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Esegesi di un discorso di propaganda: l'inevitabile svolta antisemita del fascismo

Con il discorso di Trieste del 18 settembre 1938 Mussolini annunciava per la prima volta pubblicamente la promulgazione delle leggi razziali. Dalle colonie si passava così alla metropoli, adattando le norme create per gli abitanti dei territori oltremare al nemico interno per antonomasia, gli ebrei

Di Davide Leveghi - 18 settembre 2019 - 19:19

TRENTO. “L'ebraismo mondiale è stato durante 16 anni, malgrado la nostra politica, un nemico irreconciliabile del fascismo”. Concludeva così, Benito Mussolini, il suo intervento, tenuto il 18 settembre 1938, davanti alla folla osannante di Trieste.

 

 

L'importante porto giuliano, da sempre ospitante una nutrita comunità ebraica, ben inserita nella borghesia cittadina e sostenitrice convinta del nazionalismo italiano, diveniva il teatro del primo discorso pubblico in cui il capo del fascismo presentava al popolo italiano l'ulteriore passo compiuto dalla legislazione razziale italiana, avvicinando definitivamente il Regno d'Italia alla Germania hitleriana.

 

“Nei riguardi della politica interna, il problema di scottante attualità è quello razziale – esordiva - anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni o peggio a suggestioni sono dei poveri deficienti – risate divertite della folla - ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all'improvviso come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni”.

 

L'Italia fascista, come il regime teneva ad evidenziare, si differenziava nella sua politica antisemita dalla Germania nazista e dalla sua concezione genetica. Il tradizionale antisemitismo cattolico accompagnava semmai quell'evoluzione inevitabile del razzismo fascista cristallizzato nel codice civile durante la conquista imperiale dell'Etiopia.

 

In Africa il regime stabiliva per legge la superiorità dei bianchi sui neri, punendo pratiche come il madamato e cercando di disincentivare il meticciato. La stessa popolare canzone “Faccetta nera” cadeva in disgrazia a causa della sua celebrazione dell'unione tra popolo italiano (conquistatore e civilizzatore) ed etiope (selvaggio e sottomesso).

 

È in relazione con la conquista dell'Impero, poiché la storia ci insegna che gli imperi si conquistano con le armi ma si mantengono con il prestigio, e per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno, la nostra posizione è stata determinata da questi incontestabili dati di fatto”, annunciava tronfio il “duce” del fascismo.

 

Una situazione che non poteva che portare ad un'evoluzione in senso antisemita – al termine indigeno si sostituì quello di ebreo - rivolgendo quella stessa legislazione razziale alla metropoli, colpendo così una componente interna alla popolazione della penisola da sempre capro espiatorio perfetto della narrazione vittimistica e paranoica del nazionalismo ma fino a quel momento al di fuori delle luci dei riflettori per gli scarsi numeri che la componevano – la comunità ebraica italiana contava tra le 50mila e le 70mila unità, ed era perfettamente integrata nella società italiana.

 

Alcuni ebrei parteciparono alla “rivoluzione fascista”, entusiasti per la carica anticlericale del primo fascismo. Margherita Sarfatti, amante e fervida sostenitrice di Mussolini, ne scrisse pure una biografia dai toni celebrativi, salvo poi fuggire una volta promulgate le leggi razziali, a partire dal luglio 1938.

 

La legislazione antisemita italiana si caratterizzava per la sua natura discriminatoria e non persecutoria. Una mancanza a cui l'istituzione della Repubblica sociale 5 anni dopo avrebbe tragicamente ovviato.

 


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