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Trento
08 marzo | 13:35

La storia di Camilla Pavana: "Il pallone è e sarà sempre il mio primo amore, ma ora guardo anche al futuro. E basta chiamarlo 'calcio femminile': è calcio e basta"

La calciatrice di Avio ha già girato mezza Italia, vestendo le maglie di Verona, Mantova, Chievo, Napoli, Cesena e Cittadella, ma in estate ha scelto di tornare in Trentino. "Con il Trento continuo a giocare a buoni livelli, ma adesso lavoro e ho ripreso a studiare. Il mio domani? Non in questo mondo, se non marginalmente. E' stato fatto tanto per migliorare il nostro sport, ma la strada è ancora lunga. Cambiare qualche regola per renderlo più spettacolare? Assolutamente no, siamo matti: sarebbe la prima forma di discriminazione"

La storia di Camilla Pavana: Il pallone è e sarà sempre il mio primo amore, ma ora guardo anche al futuro

TRENTO. "La cosa più pazzesca che ho fatto? Beh, quando sono andata a Napoli: pensate ad una giovane ragazza di Avio che prende armi e bagagli e si trasferisce nella città partenopea: un 'saltino" niente male. Però lo rifarei 10, 100, 1.000 volte: è stata un'esperienza incredibile".

 

Camilla Pavana ha da poco compiuto 25 anni ma, per inseguire la sua passione, ha già girato mezza Italia. Che fosse un talento lo si era capito sin da piccolina quando, praticamente l'unica ad Avio, aveva deciso di giocare a calcio ed era molto più brava praticamente di tutti i suoi compagni di squadra. Voleva fare la calciatrice, lo ha sempre pensato e ci è riuscita, prima di fermarsi e ragionare.

 

Il calcio "al femminile" continua ad essere il più classico dei "figli di un Dio minore": un'intera carriera in serie B (si parla di 10 - 15 anni d'attività) non basta infatti, al giorno d'oggi, ad un calciatrice per garantirsi un futuro sereno una volta smessa l'attività, come invece accade assolutamente in ambito maschile: nella serie cadetta ci sono atleti che arrivano a guadagnare anche 4-500mila euro l'anno e gli standard sono comunque molto alti con la garanzia della pensione dopo 17 anni di contributi.

 

E, allora, Camilla - di professione difensore (con i piedi buoni: il classico "back" moderno abile in entrambe le fasi) - ha deciso che era venuto il momento di guardare "oltre," di pensare al domani. La percezione del calcio "al femminile" è cambiata (in meglio, per fortuna) negli ultimi anni, ma quanto fatto (vedi il passaggio al professionismo per le categorie nazionali) non è sufficiente. Insomma, o sei una top player oppure un'onorevole carriera in serie B non basta.

Camilla, partiamo dall'attualità: dopo anni in giro per l'Italia, tra Verona, Napoli, Cesena e Cittadella, ha deciso di tornare a casa, tra l'altro scendendo di categoria. Si è stancata della vita da calciatrice professionista?

"No, la questione è diversa e non c'entra il fatto di dover "girare". Anzi, quello è sempre stato un aspetto del mio lavoro che ho apprezzato, perché ho avuto la fortuna di vedere e conoscere tanti posti nuovi. Quando ho iniziato il mio percorso nel mondo del calcio mi sono sempre detta che, arrivata a 25 anni, avrei tirato una riga e fatto un bilancio. La scorsa estate ci ho pensato su e ho deciso di tornare a casa, iniziare a lavorare, riprendere a lavorare e continuare a giocare a calcio a buoni livelli. Con il Trento c'erano stati degli "abboccamenti" già in passato e stavolta il matrimonio si è concretizzata. Ho cambiato vita, in generale, ma era questo quello che volevo, perché la carriera da calciatrice non è eterna e, soprattutto, 15 - 20 anni di carriera non ti garantiscono la tranquillità una svolta terminata l'attività. Considerato che non ho intenzione di restare nel mondo del calcio una volta smessi gli scarpini ho deciso di pensare al mio futuro".

 

Tra dieci anni non si vede a fare l'allenatrice, la dirigente, la procuratrice?

"Sono possibilità che mi hanno già prospettato ma, sinceramente, il mio "domani" lo vedo al di fuori del mondo del calcio. Non escludo di poter dare una mano in campo o dietro la scrivania a qualche società, quello so che accadrà perché la passione per questo sport è e resterà enorme, ma non è mia intenzione farne una professione. Gioco a pallone da quando avevo cinque anni perché amo farlo, ma nel mio futuro ci sarà altro. Ho iniziato a lavorare come impiegata e ripreso gli studi. Dopo tre anni di Giurisprudenza ho deciso d'intraprendere un altro percorso di studi, frequentando il corso di laurea in "Lingue e Mercati". Quando smetterò lo farò una volta per tutte".

 

E' cambiata la percezione generale nei confronti delle ragazze e delle donne che giocano a calcio o siamo ancora nel "Medioevo" e nell'era del "il pallone è solo dei maschi"?

"Per fortuna sì, anche se in Italia siamo ancora lontani anni luce da quanto accade in tantissimi altri paesi, come gli Stati Uniti o in Nord e Centro Europa. Sicuramente il Mondiale del 2019 ha regalato grande visibilità al movimento femminile e fatto comprendere a molti che il calcio è un sport che può essere praticato, indistintamente, da uomini e donne. Diciamo che adesso non siamo più viste come "aliene". In America i campionati femminili sono di gran lunga più seguiti e supportati rispetto a quelli maschili. Qualche passo in avanti è stato compiuto, ma la strada è ancora lunghissima. E poi mi auguro che si smetta di chiamarlo "calcio femminile": è calcio e basta".

 

Sarebbe favorevole ad una modifica di alcune regole per rendere il calcio "al femminile" più spettacolare e appetibile? Qualcuno ha ipotizzato di ridurre le dimensioni del campo  o di abbassare l'altezza delle porte.

"Assolutamente no. Sarebbe il primo segno di discriminazione: il calcio è questo, le regole sono queste e valgono per tutti, indipendentemente dal sesso di chi lo pratica. A quel punto perché non giocare in 12 o 13 o portare le partite da 90 a 80 minuti? Diventerebbe un'altra disciplina e, francamente, non ne abbiamo bisogno. Non mi pare ci siano tutte queste discussioni quando si parla di altre discipline: certo nella pallavolo la rete è più bassa, perché altrimenti sarebbero pochissime le giocatrici che riuscirebbero a schiacciare, ma le dimensioni del campo, il punteggio e tutto il resto sono identici sia per l'ambito maschile che per quello femminile. E nessuno hai mai ipotizzato di operare cambiamenti strutturali".

Parliamo di lei, della sua carriera. Ha iniziato a giocare nel settore giovanile dell'Avio con i bambini e poi ha scelto di approdare subito in un settore giovanile femminile. Il che ha significato andare 4-5 volte a settimana a Bardolino.

"Esattamente a Calmasino, dove si allenavano le formazioni giovanili. Ad Avio sono rimasta sino ai 10 anni, poi la società ci comunicò che, nella stagione alle porte, la squadra della mia categoria non sarebbe stata iscritta. Potevo andare all'Alense e continuare a giocare con i maschi, oppure entrare in un settore giovanile femminile. Ho scelto di provare: ho superato il provino e da quel momento è iniziata un'altra avventura, bellissima ma anche molto faticosa. E non solamente per me, ma anche per mia mamma che mi accompagnava, mi aspettava e poi mi riportava a casa. Questo accadeva almeno 4 volte in settimana tra allenamenti e partite. Non so quanti libri ha letto - sorride - in quel periodo e quanti cruciverba ha completato mentre mi attendeva. Fortunatamente dopo un paio d'anni abbiamo unito "le forze" con due compagne di squadra, una di Peri e una di Brentino Belluno, e dunque i genitori si alternavano nel servizio "taxi". Da quando il Bardolino ha trasferito l'intera attività a Verona ho iniziato a muovermi in Trento: a mia mamma non sembrava vero avere i pomeriggi liberi. E' stato faticoso, ma rifarei tutto".

 

A 16 anni esordisce in serie A e in Champions League e poi inizia la sua carriera che, nonostante la giovane età, l'ha già portata a giocare in tutta Italia.

"Esatto. Arrivarono l'esordio nella massima serie e in Champions, le convocazioni con le nazionali Under 16 e Under 17, prima del trasferimento al Mantova in serie C, dove venni mandata nonostante non fossi proprio d'accordo. Fu un accordo tra le società che io "subii": per fortuna il presidente del club virgiliano si rese conto che io non c'entravo nulla con quella categoria e, dunque, mi diede una mano. Mi sono letteralmente comprata il cartellino, liberandomi da ogni vincolo e, da quel momento, sono stata padrona del mio destino con la possibilità di decidere in totale autonomia. Sono andata al Mozzecane, oggi Chievo Verona, dove sono rimasta per una stagione e mezza, prima di trasferirmi, a dicembre 2019, al Napoli. Un salto pazzesco, ma lì ho respirato per la prima volta l'aria del professionismo in una società organizzatissima e in una citta meravigliosa. Abbiamo vinto il campionato conquistando la promozione in serie A, ma io me ne sono andata a Cesena, dove ho trascorso un biennio favoloso, amando in tutto e per tutto la Romagna e i romagnoli. Lo scorso anno, invece, mi sono trasferita al Cittadella, che mi cercava da diverse stagioni: abbiamo disputato un campionato favoloso, giocandoci la promozione sino all'ultimo con due "corazzate" come Lazio e Napoli. Ho girato tantissimo, conosciuto posti nuovi e tante persone e questo è stato l'aspetto più bello e gratificante".

A questo punto le manca solamente un'esperienza all'estero per completare il cerchio.

"Sì, è vero, ma mai dire mai. A dire la verità sono stata vicinissima a trasferirmi prima in Islanda e poi in Spagna, poi però - purtroppo - non se ne è fatto nulla. Se dovesse arrivare in futuro una proposta? Beh, ci penserei seriamente".

 

In estate è tornata in Trentino e, per la prima volta, veste la maglia del Trento, pur in un categoria inferiore. E' contenta della scelta?

"Molto, sto vivendo un momento di grande tranquillità e serenità. Le mie giornate, tra lavoro, studio e calcio sono piene e continuo a fare quello che mi piace. La categoria conta sino ad un certo punto, sinceramente in estate non ho dato peso al fatto che la squadra fosse in serie C. L'aspetto più "strano" della vicenda è il fatto di essere tornata a vivere a casa dopo anni in giro per l'Italia: ci ho messo un po' a riabituarmi, ma comunque è bellissimo tornare la sera nel tuo paese e vedere tutti i giorni le persone più importanti e a cui vuoi bene".

 

Il Trento può vincere il campionato oppure il Merano è troppo distante?

"Sono sempre stata abituata a ragionare di partita in partita, cercando di ottenere il massimo da ogni incontro. E la mia filosofia non cambia. Le somme le tireremo alla fine. Siamo consapevoli di essere una buona squadra, stiamo disputando un ottimo torneo e ci sono ancora tante partite da affrontare. Per 'fare i conti" c'è ancora tempo".

 

In conclusione: cosa si sente di rispondere a chi afferma che le donne che giocano a calcio sono meno femminili rispetto alle praticanti di altre discipline?

"Che non è vero. E poi chi dice questo dovrebbe guardare meglio le partite e si renderebbe conto che non è così".

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