L'impresa di Natale di Julius Kugy: il 25 dicembre del 1900 scalò, per la prima volta in inverno, lo Jalovec. Dalla tragedia sfiorata alla gioia immensa
Nel giorno di Natale di 125 anni fa andava in scena la prima, storica, scalata invernale al monte Jalovec, sulle Alpi Giulie, da parte di Julius Kugy e del suo gruppo, un'impresa che per poco non finì in tragedia, ma che avrebbe aperto la strada verso l'alpinismo invernale

TRIESTE. In questo giorno di Natale ricorrono 125 anni esatti da un'impresa forse poco nota ma fondamentale per la storia dell'alpinismo, una scalata che avrebbe aggiunto un tassello essenziale alla grande questione delle esplorazioni verticali delle Alpi d'inverno.
Il 25 dicembre del 1900 infatti, Julius Kugy, botanico, grande cantore e pioniere delle montagne vissuto tra Otto e Novecento, conduceva la prima, storica scalata invernale del monte Jalovec (chiamato da Kugy "Jalouz"), una vetta delle Alpi Giulie che con i suoi 2.645 metri sovrasta la Val Trenta tra il Mangart e il Tricorno, ed è oggi la terza cima più alta della Slovenia, non distante dal confine italiano.
A quel tempo l'esplorazione alpina era una pratica consolidata, le vette più imponenti erano già tutte conquistate, raccontate e divulgate. Gli inglesi avevano di fatto inaugurato la fotografia in montagna sul Cervino a metà dell'Ottocento, la scuola dei pittori francesi come quella del neoimpressionismo era arrivata anche in Italia dove si sarebbe evoluta nel divisionismo di fine secolo, che nei suoi esponenti più illustri come Giovanni Segantini, nato ad Arco, avrebbe fatto della montagna non solo un contesto, ma un soggetto primario da indagare.
La montagna veniva vista nel suo placido quotidiano, ma al contempo temuta come luogo di morte, basti pensare all'ultima opera dello stesso Segantini del “Trittico delle Alpi”, dove lo spazio della tela viene prepotentemente dominato da un elemento fino a quel momento poco esplorato, tanto nella pittura quanto nella vita della gente comune: l'inverno alpino, sotto forma di neve bianca e gelo, che non lascia scampo.
L'ultima opera, dicevamo, perché Segantini morì ultimandola nel 1899, mentre dipingeva sul monte Schafberg, oggi in Austria e all'epoca parte dell'impero austriaco, un anno prima della scalata natalizia allo Jalovec di Kugy, che dell'impero era suddito.
Dunque l'alta montagna d'inverno rimase a lungo un tabù, e fino a quel momento di alpinismo nella stagione fredda ce n'era stato davvero poco e perlopiù sul “facile”. C'era stata ad esempio la salita sulle Occidentali all'Uja di Mondrone, poco meno di tremila metri, il 24 dicembre del 1874, prima salita invernale italiana di sempre compiuta da Martelli e Vaccarone, la cui difficoltà tuttavia era di molto inferiore a quella che si presentò a Kugy e compagni nella prima invernale allo Jalovec sedici anni dopo.
L'avventura inizia quasi per caso, è la montagna che chiama. Julius Kugy ha 42 anni, l'età della perfetta commistione tra forza ed esperienza, e conosce bene lo Jalovec, lo ha salito d'estate. L'idea di tentare in inverno arriva dalla proposta insistente del suo amico e compagno di corda Antonio Krammer, alpinista triestino e vicepresidente della Società Alpina delle Giulie, che trova in Kugy una sponda favorevole. Si andrà in un giorno festivo, Kugy ha fatto ormai da tempo una scelta chiara, non può dedicare la sua vita professionale alla montagna, l'azienda di famiglia è un onere a cui non può sottrarsi, in montagna ci va nei momenti liberi, e quale momento è migliore del giorno di Natale.
Tempo di organizzare il piano d'azione e alle prime luci del 25 dicembre un gruppo eterogeneo parte da Kronau, Kranjska Gora, alla volta della cima dello Jalovec. Oltre a Kugy e Krammer c'è anche Graziadio Bolaffio da Trieste e due guide locali, Oitzinger e Jože Komac.
E' un gruppo assortito in modo unico per il periodo, un gruppo che parla tedesco, sloveno e italiano. Nell'epoca dei nazionalismi e dell'irredentismo, Kugy stringe amicizie fraterne tanto con i suoi compagni quanto con le guide, è la straordinarietà mai abbastanza celebrata di questa figura epocale che ancora oggi rimane un esemplare modello sovranazionale, basti pensare che Bolaffio (di fede irredentista) morirà nel 1932 cadendo dalle scale della casa di Kugy, o che lo stesso Kugy, da anziano, scriverà un libro dedicato ed intitolato alla guida Oitzinger. Non c'è spazio per la politica quando si entra nel regno della montagna.
La giornata viene descritta dal resoconto di Kugy come caratterizzata da un tempo splendido e un cielo terso, in cui il gruppo inizia a sperimentare gioie e dolori del muoversi con il freddo. Se da un lato i nevai sembrano infiniti e costringono la progressione a una lentezza esasperante, a causa della neve che arriva alle ginocchia, dall'altro l'impressionante canalone nord-est dello Jalovec risulta più facile che d'estate, poiché il freddo e la neve dura garantiscono una compattezza del brecciame che scongiura la caduta delle pietre.
I cinque raggiungono la vetta alle ore 14 ed è un momento di piena gioia fatta di semplicità, d'altronde più l'uomo si eleva verso l'alto, più si depura del superfluo. Tuttavia farà buio presto e il tempo a disposizione è poco, giusto quello di scattare una fotografia che diventerà iconica (Melania Lunazzi ne ha scritto su Lo Scarpone raccontandone la storia ed è conservata all'Archivio fotografico Società Alpina Friulana) che ritrae da sinistra verso destra, Oitzinger, Bolaffio, Kugy al centro e Komac all'estrema destra. Manca Krammer poiché è colui che scatta la foto, si vede tuttavia la sua piccozza che troneggia al centro.
La discesa è più pericolosa della salita, un mantra che in montagna si ode di frequente. E infatti, poco sotto la cima, per poco non avviene il patatrac. I cinque sono legati in cordata gli uni agli altri, in questa fase Kugy chiude la fila assieme a Jože Komac poiché è forse il più corpulento del gruppo e in caso di caduta sarebbe più complesso per i compagni tenere botta. Ma è sicuro, tranquillo, conosce la via, quando inaspettatamente Bolaffio scivola su di un tetto infido e, come fosse un domino, tutti iniziano a scivolare verso l'abisso.
Solo la fortuna e la prontezza di Jože Komac a puntellarsi con i piedi su una roccia evitano una tragedia, in una vicenda che, come ricorda Kugy, per dinamiche somiglia a quella accorsa alla cordata di Edward Whymper sul Cervino nel luglio del 1865, che ebbe però esito fatale.
Quando arrivano al canalone che porta a valle sono le 17 ed è ormai buio pesto, accendono le lanterne che vengono viste fino al paese sottostante, sembra una sfilata verticale di luminose al buio e nella neve, è una suggestione che ci ricorda che in fin dei conti è pur sempre il giorno di Natale.
Giunto a valle, Julius Kugy, "rinato alla vita", si volta un'ultima volta verso lo Jalovec e scrive: "...il suo corno nero s'elevava alto verso le stelle. "Ringrazia la mia generosità" mi disse".












