Quindici anni fa gli anziani hanno cominciato a guadagnare più dei giovani: ''Paghe di ingresso più basse e crescita salariale più lenta''
Il ricercatore del Dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell'Università di Trento, Giorgio Cutuli: "E' un trend consolidato con svantaggi retributivi e occupazionali non soltanto a scapito dei 'giovanissimi' che si sta spostando verso le fasce d’età dei giovani-adulti, fino ai 35 anni, con rischi di povertà stabilmente maggiori per famiglie con adulti sotto i 45 anni"

TRENTO. Un gap salariale di oltre il 50%, i giovani al primo contratto sono pagati meno rispetto ai colleghi a fine carriera, una differenza di circa 14 mila euro. E non è solo una questione legata agli scatti di anzianità oppure ai curriculum. A parità di requisiti un under 34 percepisce un salario più basso. Un divario che penalizza un'intera generazione che finisce a rischio povertà, che boccheggia nella precarietà e nelle incertezze. Una classe che fatica a investire sul proprio futuro con serenità.
Un paradosso inoltre è che i rapporti flessibili rendono il mercato del lavoro più rigido. E una volta raggiunto un contratto indeterminato, gli under 35 si stabilizzano, anche se non sono soddisfatti, pur di uscire dalla precarietà. Non va tanto meglio sul fronte dell'incremento retributivo (si passa da 21.661 euro in media a 25.646 euro), una crescita che però parte da livelli più bassi.
"I dati di Banca d’Italia ci dicono che, al netto dell'adeguamento all'inflazione, gli stipendi di ingresso delle coorti giovani, rispetto a quelli delle coorti meno recenti, sono in effetti gradualmente scesi, almeno a partire dalla seconda metà degli anni ‘90 mentre la crescita salariale nel tempo è diventata più lenta. Inoltre i redditi da pensione sono strutturalmente più resilienti e meno legati alla congiuntura macro economica, a maggior ragione se comparati con quelli di lavoratori giovani, temporanei e/o marginali". A spiegarlo Giorgio Cutuli, ricercatore del Dipartimento di sociologia e ricerca sociale all'Università di Trento. "Sono questi elementi che concorrono a una disuguaglianza crescente tra giovani e anziani, nel mercato del lavoro e nella società italiana. E' un trend consolidato con svantaggi retributivi e occupazionali non soltanto a scapito dei 'giovanissimi' che si sta spostando verso le fasce d’età dei giovani-adulti, fino ai 35 anni, con rischi di povertà stabilmente maggiori per famiglie con adulti sotto i 45 anni".
Un disallineamento iniziato nel 2008, una crisi acuiti dall'emergenza Covid che ha ulteriormente assestato un colpo in questa direzione. Il reddito medio annuale, secondo di dati di Jobrecruiting, di un 24enne è di 21.661 euro mentre quello di un 65enne si attesta a 35.595 euro. Una conferma che arriva anche da una rilevazione Ocse: i salari non crescono da molti anni. Tra il 1990 e il 2020 tutti i Paesi dell’Unione europea hanno avuto un incremento dei paghe medie annuale, tranne nel nostro Paese con una decrescita del 2%.
Sono triplicati, sulla base dei dati Istat, le persone che vivono in condizioni di povertà: si è passati da 1,9 milioni nel 2005 a 5,6 milioni nel 2021. Situazione nera per i giovani tra 18 e 34 anni: il dato è quadruplicato in 17 anni (da 3,1% a 11,1%).
"Le macro ripercussioni di questo trend sono già visibili - evidenzia Cutuli - con una maggiore instabilità occupazionale concentrata sui giovani e sui giovani adulti, un prolungamento delle fasi lavorative contrattualmente precarie, una accresciuta volatilità dei redditi da lavoro, un rallentamento delle transizioni alla vita adulta e una riduzione delle scelte di genitorialità, come pure con le difficoltà all'acquisto di una casa di proprietà, che risulta precluso in presenza di una prolungata incertezza occupazionale e retributiva: c'è un ritardo di tutto il meccanismo".
Divari di inquadramento, di occupazione, per area geografica e di genere (le donne guadagnano mediamente meno rispetto ai colleghi uomini). Si aggiunge anche quella per classe di età. Una situazione complessa. Una dinamica ormai strutturale e che difficilmente potrà essere invertita nel breve periodo. I redditi da lavoro dei giovani, ormai anche dei 35enni, sono più contenuti e tendenzialmente più instabili. E tuttavia si continuano ad accettare anche contratti poco favorevoli, pur di guadagnare o per non uscire dal mercato del lavoro e doversi ricollocare altrove.
In termini di redditi complessivi, ci dice Banca d’Italia, gli ultra 64enni, in buona parte pensionati, hanno iniziato a guadagnare di più dei giovani da almeno quindici anni e la forbice poi è aumentata nel tempo: le linee dei redditi medi annuali si sono allontanate e non si vede all'orizzonte un avvicinamento. Una dinamica verosimilmente rafforzata dall'emergenza Covid, l'epidemia ha causato ulteriori incertezze sul mondo del lavoro.
"Il ricorso a contratti part time o contratti a tempo determinati, soprattutto involontari (cioè non richiesti dal lavoratore quanto più o meno imposti dall'azienda), avviene anche però negli altri Paesi. Anzi - dice il ricercatore dell'Università di Trento - si può dire in termini di livelli, le quote di lavoro temporaneo tra Paesi sono simili. La differenza risiede nella loro durata a livello individuale e, in termini macro, nel welfare e nella rete di protezione del rischio. C'è una forte discrasia per cui i salari, in particolare quelli di ingresso, si sono abbassati, è aumentata la volatilità dei redditi da lavoro, ma contemporaneamente non sono state sviluppate adeguatamente le politiche di sostegno".
In Italia c'è un forte differenziale tra Nord e Sud, con il Trentino Alto Adige in linea rispetto a Lombardia, Veneto e Piemonte. Non si fa peggio, ma il territorio non è un'eccellenza e non fa eccezione: paghe mediamente più basse e scatti più ristretti, oltre alla flessibilità e alla precarietà dei contratti.
"In Italia ci sono però tante differenze rispetto agli altri Paesi europei - prosegue Cutuli - dalla protezione dei rischi di disoccupazione all’organizzazione delle politiche attive, di formazione e di riqualificazione al lavoro, elementi imprescindibili che favoriscono una ricollocazione rapida e congrua nel mercato del lavoro e che riducono conseguenze e preoccupazioni legate alla temporaneità dei contratti".
Un'altra evidenza è quella che di 20-25enni entrati nel mondo del lavoro con il primo impiego negli ultimi 10-15 anni, e che, oggi 35enni spesso faticano a trovare stabilità contrattuale e retributiva . "Questo - dice Cutuli - è un dato preoccupante perché mette a rischio non solo la transizione alla vita adulta di queste persone, ma anche perché, soprattutto per i gruppi sociali meno abbienti, espone le loro famiglie e i loro figli a crescenti rischi di povertà. Ciò comporta anche rischi di trasmissione della diseguaglianza alle successive generazioni, dato che un figlio potrebbe avere meno possibilità e maggiori rischi se cresce in povertà o un contesto famigliare caratterizzato da bassi redditi, instabilità occupazionale o incertezza economica".
Oggi ci sono però più opportunità e spesso viene spiegato che un giovane preferisce la flessibilità per poi fare esperienze in altre imprese. "E' un po' una narrazione perché il contratto temporaneo, soprattutto tra i non giovanissimi, stando ai dati, è tipicamente involontario, cioè voluto dall'azienda. Inoltre un contratto indeterminato non esclude la possibilità di presentare domanda di dimissione. La flessibilità contrattuale è utilizzata questo sì, più che altrove, per ridurre il costo del lavoro", continua il docente. "I contratti atipici, temporanei ed a tempo parziale, non sono però un male assoluto né per il singolo né in termini aggregati, possono avere anche risvolti positivi in termini di occupazione e di riduzione degli episodi di non lavoro - spiega il ricercatore di sociologia - ma devono essere accompagnati da un sistema di welfare, di formazione continua e di protezione dal rischio di disoccupazione. I dati aggregati mostrano però che le imprese che eccedono nell’utilizzo dei contratti temporanei tendono a investire meno in formazione e in capitale umano. Può essere una soluzione di competitività nel breve periodo. Se questa dinamica diventa strutturale e generalizzata il tessuto produttivo perde però produttività e c'è un depauperamento del valore aggiunto".
Insomma, con la popolazione che invecchia, in Italia un trend più marcato rispetto all'Europa, e il rapido mutamento delle tecnologie e degli strumenti produttivi crea un cortocircuito con gli anziani che rimangono in attività per gli inevitabili spostamenti dell'età pensionabile e giovani e giovani-adulti con carriere e redditi sub-ottimali.
"Si devono migliorare sia le capacità formative del sistema di istruzione, sia le condizioni del mercato: oggi non mancano le competenze nell’offerta di lavoro ma spesso non si vede una domanda specifica sul mercato del lavoro che sappia valorizzarle. Anche sul fronte delle imprese, che sono chiamate ad ammodernare non soltanto il business, il prodotto o servizio, ma anche i sistemi di formazione, l’organizzazione del lavoro, gli strumenti di flessibilità e di conciliazione vita-lavoro", conclude Cutuli.












