L’età d’oro delle dighe è finita? Dal caso del Vanoi ai nuovi progetti svizzeri, lo scrittore Luca Rota: “Oggi il sentimento verso queste opere è cambiato radicalmente”
Luca Rota ha scritto un libro che analizza queste grandi opere alpine: “La diga nella sua rudezza deve cercare un equilibrio, studiarle, anche dal punto di vista antropologico, aiuta a capire com’è cambiata nel corso del tempo la relazione fra l’uomo e queste montagne”

TRENTO. Come è stato possibile che le dighe, pur in tutta la loro brutalità materica, siano riuscite in qualche modo a farsi accettare dal paesaggio montano, attirando frotte di visitatori, diventando sfondi per suggestivi selfie e alimentando un folto pubblico di appassionati? È da domande come questa che Luca Rota è partito per scrivere il suo ultimo libro “Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne”.
Nato nel 1971 a Lecco, Rota abita sulle Prealpi Bergamasche, “esattamente a metà strada tra civiltà e natura”. Ad oggi ha pubblicato tredici libri nei quali esplora la relazione tra i territori, i luoghi, le genti che li abitano e i paesaggi che ne derivano. “Tutto è nato dalla mia passione per l’esplorazione delle montagne – racconta lo scrittore – camminando in lungo e in largo per le Alpi mi sono spesso trovato di fronte a questi enormi muri di cemento e ho iniziato a domandarmi perché quelli che potrebbero essere considerati degli ecomostri esercitano ancora un grande fascino su molte persone”.
Come sottolinea Rota le dighe rappresentano in maniera emblematica il processo della conquista da parte dell’uomo sulle vette alpine: “La diga nella sua rudezza deve cercare un equilibrio altrimenti può succedere quel che è successo con il Vajont. Studiarle, anche dal punto di vista antropologico, aiuta a capire com’è cambiata nel corso del tempo la relazione fra l’uomo e queste montagne”.
Solo sul versante italiano delle Alpi, fra grandi e piccole, le dighe sono più di 530. Molte altre sono costruite in Svizzera, Austria e Francia. “Oggi il sentimento verso le dighe è cambiato radicalmente – sottolinea Rota – la montagna sta cambiando sotto i colpi dei cambiamenti climatici. La tragedia del Vajont ha decretato la fine dell’epoca d’oro delle grandi dighe italiane sulle Alpi”. Una delle ultime grandi dighe è quella del Chiotas (in provincia di Cuneo in Piemonte) terminata nel 1978.
Un tempo queste grandi opere erano il simbolo del dominio tecnico dell’uomo sulla natura, portavano lavoro ed energia (e quindi prosperità) nelle depresse vallate alpine: oggi però il contesto è cambiato e da molti queste strutture non sono più ritenute compatibili con l’ambiente.
Eppure l’emergenza legata alla siccità ha fatto rispuntare fuori dal cassetto vecchi progetti. “La costruzione di nuove dighe deve essere assolutamente ponderata – dice Rota – quella del Vanoi è un esempio, mi pare che si tratti più di una proposta utile alla propaganda politica. Curioso poi che ad affrontarsi siano due amministrazioni della stessa area politica, anche se in questo caso si parla più di interessi locali che di una vera e propria convenienza industriale”. Da un lato infatti c’è il Veneto del leghista Luca Zaia che vorrebbe costruire la diga, dall’altra la Provincia di Trento guidata dalla Lega che invece si oppone.
Nel frattempo in Svizzera il settore dell’idroelettrico potrebbe vivere una seconda epoca d’oro. Il Governo della Confederazione ha individuato 15 progetti strategici i cui impatti ambientali sono stati giudicati “sopportabili” ma che contribuiranno in maniera decisiva ad aumentare la produzione di energia. Fra questi c’è la costruzione di un nuovo muro di contenimento per la diga Spitallamm che quando sarà terminato, entro il 2025, raggiungerà i 113 metri d’altezza per un costo di 125 milioni di franchi (quasi 128 milioni di euro).
Per la verità il progetto iniziale prevedeva un muro più alto di 23 metri rispetto al bacino attuale, tuttavia questa variante è stata bloccata per via delle preoccupazioni legate alle possibili ricadute ambientali dell’opera. Insomma, anche in Svizzera il dibattito è aperto.













