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| 27 mar 2022 | 18:44

Coldiretti: "In Italia in pericolo l’accesso al cibo per 2,6 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto per mangiare. In un mese di guerra il prezzo del grano è salito del 53%"

Un mese di guerra in Ucraina ha fatto impazzire i prezzi delle materie prime, dal petrolio che è aumentato del 25% al prezzo del grano che è balzato del 53% con effetti a valanga su famiglie e imprese. Barbacovi: "A rischio coltivazioni, allevamenti, e industria di trasformazione nazionale"

di Camilla Dallago

TRENTO. "L’emergenza provocata dalla guerra in Ucraina mette in pericolo in Italia l’accesso al cibo per 2,6 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto per mangiare". E’ quanto emerge dalle analisi della Coldiretti in riferimento sconvolgimento dei mercati internazionali dell’energia e del cibo che minaccia imprese e famiglie, dai trasporti agli approvvigionamenti alimentari. "Un mese di guerra in Ucraina - aggiunge - ha fatto impazzire i prezzi delle materie prime, dal petrolio che è aumentato del 25% al prezzo del grano che è balzato del 53% con effetti a valanga su famiglie e imprese".

 

In Italia l’85% delle merci, per arrivare negli scaffali del supermercato, deve viaggiare su strada e l’innalzamento del prezzo della benzina si ripercuote sui costi delle imprese e sulla spesa di consumatori.

 

Secondo l’analisi della Coldiretti, in difficoltà ci sarebbero "tra gli altri 538.423 bambini (di età uguale o inferiore ai 15 anni), 299.890 anziani, 81.963 senza fissa dimora (di età uguale o superiore ai 65 anni), 31.846 disabili, sostenuti attraverso il Fondo per l’aiuto europeo agli indigenti (Fead)". Si tratta della componente più debole della società che è più esposta all’impoverimento alimentare determinato dal caro prezzi ma anche dal rallentamento dell’economia e dalla frenata dell’occupazione.

 

"Con il balzo dei costi energetici – afferma il presidente di Coldiretti Trentino Alto Adige Gianluca Barbacovi - l’agricoltura deve pagare una bolletta aggiuntiva di almeno 8 miliardi su base annua, rispetto all’anno precedente, che mette a rischio coltivazioni, allevamenti, e industria di trasformazione nazionale".

 

Ma a pesare sul carrello della spesa è anche l’aumento delle quotazioni delle materie prime agricole con il grano per la panificazione che "è salito di oltre la metà (53%) in un mese - prosegue - mentre sono esplose le quotazioni degli alimenti destinati agli animali per produrre latte e carne con la soia che si è impennata del 30% e il mais dell’11% nel mese di guerra in cui si sono verificati accaparramenti e speculazioni a livello internazionale".

 

Le quotazioni alte dei cereali scontano la chiusura dei porti sul Mar Nero che impediscono le spedizioni e creano carenza sul mercato mondiale dove Russia e Ucraina insieme rappresentano il 28% degli scambi di grano e il 16% di quello di mais a livello mondiale, secondo il centro Studi Divulga.

 

Una emergenza destinata a durare poiché, riporta Coldiretti, l’Ucraina ha annunciato che per effetto della guerra in primavera riuscirà a seminare meno della metà della superficie a cereali per un totale di 7 milioni rispetto ai 15 milioni previsti prima dell’invasione Russa: "Un blocco che  riguarda anche l'esportazione di fertilizzanti dall'Ucraina che lo scorso anno ne ha esportati 107mila tonnellate in Italia, secondo l’analisi del Centro Studi Divulga".

 

Tuttavia l’Italia si sta muovendo per cercare delle soluzioni: "Tra le misure suggerite dalla Commissione europea per alleviare l’impatto delle quotazioni elevate – evidenzia Coldiretti - c’è il via libera alla semina in Italia di altri 200mila ettari di terreno oltre alla possibilità per gli Stati membri di applicare aliquote ridotte dell’imposta sul valore aggiunto (Iva) sugli alimenti".

 

Con gli interventi straordinari decisi dalla Commissione Ue può essere garantita all’Italia "una produzione aggiuntiva stimata dalla Coldiretti in circa 15 milioni di quintali di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e di tenero per fare il pane", afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini

 

Viene sottolineato come nel medio periodo si tratti di “un quantitativo che può aumentare di almeno cinque volte con la messa a coltura di un milione di ettari lasciati incolti - conclude Prandini - per la insufficiente redditività, per gli attacchi della fauna selvatica e a causa della siccità che va combattuta con investimenti strutturali per realizzare piccoli invasi che consentano di conservare e ridistribuire l’acqua".

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