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Essere cristiano, essere per l'A/altro

La narrazione evangelica della liturgia cattolica di questa domenica ci porta nel “cuore” del vangelo secondo Giovanni, cioè esattamente nel punto dove Gesù, al “culmine” della sua attività pubblica, svela il segreto del suo essere Messia, il Cristo, annunciando la necessità della sua crocifissione, del suo innalzamento
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Di Alessandro Anderle - 17 marzo 2018

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

La narrazione evangelica della liturgia cattolica di questa domenica ci porta nel “cuore” del vangelo secondo Giovanni, cioè esattamente nel punto dove Gesù, al “culmine” della sua attività pubblica, svela il segreto del suo essere Messia, il Cristo, annunciando la necessità della sua crocifissione, del suo innalzamento.

 

Gv 12,20-33    In quel tempo tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c'erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l'ora che il Figlio dell'uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L'ho glorificato e lo glorificherò ancora!».

La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 

Il brano di Giovanni si apre con un'annotazione: alcuni “greci” volevano vedere Gesù, giunto a Gerusalemme. Questi “greci” erano, dal punto di vista giudaico, persone di cultura ellenistica vicine al mondo ebraico, ma non ancora circoncise.

 

Questa annotazione giovannea sembra essere uno sguardo retrospettivo, che proietta i fatti conosciuti dall'apostolo al tempo di Gesù. Il Vangelo, infatti, seppur annunciato in primis agli ebrei, conoscerà altresì una buona adesione da parte dei pagani.

 

Gesù, a questo punto, per tutta risposta afferma la necessità della sua crocifissione. Solamente affrontando quella morte si sarebbe svelato il vero volto del Cristo, del Figlio di Dio – Figlio dell'uomo. Gesù non enfatizza il momento, ma testimonia a coloro che erano con lui il vero significato di quell'evento: dell'avvento di una vita autenticamente vissuta in una relazione inestricabile con l'altro e con il Padre. È l'uomo Gesù che, con questa testimonianza, svela la sua divinità al fedele, a chiunque voglia o possa dirsi cristiano.

 

Dio, qui, si svela rivelandosi in una forma inaudita, che ha messo l'essere umano in una – se così si può dire - tensione permanente fra il ripiegamento su se stesso e l'apertura totale – e totalizzante – all'altro. «Sì, appare paradossale, ma – come Gesù chiarisce – “chi ama la propria vita, la perde, e chi odia la propria vita in questo mondo, la custodisce per la vita eterna”, perché l’attaccamento alla vita è ciò che impedisce di mettere la vita stessa a servizio degli altri. Per Gesù la vera morte non è quella fisica, quella che gli uomini possono dare, ma è proprio il rifiuto di spendere e dare la vita per gli altri, la chiusura sterile su se stessi; al contrario, la vera vita è il culmine di un processo di donazione di sé» (E. Bianchi).

 

Ed è esattamente in questa prospettiva che Giovanni qui conferisce un profondo significato teologico al Getsemani: da «prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. Poi, andato un po' innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell'ora. E diceva: “Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,33-36), a «Adesso l'anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest'ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest'ora! Padre, glorifica il tuo nome» (Gv 12,27-28a).

 

Secondo la narrazione giovannea l'umanità di Gesù non lo porta a chiedere al Padre di allontanare il calice. Vale a dire che Gesù, nel suo rapporto con gli altri e con il Padre, aveva maturato la consapevolezza non tanto della condanna – ormai essenzialmente già avvenuta in chi aveva rifiutato di ascoltare -, piuttosto della necessità di farsi, facendosi fare da questi rapporti, termine di scelta radicale.

 

Dal punto di vista religioso quel sacrificio – il sacrificio, se così ci si può esprimere, del sé divino -, avendo superato qualsiasi altra forma di sacrificio, porta ad una radicalizzazione della crisi esistenziale. Da quel sacrificio, in altre parole, chiunque voglia seguire la fede sa che la Croce vi è sempre piantata nel mezzo, e sa che dovrà scegliere, costantemente, fra l'essere servo e l'essere as-servito.

 

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