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Cent'anni fa il Trattato di Saint-Germain-en-Laye: Trento diventa italiana

A pochi chilometri da Parigi si sanciva la dissoluzione dell'Impero asburgico, concedendo all'Italia la maggior parte dei territori promessi nel Trattato di Londra del 1915. La mancata applicazione per intero del patto avrebbe rinfocolato il nazionalismo italiano, gettando le basi per le rivendicazioni fasciste. Il Tirolo veniva diviso, dal Brennero in giù era Italia

Di Davide Leveghi - 10 settembre 2019 - 11:49

TRENTO. “Questo impero è destinato ad andare in rovina”, profetizzava un personaggio di Joseph Roth nel suo magnifico La marcia di Radetzky. La guerra avanzava a ondate sul fronte orientale, gli sterminati campi e le paludi della Galizia si tingevano di rosso, dai più remoti angoli dell'Impero affluivano senza sosta i treni carichi di nuova carne da cannone.

 

Pure il nostro angolo dell'Impero era destinato a incamminarsi verso un futuro dalle tinte diverse, tricolori. Cent'anni fa, quando la guerra era giunta al termine e la sconfitta degli Imperi centrali era stata determinata, sui tavoli di Versailles le potenze vincitrici siglavano gli accordi per sancire ufficialmente lo smembramento della monarchia asburgica. La carta politica d'Europa accoglieva nuovi Stati, la Cecoslovacchia, l'Ungheria indipendente, la Jugoslavia, l'Austria, ricostituiva la Polonia dopo due secoli dall'ultima spartizione e concedeva al Regno d'Italia gran parte dei territori promessi nel Trattato segreto di Londra dell'aprile 1915.

 

L'accordo firmato dal ministro degli Esteri dell'epoca Sidney Sonnino, con cui si scavalcava in maniera illegittima il Parlamento e si tradiva la maggioranza neutralista presente nell'opinione pubblica, sarebbe rimasto segreto fino al 1917, quando i bolscevichi resero pubblici tutti i trattati. Le potenze dell'Intesa, a cambio dell'entrata in guerra del Regno d'Italia contro le potenze centrali, promettevano il Tirolo fino al Brennero, Trieste e la Venezia Giulia, l'Istria e parte della Dalmazia.

 

Il mancato assegnamento della Dalmazia, territorio in cui gli equilibri etnici pendevano nettamente a favore delle campagne slave, mentre la presenza italiana era in maggioranza borghese, avrebbe costituito il cuore del mito della “vittoria mutilata”, su cui nazionalismo e fascismo avrebbero marciato e fatto fortuna. Alla guida di alcuni reparti ribelli, il poeta Gabriele D'Annunzio avrebbe invece condotto un movimento eterogeneo, composto pure da figure dell'interventismo democratico – erano presenti due tra i futuri leader della Resistenza socialista trentina, Gianantonio Manci e Gigino Battistiannettendo temporaneamente Fiume all'Italia.

 

A Saint-Germain-en-Laye si chiudeva il processo risorgimentale, giungendo ad esiti che difficilmente possono trovare una coerenza coi principi che guidarono l'unificazione italiana. Per la prima volta, il Regno sabaudo incorporava popolazioni non italofone, promettendo seppur genericamente il rispetto ed il mantenimento delle loro istituzioni e dei costumi. Ma se nel Tirolo Cisalpino – così chiamato sulla scia del nome napoleonico – la popolazione tedescofona riceveva inizialmente una maggiore attenzione, a Est gli slavi soffrivano la montante marea nazionalista, tradizionalmente forte nelle roccaforti cittadine a maggioranza italiana. Nessuno dei territori annessi, inoltre, veniva interrogato con un referendum sul desiderio di entrare a far parte del Regno, così come avvenuto nella seconda metà del secolo precedente. 

 

Dal lavoro infaticabile del nazionalista roveretano Ettore Tolomei, cominciato molto prima del conflitto, nasceva l'Alto Adige, che come un abile sarto cucì sulle spalle del territorio tra il Brennero e Salorno il nuovo abito italiano. A Bolzano si infieriva così la “ferita originaria”, mai superata dalla minoranza tirolese. A Trento come a Trieste i governatori militari avrebbero assunto il controllo del territorio, pronti a lasciare a dei commissari civili il compito di integrare e gradualmente trasformare funzionari e istituzioni ponendole al servizio del re.

 

L'annessione venne formalizzata solo 16 giorno dopo, quando già da tempo il Commissario civile Luigi Credaro aveva sostituito il generale Guglielmo Pecori-Giraldi alla testa della nuova regione della Venezia Tridentina. Il suo lavoro, avversato da più fronti, sbatté definitivamente nell'ottobre '22 contro la crescente influenza fascista, che di forza e con la colpevole inerzia liberale dava assalto con successo alle istituzioni democratiche.

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