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Le distorsioni della memoria di una barbara rappresaglia: le Fosse Ardeatine, simbolo della tragedia italiana nella Seconda Guerra Mondiale

Il 24 marzo 1944, come atto di rappresaglia all'attentato di via Rasella del giorno prima, i comandi tedeschi, con l'aiuto delle autorità fasciste repubblicane, ordivano la fucilazione di 335 uomini nelle cave di pozzolana di via Ardeatina. Come scrisse Vittorio Foa: "Si uccidevano uomini che non c'entravano nulla solo perché erano dei numeri da completare per eseguire l'ordine"

Di Davide Leveghi - 24 marzo 2020 - 10:27

TRENTO. Delle nebbie hanno avvolto per decenni l'episodio dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui per rappresaglia ad un attentato messo in atto dai Gap romani vennero prelevati e assassinati nelle cave di pozzolana di via Ardeatina 335 persone. Una fitta cappa ne ha confuso i contorni dei protagonisti coinvolti, delle intenzioni, delle finalità.

 

Scrive lo storico Alessandro Portelli: “Questo rifiuto di credere ai fatti così come sono andati dipende soprattutto dal fatto che, così come sono andati, i fatti sono letteralmente incredibili. Proprio la necessità di inventarsi altre storie dimostra che la cruda razionalità civilizzata e moderna delle Fosse Ardeatine è l'epitome dell'assurdo”.

 

Assurda fu la successiva ricostruzione dei fatti, il senso comune che fece capolino tra i romani, cavalcato dai fascisti prima e rimasto strisciante nella popolazione poi, sfoderato all'uopo dalla Guerra Fredda in avanti come arma ideologica: l'eccidio “fu responsabilità dei comunisti”, “non ebbero il coraggio di consegnarsi, di pagare le conseguenze dell'attentato, lasciando morire al loro posto degli innocenti”, “la colpa è di chi mise la bomba”.

 

Frasi che vanno a corollario di un attacco alla moralità della Resistenza, accuse che puntano a infangare una vicenda dove l'unico atto barbaro – nella barbara logica della guerra – fu lo scaricare sulla popolazione i disumani effetti di un altrettanto disumano principio: 1 tedesco vale 10 italiani, 1 soldato equivale a 10 civili.

 

L'eccidio delle Fosse Ardeatine venne deciso nella notte dopo l'attentato, senza che venisse decretata alcuna condizione di consegna da parte dei partigiani responsabili d'aver architettato e piazzato la bomba in un carretto di via Rasella, nella capitale. Fu un freddo calcolo il cui scopo era terrorizzare la popolazione civile, dimostrare che i soldati tedeschi e i loro accoliti fascisti non potevano essere toccati, specie in quella che a quel momento era la retroguardia.

 

Il giorno prima, nel pomeriggio del 23 marzo 1944, una potente carica di tritolo collocata in un carretto della spazzatura deflagrava al passaggio di una compagnia del battaglione Bozen in una via del centro di Roma. 33 poliziotti, tutti sudtirolesi arruolati in uno dei battaglioni costituiti nell'ottobre '43 e inviati a Roma con compiti di ordine pubblico, rimanevano uccisi.

 

L'attentato, organizzato a lungo dai Gap – i Gruppi di Azione patriottica – fu seguito dall'immediata rappresaglia. Su ordine diretto del Führer i vertici romani delle SS decisero di mettere in atto una vendetta esemplare: per ogni soldato tedesco morto sarebbero stati uccisi 10 italiani. Nella notte, così, il maggiore Herbert Kappler, comandante del Sicherheitdienst di Roma, i servizi segreti delle SS, e Pietro Caruso, questore della città occupata, indicarono chi eliminare.

 

Ebrei, detenuti politici, detenuti comuni, persone rastrellate sul luogo dell'attentato; aristocratici e popolani, antifascisti d'ogni provenienza ed ex-fascisti, giovani e vecchi, tutti furono rappresentati in quell'orribile rappresaglia, tutti unificati nella penosa sorte, portati a gruppi nelle cave, uccisi con un colpo alla testa, sotterrati da uno strato di immondizia e dalle pietre del tetto delle gallerie fatte saltare con l'esplosivo – cosa che rese ancor più pietosa l'esumazione delle salme. “Si uccidevano gli ebrei perché erano ebrei, non per quello che pensavano e facevano – scrisse Vittorio Foa – si uccidevano gli antifascisti per quello che pensavano e facevano, si uccidevano uomini che non c'entravano nulla solo perché erano dei numeri da completare per eseguire l'ordine”.

 

Via Rasella e le Fosse Ardeatine contengono in sé il nocciolo della tragedia italiana nella Seconda Guerra Mondiale. Persino un frammento della storia di confine di popoli e terre annessi de facto al Reich dopo l'8 settembre: a morire dilaniati dalla bomba in via Rasella furono 33 sudtirolesi, a lungo disconosciuti nella loro origine di una terra contesa, tragici protagonisti nella tragedia – i commilitoni del battaglione Bozen, per motivi religiosi, si rifiutarono di partecipare alla rappresaglia.

 

La memoria dell'eccidio sarebbe stata come detto oggetto di lunghe diatribe, che tutt'ora riaffiorano, scaricando su chi scelse di rischiare la propria vita per sabotare e combattere l'occupazione la reale responsabilità della strage, tutta ascrivibile ai comandi nazisti in Italia e alla collaborazione fascista repubblicana. A differenza di quanto non avvenne in altre stragi nazifasciste in Italia, sepolte nel dimenticatoio di armadi della vergogna, questo simbolo della tragedia italiana nella Seconda Guerra Mondiale trovò giustizia, seppur lenta, nella condanna dei suoi ideatori ed esecutori.

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