Quando per combattere la grandine i contadini bombardavano il cielo coi razzi: ''Tre uomini fatti a pezzi a Serravalle, 1 a Calliano, altri mutilati. Era inutile, ma ci si provava''
Il ricordo di Leonello Letrari in Viti e vini di una vita: ''Li trovavi conficcati nelle recinzioni dei campi, ma anche sui tetti delle case poco lontane le rampe di lancio. La superstizione era dura a morire. Per spostare l’onda malefica del temporale e far scaricare in montagna il carico di grandine, prima dell’uso dei razzi ... si suonavano le campane! E si bruciavano i fasci di ulivo. Ma se grandinava e avevi piantato mezzo quintale di mais eri alla fame''

TRENTO. Le bizze del meteo, timori e azioni contadine per cercare di mitigare drammatiche devastazioni sulle colture. Specialmente nei periodi di siccità alternati a improvvisi violenti temporali. L’agricoltura 2.0 rispetta protocolli e si affida a polizze assicurative. Usando ogni strumento satellitare per interpretare l’evoluzione di ogni perturbazione ambientale. Ma negli anni ’60 del secolo scorso era tutt’altra cosa. Quando minacciava grandine… si mirava al cielo. Con cariche esplosive.
Se lassù, tra le nuvole si formava il ghiaccio, partiva una sorta di guerra. Un bombardamento incessante di razzi antigrandine. Cariche sparate il più possibile in alto, botti assordanti, pericolosissimi, direi solo minacciosi. Perché fermare, rompere le nubi gravide di ghiaccio era impossibile. Sparare non serviva a nulla. Lo pensavano in tanti, ma – quasi per scaramanzia – si continuava a ‘bombardare’. Rischiando la pelle. Questo il ricordo di Leonello Letrari, patriarca del buon vino lagarino, testimonianza custodita in un libro - Viti e vini di una vita - pubblicato nel 2010, pochi anni prima della sua morte. Rievocazioni, aneddoti, pensieri per tramandare la dedizione alle colture agricole che Leonello Letrari ha voluto trasmettere per onorare fatiche di un tempo, tra speranze e molte delusioni.
Lui, comunque è riuscito a produrre vini memorabili - il Fojaneghe, primo vino rosso di stampo bordolese presentato in Italia già nel 1961, poi l’elaborazione dell’Equipe 5, spumante pioniere del Trento DOC - rispettando sempre consuetudini rurali apprese nella sua terra natia, a Borghetto d’Avio, in una casa situata proprio sull’allora confine italo asburgico.
Ecco come ricorda la lotta antigrandine.
Rampe di lancio per razzi che dovevano sfondare lassù, ad oltre mille metri di quota, postazioni realizzate empiricamente, su trabiccoli di ferro, instabili, insicure. Per tutti. Rampe disseminate tra i campi, nelle zone più soggette alla grandine. Stime e previsioni ‘a naso’, nessun supporto scientifico o meteorologico.
Numerosi i feriti, anche gravi. Tre contadini sono stati fatti a pezzi dallo scoppio accidentale di un razzo a Serravalle, un viticoltore a Calliano e qualcuno mutilato. Lanci sbagliati, razzi inesplosi. Li trovavi conficcati nelle recinzioni dei campi, ma anche sui tetti delle case poco lontane le rampe di lancio. Uno s’è conficcato nel radiatore di una stanza d’albergo. Senza esplodere. Un miracolo.
La superstizione era dura a morire. Per spostare l’onda malefica del temporale e far scaricare in montagna il carico di grandine, prima dell’uso dei razzi ... si suonavano le campane! Chiese, cappelle, tempi rupestri, campane dei palazzi, tutte in azione, rumore, suoni ritmati, apparentemente assordanti, sperando in benefiche onde sonore, in grado di forzare l’impeto grandinifero del maltempo. E ancora. Fasci di rami d’ulivo – le ‘olivèle’ – bruciati in bracieri davanti casa, fumi accompagnati da preghiere, una specie di sacrificio scaramantico, sperando che lassù, Lui placasse l’impeto, risparmiasse le piantagioni, i raccolti.
I contadini, il sabato santo, vigilia di Pasqua, andavano in chiesa con vere e proprie fascine di rami d’olivo. Altro che rametti, ora segno di pace o da appendere quasi per vezzo sulle porte di casa. Fasci grossi così, pesanti, da poter usare più volte, sperando comunque nell’inutilità, Se li procuravano negli oliveti, durante la potatura primaverile. ‘Olivèle’ in quantità, da portare a casa, da bruciare in caso di pericolo. Quasi tutti speravano nei miracoli. Non mi vergogno a dire che mio padre, quando la grandine era certa, badava poco ai fumi del braciere che attivava la moglie. Bestemmiava, imprecando contro la sfortuna, mentre mia madre piangeva sconsolata. Forse più per i danni del raccolto che per le imprecazioni. Chissà….
La paura dell’ignoto, del domani, era davvero radicata. Ubbie, paure vane.
Un esempio: si doveva sempre conservare qualcosa di fresco, per future esigenze alimentari. Così si consumavano solo fagioli secchi, fatti rinascere dopo una notte d’ammollo in acqua. Io – ma anche mio padre – non riuscivo a capire perché, con i fagioli freschi, appena raccolti, bisognasse mettere in pentola quello dell’anno precedente. Ma, c’era sempre il solito ma: non si sa mai, magari la carestia, magari la grandine o le gelate, la siccità…. Bisogna ammettere che nelle annate storte, tutto andava davvero perduto. Se non pioveva, potevi fare tutte le novene o rogazioni possibili. Ma se grandinava e avevi piantato mezzo quintale di mais non raccoglievi nemmeno la medesima quantità. Ed eri alla fame.












