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Il dovere d'arginare l'apologia: mentre propone la cittadinanza onoraria a Segre, il Comune di Verona vuole dedicare la via a un antisemita e fucilatore

Mentre il Giorno della memoria s'avvicina, il Comune di Verona ha ben pensato di conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre e di dedicare contemporaneamente una via a Giorgio Almirante, storico leader dell'Msi e capo redazione de "La difesa della razza". Antisemita, razzista e collaborazionista, fu figura di raccordo tra l'estrema destra eversiva e le istituzioni deviate durante lo stragismo. Impedirne l'ingresso nell'odonomastica è un dovere civico

Di Davide Leveghi - 26 gennaio 2020 - 20:04

TRENTO. In questo primo scorcio di nuovo decennio pare che il vento della rivalutazione storica non sia destinato a placarsi. Mentre la figura dello statista socialista Bettino Craxi rimane al centro del dibattito - nel ventesimo anniversario della sua morte in latitanza, lodato da svariati politici di tutti gli schieramenti, raccontato in chiaro scuro da un film, quello di Gianni Amelio, accusato da taluni di apologia - fantasmi ben più inquietanti fanno capolino negli spazi pubblici italiani.

 

A dare “spettacolo”, come spesso accade quando si parla di ammiccamenti o rivendicazioni di eredità fasciste, ci ha pensato il Comune di Verona, autore di una piroetta che ha del fenomenale. Nello stesso giorno, infatti, il sindaco Federico Sboarina, a capo di una coalizione di destra, ha comunicato la volontà (contemporanea) di concedere la cittadinanza onoraria alla senatrice a vita Liliana Segre, deportata e sopravvissuta all'Olocausto, e di intitolare una via allo storico segretario del Movimento sociale Giorgio Almirante, già giornalista della rivista razzista e antisemita La difesa della razza, firmatario del Manifesto della razza del 1938 – con cui si diede avvio alla segregazione degli ebrei italiani – e attivo collaboratore degli occupanti nazisti durante la Repubblica sociale.

 

La contraddizione in termini, tuttavia, non pare essere stata notata dalla Giunta, che per bocca del sindaco ha espresso la complementarietà delle due operazioni, non rinvenendo alcuna anomalia. “L'amministrazione ha voluto conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre per la sua storia personale e per il valore di ciò che rappresenta e ha votato la mozione per una via a Almirante, che è stato un uomo politico democraticamente eletto da milioni di italiani – avrebbe dichiarato Sboarina – non so cosa ci sia di anomalo visto che molte altre città d'Italia l'hanno già fatto. Come spesso accade a Verona si accendono purtroppo dibattiti strumentali che non aiutano il percorso di pacificazione”.

 

Ma cos'è la pacificazione di cui parla il sindaco di Verona? Come possono convivere nello spazio fisico e simbolico della città due operazioni del genere, dagli indirizzi tanto distanti e in contraddizione? E, soprattutto, i voti di “milioni di italiani” sono forse una legittimazione o un “bagno purificatore” di una figura tanto compromessa con un'ideologia antidemocratica e razzista?

 

A dare una prima risposta a questi quesiti ci ha pensato la stessa senatrice a vita, tirata per l'ennesima volta per la giacchetta da una politica più attenta alle sparate elettorali che al merito delle questioni. “Due scelte antitetiche per storia, logica ed etica - ha commentato seccamente – la città di Verona faccia democraticamente una scelta”. “Liliana Segre vuole il pensiero unico? – le ha fatto eco Alessandra Mussolini, intervistata da una radio locale a margine della discussione – così c'è il rischio che si trasformi da nonnina a strega di Biancaneve”.

 

Nella piroetta ben poco logica di una certa destra, molto attenta a sdoganare un passato vergognoso con oculate operazioni di “bilanciamento della memoria”, l'accusa di odio viene rovesciata su antifascisti e democratici, colpevoli di voler tappare la bocca a chi diffonde messaggi in contrasto con un supposto pensiero unico. L'antifascismo, derubricato ad espressione del politically correct e a ideologia dell'intolleranza, è stato superato nel discorso pubblico dalla tendenza a riconoscere la stessa dignità a chi combatté o soffrì l'oppressione fascista e a chi quella la difese o la teorizzò.

 

Accostandoci alle ricorrenze del Giorno della Memoria e del Giorno del Ricordo, in una fase dell'anno pregna dunque di un discorso memoriale (con tutti i suoi limiti) e civico, questo andamento risulta chiaro. Ma nell'operazione di Verona, non è il paradigma vittimario ad essere sfoderato un altro Comune veneto, Bassano del Grappa, aveva proposto il conferimento della cittadinanza a Liliana Segre, vittima del nazifascismo, a patto che si desse anche a Egea Haffner, protagonista della celebre foto simbolo dell'esodo giuliano-dalmata bensì lo sdoganamento ormai diffuso di figure indegne per il loro vissuto di entrare nel pantheon democratico nazionale.

 

Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte di una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c'è che un attestato colo quale si possa imporre l'altolà al meticciato e all'ebraismo: l'attestato del sangue”.

 

Era il maggio 1942 quando sul numero 13 della rivista La difesa della razza compariva l'articolo intitolato ...Ché la diritta via era smarrita..., in calce la firma del capo di redazione, Giorgio Almirante. Nato nella provincia di Parma da una ricca famiglia molisana, il futuro fondatore e segretario del Movimento sociale, sotto l'ala protettrice di Teresio Interlandi, aveva già il suo nome sin dalla giovane età al giornale fascista Il Tevere. Su spinta di Mussolini e dell'evoluzione razzista del regime, partecipava attivamente alla propagazione delle teorie antisemite, grazie proprio alla rivista in questione, uscita per la prima volta nell'agosto del 1938, anno della promulgazione della legislazione razziale

 

“Degli ebrei che in troppi casi cambiarono nome e si confusero tra noi, simulando d'essere italiani”, Almirante scrisse già nel primo numero della rivista - contenente il cosiddetto Manifesto della razza, firmato da numerosi esponenti del mondo accademico ed intellettuale (compreso Almirante) - in un articolo dedicato all'Editto di Caracalla, responsabile a suo modo di vedere dell'imbarbarimento dell'Impero romano e dunque della sua rovina.

 

Convinto assertore dell'antisemitismo e del razzismo fascisti, Almirante ebbe una diretta responsabilità nella diffusione e nella propaganda razziale, cosa che chiaramente non poté che provocargli imbarazzo nella successiva militanza politica alla guida del partito neo-fascista Msi. Fascista mai pentito, esponente di spicco della Repubblica sociale, regime fantoccio a servizio dell'occupante nazista nell'Italia centro-settentrionale, fu responsabile inoltre di un volantino distribuito nella provincia di Grossetto con cui si intimava ai soldati sbandati dopo l'8 settembre di consegnare le armi, pena la fucilazione (la questione fu al centro di un'annosa battaglia legale, persa dal segretario missino che negò a lungo l'autenticità del documento. Almirante non poteva permettersi di passare come un fucilatore, e pertanto un traditore, cosa che effettivamente venne ribadita dal tribunale).

 

Perno degli oscuri movimenti tra eversione di destra, settori deviati dello Stato e organizzazioni paramilitari segrete, Almirante avrebbe guidato un partito a lungo escluso dal cosiddetto “arco costituzionale”, formato da partiti collegati in diversa misura all'esperienza resistenziale. Protagonista assoluto del “fascismo in doppiopetto”, versione salottiera e “pulita” dell'ideologia mussoliniana, sarebbe entrato di diritto nel novero dei “riesumati” a partire dall'inizio degli anni 2000, venendo proposto tra mille polemiche o inserito nell'odomastica di diverse città.

 

Celebre e ciclica è la polemica sulla dedica di una via a Roma, mentre il suo nome già compare nelle targhe di Altomonte (CS), Rieti, Ragusa, Viterbo, Sutri (VT) e via dicendo, passando per Affile, comune in provincia di Roma già protagonista della costruzione nel 2012 di un sacrario al cittadino "illustre" Rodolfo Graziani, per cui il sindaco e due assessori sono stati condannati a 8 e 6 mesi di reclusione per apologia del fascismo.

 

È evidente come l'operazione del sindaco Sboarina, e di molti altri prima di lui, poco abbia a che fare con “pacificazione” e “democrazia”, e semmai si presti a una pretestuosa parificazione delle memorie e a un'inaccettabile rivalutazione di personaggi e ideologie antidemocratiche. Ci si permetta di dubitare, inoltre, che la dedica di una via ad Almirante contenga in sé la volontà di una parallela affissione di una targa riportante le frasi incriminate de La difesa della razza firmate dal segretario dell'Msi, come proposto da uno storico in provincia di Varese.

 

I “milioni di voti” ottenuti dall'Msi non sono una garanzia della sua democraticità, bensì il risultato di vent'anni di regime e delle permanenza nelle istituzioni e nella società di una componente in diretta continuità con il fascismo. Schiacciare il passato sul presente e dimenticare il contesto in cui si mosse Almirante ne hanno permesso una rivalutazione morale e politica, a cui giustamente una parte consistente della società veronese s'è opposta, rivendicando la centralità dell'antifascismo come garanzia di democrazia. Non c'è pertanto ingenuità o ignoranza in operazioni come questa - rasenti l'apologia - e se la simbologia continua a svolgere un ruolo essenziale anche nell'Italia liberale e repubblicana, è bene che ci sia argine al riemergere nello scenario pubblico di questi inquietanti fantasmi. 

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