Tra curiosità e meditate comparazioni, Vinifera fa centro con oltre 100 vignaioli dalle Alpi al Mediterraneo e va oltre le emozioni per raccontare un mondo in evoluzione e di passione

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia
In una due giorni con meteo uggioso hanno fugato i dubbi della vigilia, richiamando nei padiglioni di TrentoExpo un variegato pubblico di degustatori, schiera eterogenea, per certi versi bizzarra, proprio come la minuziosa selezione di vini proposti da Vinifera, rassegna/mercato dei vini artigianali dell’arco alpino - con qualche divagazione verso lontani siti mediterranei.
Ben 112 vignaioli, assoluti artigiani della vite, con una quarantina di agroproduttori, alcune decine di casari, altrettanti protagonisti dell’arte brassica. Tra curiosità e meditate comparazioni. Il tutto sotto la regia di Centrifuga, associazione fondata nel 2017 in quel di Rovereto, diventata protagonista di una kermesse dove le produzioni sono basate sul rispetto di pratiche colturali ecocompatibili e mirate alla sostanziale sostenibilità.
Così ogni azienda partecipante ha potuto posizionare le sue novità su razionali bancali di legno, postazioni spartane, animate solo dal chiacchiericcio del pubblico, da sopite stappature di bottiglie, dal tintinnio dei bicchieri, tra fragranze e piccole sfizioserie. Aziende spesso decisamente minimali, in tutto: per ettari di coltivazione, per quantità di proposte.
Qualche esempio. Partiamo da un giovane noneso, fidato interprete del Groppello di Revò, vale a dire il vignaiolo Lorenzo Zadra, figlio dell’indimenticabile Augusto detto Zeremia, che con neppure 2 ettari di vigna riesce a imbottigliare qualche migliaio di bottiglie di vino vendemmiato da ceppi di ‘piedefranco’, viti senza innesto, le radici decisamente nel terreno e dunque nella storia dell’evoluzione enologica della val di Non.
Decisamente da lontano s’è fermato a Trento il pantesco Salvatore Ferrandes, micro azienda vocata al Passito di Pantelleria, che propone pure uva passa e squisiti capperi. Altra latitudine e variabilità pure per i valdostani Mai Domi - di nome e di fatto - con ben 7 vini diversi, frutto di mirate pigiature di uve raccolte tra i filari sistemati in spazi arditi di neppure 30 mila metri quadrati. Vini decisamente montanari, bianchi tipo Mueller Thurgau, ma pure un Pinot nero e addirittura una ‘bolla’ di schietta fragranza. Puntaiamo verso l’estero, Slovenia - con 6 aziende, godibile la Malvasia di Gordia - per poi sostare trai bancali riservati a due cantine austriache, poco lontane da ben 6 cave d’Oltralpe francese.
E ancora un viticoltore svizzero, Chiappini, che riesce a proporre ben 10 vini diversi…12 mila bottiglie, forse troppe per sfruttare i suoi 3 ettari di vite. Produttori che hanno captato le attenzioni del pubblico, spiegando i prodotti con linguaggi schietti, proprio come i loro iconici vini. Volutamente diversi, altalenanti, basati però su discorsi veritieri, senza badare alla concorrenza di vini industriali, standardizzati, gestiti spesso da enopoli. Vini di Vinifera che cercano ragionevoli stimoli di verità, lasciando libera dissertazione degustativa.
Vitivinicoltori, produttori per certi versi coraggiosi, che superano (cercano) propaganda e la tirannia dei ‘social’ trasformati in assurdi divulgatori, tiranni forieri di falsi quanto incontrollabili giudizi enoici. Vinifera dunque ha cercato di spingere oltre l’emozione del gusto, per stimolare l’immaginazione simbolica del vino in assaggio. Immedesimandoci con l’autore del prodotto, per provare emozioni sensoriali condivisibili.
I riscontri sono emersi tra tanti altri protagonisti ‘viniferosi’, impossibile nominarli tutti. Mi limito ai miei veloci assaggi: dai Foradori ai ragazzi di Mòs, poi - tra la trentina di trentini - Nadia Viola, Marco Tonini, Comai, Bellaveder, Klinger solo per citare i più in vista. Idem per gli altoatesini, sempre in evidenza, spesso con vini da uve Piwi, quelle che non necessitano di trattamenti chimici. Ecco allora la doverosa citazione per Thomas Niedermayr, Rielinger, Rock e il duo Salurnis. E già si pensa all’edizione 2026, da allestire in spazi ancora più capienti, per trame di territorio, tra intrecci di vite.












