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Il "corpo separato" della Nazione: quando la legislazione razziale fascista escluse i professionisti ebrei dagli albi

Ottantuno anni fa il regime fascista approvava una legge che escludeva i liberi professionisti di religione ebraica dagli albi professionali. Era un'altra tappa verso la discriminazione razziale di pochi e ben integrati cittadini, rinchiusi in un "corpo separata" dal resto della Nazione. Tra questi, i giornalisti non potevano più esercitare 

Di Davide Leveghi - 29 giugno 2020 - 11:48

TRENTO. “Le razze umane esistono”, “la popolazione dell'Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana”, “esiste ormai una pura 'razza italiana'”, “è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”, “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. Era il 5 agosto 1938 quando nella prima pagina del primo numero de La difesa della razza, principale organo promotore della discriminazione razziale, si elencavano in breve i punti cruciali della nuova dottrina sancita dagli scienziati fascisti.

 

“Sotto l'egida del Ministero della Cultura Popolare – si legge nell'intestazione dell'elenco – un gruppo di studiosi fascisti docenti nelle Università italiane ha fissato nei seguenti termini quella che è la posizione del Fascismo nei confronti dei problemi della razza”. Una posizione, in realtà, che aveva già cominciato a definirsi, se nelle colonie un primo nucleo di legislazione razziale aveva già scavato le prime differenze fra coloni e colonizzati. Nel 1938, però, il “Manifesto degli scienziati razzistiinaugurava la stagione delle leggi razziali, indirizzate a fissare i caratteri della Nazione italiana secondo criteri di “purezza” - non senza ricorrere ad argomentazioni al limite del ridicolo, come al punto 5.

 

 

Dal luglio 1938, infatti, il clima nel Paese cominciava a farsi sempre più pesante per i cittadini di religione ebraica. Il 5 settembre 1938, dopo che la rivista del razzismo italiano ha già stabilito quale direzione abbia preso il regime, usciva la prima legge anti-ebraica, con cui studenti e professori di religione giudaica venivano esclusi e relegati a “classi speciali”. La discriminazione razziale, passata dalle colonie alla metropoli, veniva fissata secondo una “dichiarazione” approvata dal Gran Consiglio del Fascismo nell'ottobre dello stesso anno - mentre il 18 settembre, a Trieste, Benito Mussolini annunciava al popolo italiano che "l'ebraismo mondiale è stato durante 16 anni, malgrado la nostra politica, un nemico irreconciliabile del fascismo".

 

Divieto di contrarre matrimonio con appartenenti a “razze non ariane”, espulsione degli ebrei stranieri, definizione dell' “appartenenza o meno alla razza ebraica” e prime forme di esclusione dalla vita pubblica venivano affermate dal massimo organo del regime, mentre a colpi di regi decreti si sanzionava la separazione dei pochi ebrei italiani, da secoli integrati nel tessuto sociale della penisola, dal resto della società (fascistizzata). Esclusi dalla vita pubblica, espunti dal mondo economico, gli ebrei italiani subivano anche il depennamento dagli albi professionali.

 

Capo I - Disposizioni generali
Articolo 1
L'esercizio delle professioni di giornalista, medico-chirurgo, farmacista, veterinario, ostetrica, avvocato, procuratore, patrocinatore legale, esercente in economia e commercio, ragioniere, ingegnere, architetto, chimico, agronomo, geometra, perito agrario, perito industriale, è, per i cittadini appartenenti alla razza ebraica, regolato dalle seguenti disposizioni.

 

Articolo 4
I cittadini italiani di razza ebraica non discriminati, i quali esercitano una delle professioni indicate dall'Art. 1, esclusa quella di giornalista, potranno essere iscritti in elenchi speciali secondo le disposizioni del Capo II della presente legge, e potranno continuare nell'esercizio professionale con le limitazioni stabilite dalla legge stessa.

 

Il 29 giugno 1939, infatti, la “Disciplina dell'esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica” diveniva legge determinando da una parte l'esclusione dei cittadini ebrei da importanti professioni con ricadute pubbliche (giornalismo, diritto) e dall'altra relegandoli a “elenchi speciali”. Ogni tutela nei loro confronti, con un mondo sindacale anche in questo caso già da tempo addomesticato dal regime, veniva meno; la creazione di “un corpo separato”, definita.

 

Articolo 5
Gli iscritti negli elenchi speciali professionali previsti dall'Art. 4 cessano dal far parte delle Associazioni sindacali di categoria giuridicamente riconosciute, e non possono essere da queste rappresentati. Tuttavia si applicano ad essi le norme inerenti alla disciplina dei rapporti collettivi di lavoro.

 

Articolo 25
È vietata qualsiasi forma di associazione e collaborazione professionale tra i professionisti non appartenenti alla razza ebraica e quelli di razza ebraica.

 

Il regime fascista, al di là dell'avvicinamento militare alla Germania di Hitler decretato ufficialmente solo nel maggio del 1939 con la firma del cosiddetto "Patto d'acciaio", compiva un altro passo verso la fascistizzazione completa della società, verso la costruzione di quell'Italiano Nuovo che avrebbe dovuto regalare finalmente alla penisola il ruolo nel mondo che "le spettava di diritto". Impegnato in prima persona nella promozione di una "coscienza della razza", v'era anche il futuro segretario del Movimento sociale italiano Giorgio Almirante, segretario di redazione della principale rivista razzista, La difesa della razza, appunto. Attivo nel mondo pubblicistico anche dopo l'8 settembre 1943, quando assunse importanti cariche nella neonata Repubblica sociale italiana, fu testimone del definitivo stadio raggiunto dal fascismo nella dottrina razziale: gli ebrei italiani, discriminati per legge, divenivano oggetto di una vera e propria persecuzione, trascinati assieme a diverse comunità d'Europa verso i campi di concentramento e sterminio.

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