che può avere gravi conseguenze sulla salute: “Per questo – ricordano Cgil, Cisl e Uil – l’Inail prevede che, nel caso di operatori dell’ambito sanitario e a quelli che hanno contatti con clienti e utenti, il contagio da SARS-CoV-2 possa essere individuato in automatico come infortunio sul lavoro, con tutte le tutele che ne conseguono ma anche con tutti gli obblighi alla prevenzione che si pongono in capo al datore di lavoro”.

 

Stando a quando sottolineato dai sindacati i datori di lavoro non avrebbero conseguenze dirette sui premi Inail da pagare singolarmente, perché l’aumento delle tariffe viene mutualizzato a livello nazionale. Discorso diverso potrebbe essere fatto per le occupazioni in cui il rischio non è così alto e dove non c'è contatto diretto con soggetti esterni al proprio luogo di lavoro: “In questo caso – chiosano le sigle sindacali – per un lavoratore colpito da Covid-19 si può sempre aprire una procedura di infortunio sul lavoro, ma va dimostrato, come in tutti gli altri casi, che il contagio è avvenuto nello svolgimento delle proprie mansioni o per omissioni del datore di lavoro, che non ha attuato tutte le misure preventive necessarie ad abbattere il rischio”.

 

Sul tema Covid-19 e infortunio sul lavoro quindi la situazione non sarebbe tanto dissimile all’esposizione ad altri rischi: “Ci pare del tutto impropria la levata di scudi di chi sostiene che il contagio non debba essere considerato un infortunio sul lavoro”. Soprattutto alla luce dei pochi tamponi effettuati in Trentino (almeno fino a poche settimane fa, ora è stato raggiunto un discreto numero): “Sarà difficile per i lavoratori dimostrare l’infortunio – concludono Cgil, Cisl e Uil – per l’Inail infatti l’unica prova del contagio e quindi del possibile infortunio sul lavoro è la certificazione di un tampone”.

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