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Belluno
07 giugno | 20:16

Picchiano un uomo in centro e filmano la violenza: lo smartphone rende i giovani incapaci di empatia? L’esperto: “Vivono come in un film in cui nulla ha conseguenze”

Dopo l’episodio di violenza ai danni di un egiziano in centro a Belluno, filmato dai ragazzi e diffuso su WhatsApp, Il Dolomiti ha interpellato lo psicoterapeuta Alberto Pellai su un aspetto in particolare: la spettacolarizzazione della violenza. “La vita online fornisce immagini, video, esperienze spesso violente e aggressive che sono ampiamente condivise in una logica di totale assenza di giudizio. Sembra che nulla abbia conseguenze e si tende a perdere sensibilità”

BELLUNO. In giorni in cui si continua a discutere dell’episodio di pestaggio da parte di alcuni ragazzi ai danni di un uomo egiziano in centro a Belluno (qui l'articolo), Il Dolomiti ha contattato Alberto Pellai (a sinistra nella foto in alto), medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva, per esaminare un aspetto non secondario emerso da questo fatto: la crescente spettacolarizzazione della violenza cui si assiste nel mondo digitale e, con esso, nella vita reale. 

 

Molto si è detto sulla vicenda, a partire dal tema del bullismo da noi recentemente affrontato con un’esperta (qui l’articolo). Quello su cui abbiamo voluto concentrare l’attenzione però è un altro dettaglio: i ragazzi hanno filmato la violenza, facendola poi girare su WhatsApp. Quando ciò accade, siamo di fronte non più solo a un atto di bullismo ma a una trasformazione della violenza in contenuto di intrattenimento.

 

La mediazione dello schermo sta cambiando la capacità dei giovani di provare empatia, in una sorta di 'anestesia emotiva' dove il dolore altrui diventa solo un contenuto da visualizzare?

 

“Ci sono tre meccanismi che determinano la perdita di quella sensibilità specifica che da sempre gli esseri umani provano rispetto a cose molto gravi. Il primo è la desensibilizzazione: lo schermo e la vita online forniscono immagini, video, esperienze spesso violente e aggressive ampiamente condivise nella totale assenza di giudizio e valutazione etica. Sembra cioè che nulla abbia conseguenze, perciò si tende a perdere sensibilità e la violenza viene normalizzata nelle nostre vite, online e non. C’è poi la glamourizzazione: spesso mostrare queste cose online, anziché innescare valutazioni negative, diventa occasione di popolarità e acquisizione di status. E tutto il tempo che i ragazzi passano in questo ambiente è tempo nel quale non lavorano sui codici etici e sull’acquisizione di un concetto di bene e male, cioè quei filtri che solitamente spingono a fermare le pulsioni violente perché ti hanno insegnato che è male. Infine, non avere dentro tutto ciò, e muoversi in territori con funzionamenti diversi dalla vita reale, spinge a vivere come in un film, riprendendo tutto in un copione da recitare di fronte al pubblico. In questa totale assenza di pensiero, non ci si rende però conto che rendere pubblica la violenza diventa una condanna nella vita reale”.

 

Il questore di Belluno ha parlato infatti di “assenza di consapevolezza”. Riguarda più le possibili conseguenze che il gesto in sé?

 

“Il punto è che tutto quello che vedi online non è percepito come portatore di conseguenze, ma serve solo a innescare una reazione fatta di like e condivisioni. Tutto ciò non si colloca nel principio giuridico ed etico della vita reale: come ho detto, è come guardare un film dentro il quale può accadere di tutto”.

 

Lei accenna alla popolarità. Un tempo l'atto violento cercava la complicità del gruppo, oggi l'obiettivo sono viralità e spettacolarizzazione. Che valore ha per gli adolescenti far circolare un video del genere?

 

“Diventare popolari è da sempre l’obiettivo del bullo, che cerca potere senza preoccuparsi di farlo tramite modalità disfunzionali. A ciò si aggiunge il tema dell’emulazione, si pensi al caso del professore di Parma aggredito: improvvisamente scopri che tutto il mondo parla di tuoi coetanei che hanno fatto qualcosa condiviso nei social. Tuttavia, sentirsi al centro di tale narrazione spinge a prendere in considerazione solo il fatto che si parlerà di me in un senso di apparente impunità, senza rendersi conto che, quando accadrà, arriveranno anche le conseguenze”.

 

C’è poi chi inoltra i video, diventando spettatore e complice della violenza. Come aiutare i giovani a sviluppare un istinto di protezione e indignazione digitale?

 

“Serve un lavoro di consapevolezza del fatto che già solo guardare e commentare significa diventare corresponsabili. L’online è davvero una vetrina dove si perdono i confini del reale entrando in altri, infiniti, nei quali il bullo ha bisogno di un pubblico. Se quest’ultimo lo condanna perde lo status di potere, se invece lo lascia fare e gli conferisce il diritto di farlo assorbe ancora di più una sensazione di onnipotenza. Quindi è fondamentale che il pubblico del digitale senta la corresponsabilità rispetto ciò cui viene esposto. Certo la prepotenza e la violenza sono premiate dall'algoritmo e questo porta la responsabilità anche a un livello più alto. Non possiamo immaginare che ambienti dove i nostri figli passano ore ogni giorno siano zone franche da regole etiche della vita reale, tanto da premiare divisività e ostilità con la logica dell’algoritmo che li governa”.

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