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Trento
31 luglio | 21:04

"Tadej è già tra i grandi della storia del ciclismo, ma vuole diventare il più forte di sempre. Adesso riposa, poi gli obiettivi sono il Mondiale e il Giro di Lombardia"

A Il Dolomiti parla Alex Carera, il manager del fuoriclasse sloveno, che ha appena conquistato il suo quarto Tour de France in un 2025 che è già stellare. "Ma vincere il secondo Mondiale il quinto Lombardia consecutivo lo proietterebbe ancora di più nella storia. Per me adesso vale già Merckx, Hinault e Coppi, i più grandi di sempre. La Vuelta? Un obiettivo per il futuro. Il Giro? Gli è piaciuto tanto, tornerà"

Foto Lorenzo Verdinelli

BRESCIA. Tadej Pogacar ha trionfato ancora sui Campi Elisi. Per la quarta volta dal 2020 ad oggi, ribandendo - se mai ce ne fosse stato bisogno - un concetto estremamente semplice: scansatevi, il più forte sono io.

 

Nell'albo d'oro il fuoriclasse di Komenda, che a settembre compirà 27 anni, ha eguagliato il britannico Chris Froome ed è ora a un "solo" successo dai quattro ciclisti che, in altri tempi, sono stati capaci di centrare il "pokerissimo" alla Grande Boucle, Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain.

 

Chi sognava di vederlo trionfare anche alla Vuelta (che partirà dall'Italia il prossimo 23 agosto), dovrà attendere almeno un altro anno. Nonostante abbia provato a regalarsi il successo anche nella tappa finale sui Campi Elisi, dovendo però arrendersi ad uno straordinario Van Aert, "Pogi" ha detto "basta" per un mese.

 

E' arrivato stanco, fisicamente e mentalmente, alla fine del Tour e, allora, visto che nel suo personalissimo "mirino" ci sono altri due obiettivi importantissimi, meglio riposare e andare a caccia di altri straordinari successi tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre.

 

La corsa francese è stata estremamente impegnativa. Non solamente per Pogacar, ma anche per il suo manager Alex Carera che, insieme al fratello Jonnhy, da sette anni cura gli interessi di quello che è il "Cannibale" del ciclismo moderno, un fuoriclasse che vive per la competizione, la vittoria e che ha tutte le intenzioni di riscrivere la storia di questo sport.

 

Nelle ultime settimane, Carera e il suo team hanno fatto "avanti e indietro" dalla Francia, seguendo numerose tappe della Grande Boucle. E ne è valsa decisamente la pena, perché Tadej ha dominato ancora una volta. E, nei suoi successi, un ruolo fondamentale lo gioca anche il manager lombardo, con il quale ha stabilito un patto di ferro, sin dal giorno in cui Andrej Hauptmann, oggi suo collaboratore, gli segnalò quel ragazzino sloveno che aveva le stigmate del campione.

 

Si guardarono negli occhi e senza dirselo, capirono che potevano puntare al massimo, a vincere tutto.

 

"Vincere il Tour è un'impresa - esordisce Carera -, ripetersi lo è ancora di più, ripetersi da favorito, con tutte le pressioni del caso, ha un grado di difficoltà che non è immaginabile, considerate anche la forza degli avversari con cui si è misurato e le difficoltà del caso. Ha fatto l'ennesima impresa di una carriera che è già incredibile e stiamo parlando di un atleta che non ha ancora compiuto 27 anni".

 

E' arrivato stanchissimo a fine Tour e ha deciso di fermarsi.

"Ha bisogno di riposare e staccare la spina per un mese, per ricaricare le batterie in vista del finale di stagione in cui vuole essere protagonista. Gli obiettivi, a questo punto, sono due e ben chiari: il Mondiale che si disputerà in Ruanda e il Giro di Lombardia. Prima dell'appuntamento iridato correrà due volte in Canada, dove tra l'altro ha già vinto, ma gli appuntamenti importanti sono quelli che ho detto, perché - in caso di vittoria - entrerebbe ancora di più nella storia del ciclismo".

 

Niente Vuelta per quest'anno, dunque.

"Uno dei suoi obiettivi è quello di chiudere il "cerchio", il che significa - in futuro - vincere anche la corsa a tappe spagnola, oltre alla Milano - Sanremo, che gli è sempre sfuggita per un soffio e la Parigi - Roubaix. Quest'anno la sua stagione è stata particolarmente impegnativa: è iniziata a gennaio con l'Uae Tour e poi lo ha visto partecipare alle Strade Bianche, alla "Sanremo", al Giro della Fiandre, alla "Roubaix", all'Amstel Gold Race, alla Freccia Vallone, alla Liegi - Bastogne - Liegi, al Giro del Delfinato e al Tour. Ci sta che sia stanco, assolutamente. E' sempre andato forte, ha già vinto tre corse a tappe e quattro gare - e che gare - di un giorno: era il momento di fermarsi".

 

Vincere il secondo Mondiale e il quinto "Lombardia" consecutivo sarebbe semplicemente pazzesco.

"Significherebbe compiere un ulteriore step in una carriera già assolutamente straordinaria. Il tracciato del Mondiale, tra l'altro, è il più difficile degli ultimi 15 anni, con oltre 5.500 metri di dislivello e si addice perfettamente alle sue caratteristiche. Certo è che sarà durissima, complice anche il gran caldo. Per quanto riguardo il Giro di Lombardia, beh lo dicono i numeri che è una gara che piace particolarmente e alla quale tiene tantissimo".

 

E' già tra i migliori di sempre?

"Per me assolutamente sì. Tadej lo metto in quel ristrettissimo gruppo composto dai "mostri sacri", che rispondono ai nomi di Merckx, Hinault e Coppi. E lui è lì con loro, con la voglia e la possibilità di diventare il più forte di sempre. In questo senso anche l'età è dalla sua parte".

 

E' il più forte di tutti: ma Tadej può ancora migliorare?

"Assolutamente. Tutti possiamo progredire, anche il numero uno al mondo. In questa stagione, ad esempio, grazie anche al lavoro svolto con il team, è migliorato tantissimo nella gestione delle corse, delle risorse e della squadra. E si è visto. Pogacar ha vinto quattro Tour e, in due circostanze, è arrivato secondo: nel 2023 la condizione non era delle migliori, complice anche la caduta patita qualche mese prima alla "Liegi", nel 2022 perse a causa di alcuni errore tattici. Ecco, adesso è maturato ulteriormente. Quindi sì, ha ancora dei margini e lui è uno che non lascia nulla di nulla al caso. Ve lo assicuro io che lo conosco bene".

 

Prima parlava delle pressioni. Al Tour de France, la corsa a tappe più importante del mondo, si amplificano.

"Senza dubbio. Stiamo parlando della gara più importante, più sentita e con la maggior visibilità che esista. Tutti vogliono esserci, i grandi team, quelli che investono milioni di euro in questo sport, devono esserci e fare risultati. Si corre al massimo, a tutta e a Pogacar viene chiesto sempre di spingere, di attaccare, di dimostrare. Quando controlla tutti si chiedono "c'è qualcosa che non va?" e, invece, si tratta - magari - di una scelta ben precisa. Da lui tutti si aspettando costantemente il massimo".

 

In futuro possiamo sperare di rivedere Tadej al Giro d'Italia?

"Se ci sarà la possibilità, certamente sì. Lo scorso anno ha vinto, si è divertito tantissimo, è stato accolto meravigliosamente dal pubblico e lui ha ripagato la folla dando spettacolo. E' una corsa che gli piace molto".

 

Al Tour c'erano anche due trentini, Matteo Trentin e Gianni Moscon, che hanno concluso la corsa. Come li ha visti?

"Trentin è stato bravissimo, ha ottenuto alcuni piazzamenti importanti, mettendosi parecchio in mostra e aiutando notevolmente la squadra. E' un ottimo corridore, di grande esperienza e molto generoso. Moscon ha fatto un ottimo lavoro di gregariato: se Lipowitz, al suo primo Tour del France, è arrivato terzo è certamente merito anche della squadra, che lo ha supportato ottimamente. Solamente applausi per loro".

 

Gli altri suoi "assistiti" come si sono comportati al Tour?

"Beh, Philipsen ha vinto la prima tappa, indossato la prima maglia gialla e poi è stato vittima di una caduta già alla terza frazione che lo ha messo fuori gioco. Girmay è stato decisamente sfortunato ed è incappato in numerose cadute, non riuscendo a ripetere lo straordinario Tour 2024, Rubio - a suo primo Tour - è stato costantemente all'attacco e si è messo più volte in mostra".

 

Il ciclismo italiano è in crisi. Dopo Nibali non abbiamo espresso alcun fuoriclasse. C'è luce in fondo al tunnel o è "buio pesto"?

"Io credo di no, sono convinto che in Italia ci siano due grandi talenti, entrambi molto giovani, che in futuro potranno competere per un posto sul podio, o forse anche qualcosa in più, nei grandi giri. Mi riferisco ad Antonio Tiberi e Giulio Pellizzari: il primo ha 24 anni, il secondo deve ancora compierne 22 e, al suo secondo Giro d'Italia della carriera, ha chiuso al sesto posto dopo aver corso da gregario. Io sono molto fiducioso".

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