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Contro l'assopimento delle coscienze, vegliate!

La dinamica della paura legata al cambiamento è legittimamente normale dal punto di vista antropologico, ciò non toglie, però, che il messaggio di Gesù rimane fermamente chiaro: ama il Signore Dio tuo e ama il tuo prossimo come te stesso
Dal blog di Alessandro Anderle - 03 dicembre 2017 - 08:50

La scorsa domenica la liturgia cattolica ha concluso la lettura del vangelo secondo Matteo. Dalla prima domenica di Avvento si apre un nuovo anno liturgico e, con esso, viene inaugurata la lettura del secondo vangelo, quello secondo Marco.

 

Gli studi su questo vangelo, per secoli ritenuto un “riassunto” di quello matteano, oggi ci dicono che con ogni probabilità si tratta del più antico – fra quelli canonici – da cui Matteo e Luca hanno attinto abbondante materiale. Per tale motivo, l'interesse nei suoi confronti è costantemente in crescita.

 

La lettura di Marco non comincia dai primi versetti, ma si ricollega idealmente al punto in cui si era giunti in Matteo: la venuta del Signore (Mt 25,31-46 «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria...».

 

Mc 13,33-37    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti, siate svegli, perché non sapete quando è il momento. (Sarà) come un uomo partito in viaggio, che ha lasciato la sua casa e ha dato ai suoi servi il potere, a ciascuno il suo lavoro, e al portinaio ha ordinato di vegliare. Vegliate dunque, perché non sapete quando viene il padrone della casa, o di sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché venendo all'improvviso non vi trovi addormentati. Ora, quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!» (A. Poppi).

 

Questo passo, che precede il racconto della Passione, conclude il tredicesimo capitolo di Marco, un capitolo che l'evangelista dedica interamente alla narrazione del tempo in cui il Figlio dell'uomo instaurerà definitivamente il Regno di Dio – aperto con la sua vita terrena.

 

Dal punto di vista storico-critico molti studiosi «lo considerano una composizione redazionale, che si è formata attraverso vari stadi. Benché Gesù abbia incentrato il suo messaggio sulla sovranità di Dio, senza insistere su sconvolgimenti cosmici e castighi paurosi, previsti da fantasiose speculazioni apocalittiche […] il discorso escatologico prese consistenza e venne redatto sotto l'incalzare degli eventi drammatici che precedettero e accompagnarono la guerra giudaica (66-70 d.C.). Sembra che Marco abbia rielaborato una tradizione preesistente del discorso, apportando gli ultimi ritocchi nel 70 d.C.» (A. Poppi).

 

Gesù non insisté molto, quindi, su questa dimensione, prediligendo la dimensione della sovranità del Padre sul suo Regno, il creato. Nonostante questo, la rielaborazione successiva del suo messaggio fece maturare nelle prime comunità cristiane il bisogno di tematizzare il ritorno del Cristo, alla “fine dei tempi”, e l'instaurazione definitiva del suo regno. Non volendo insistere sulla “legittimità” di questa scelta, si stia sempre attenti, però, alle conseguenze a cui potrebbero portare «fantasiose speculazioni apocalittiche».

 

Nella storia dell'Europa “cristiana” si è fatto ciclicamente ricorso ad allarmismi di stampo millenaristico, creando un forte parallelismo fra la dimensione del (normale) cambiamento sociale e la “fine del mondo” (si pensi alle invasioni barbariche che mutarono definitivamente l'assetto istituzionale di un'Europa prima egemonicamente “romana”; ma si pensi anche all' “oggi”).

 

La dinamica della paura legata al cambiamento è legittimamente normale dal punto di vista antropologico, ciò non toglie, però, che il messaggio di Gesù rimane fermamente chiaro: ama il Signore Dio tuo e ama il tuo prossimo come te stesso. Se una persona vuole definirsi cristiana, questa è la via che il suo Signore ha indicato per la sua esistenza – e chissà che in questo si celi proprio un piccolo antidoto alla paura.

 

In questo brano Marco ci dice qualcosa che rimane vero ed importante per la vita cristiana: la dimensione della veglia. Chi veglia è colui che non è assopito, sono coloro che non permettono alle proprie coscienze di assopirsi. In ogni tempo vi è il rischio di questo assopimento, di questa anestetizzazione esistenziale che porta all'apatia.

 

E là, per usare un'immagine biblica, sta «accovacciato il male», quel male che non si incarna in un mostro – come nelle favole – ma che striscia silenziosamente mantenendo una normalità apparente.

 

Il male, come scrisse Hannah Arendt, si insinua nella normalità della vita, tanto da apparire una banalità: «Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale”» (H. Arendt, La banalità del male).

 

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