Nel complesso carsico sotterraneo più vasto d'Italia al via una nuova esplorazione (FOTO): “Ambiente impegnativo, l'obiettivo è riprendere da dove avevamo lasciato"
Una serie di eventi meteorologici avversi avevano bloccato la precedente fase esplorativa del gruppo sul Monte Canin, nel 2025. Ora il Club Alpinistico Triestino intende ripartire da dove aveva lasciato, e ha installato il campo base in quota

TRIESTE. Ha preso ufficialmente il via una nuova campagna speleologica del Club Alpinistico Triestino (Cat). Questa volta gli speleologi triestini sono partiti alla volta del Monte Canin, nelle Alpi Giulie, in un'esplorazione relativa a nuove cavità che compongono il vasto mondo ipogeo, ancora in buona parte inesplorato, di quello che rappresenta uno dei più importanti complessi carsici in alta quota di tutta Europa, inglobati nel massiccio montuoso del Canin, la cui vetta supera i 2.500 metri sul livello del mare.

Nel mirino degli speleologi figura l'esplorazione di tre nuove cavità individuate nel corso di una precedente campagna, che ha avuto luogo nel 2025 ed era stata interrotta a causa del sopraggiungere di condizioni meteo avverse. Parallelamente proseguirà inoltre l'esplorazione all'interno di un altro meandro scoperto dal Cat due anni fa: la Grotta G1, che era stata già parzialmente indagata fino a una profondità di circa 270 metri. Quella grande cavità è stata infatti definita “promettente” dagli specialisti del Cat per via delle importanti correnti d'aria percepite anche a grande profondità che lasciano presagire una continuazione ulteriore che potrebbe portare alla scoperta di grandi sorprese, nelle viscere della terra.

In quest'ambito, il primo passo della spedizione è stato l'allestimento del campo base, operazione logisticamente complessa poiché si tratta di un campo in quota, dove negli scorsi giorni gli operatori e i mezzi che saranno impiegati nell'esplorazione degli abissi del Canin sono stati trasportati dall'elicottero sollevatosi da Sella Nevea, suddivisi in quattro viaggi che complessivamente hanno trasferito nove speleologi e circa 800 chili tra attrezzature e rifornimenti. Una volta completato il trasporto in quota dei materiali, gli speleologi hanno iniziato a predisporre il campo base, costituito da tende, equipaggiamento speleologico per tutti i componenti, corde, strumentazioni per rilievi topografici oltre naturalmente a viveri e scorte d'acqua, e nel giro di poche ore la stazione risultava già perfettamente operativa, per garantire l'autonomia della spedizione per diverse settimane, fino al termine delle operazioni previsto per settembre.

Al campo base inoltre si alterneranno diverse squadre di speleologi di punta del Cat, che saranno anche impegnati nella ricognizione di superficie nelle aree più remote e meno battute del monte, per individuare la presenza di eventuali ulteriori accessi che saranno inserite nel catasto speleologico. Il vasto complesso sotterraneo del Monte Canin ha una storia speleologica di lungo corso e di grande importanza per la ricerca nonché per il progresso della speleologia regionale e nazionale. Il massiccio fu infatti il teatro dell'esplorazione sotterranea sin dai grandi maestri di oltre mezzo secolo fa, quali Pino Guidi, Gianni Cergol, Giovanni Nussdorfer, e molti altri esponenti della Commissione grotte E. Boegan della Società Alpina delle Giulie di Trieste, così come da parte di alcuni nomi illustri del Club Alpinistico Triestino come Ennio Gherlizza, che del Cat era stato fondatore nel 1945, o di suo figlio Franco, in una tradizione che continua ancora oggi.

“Il nostro obbiettivo è riprendere l'esplorazione dove l'avevamo lasciata – spiega a il Dolomiti Franco Riosa, presidente del Cat -, consapevoli delle difficoltà e degli eventi atmosferici talvolta improvvisi che rendono la discesa nei meandri del Canin molto impegnativa. D'altronde io ho iniziato negli anni '90 quelle esplorazioni, e sul Canin l'attrezzatura la portavamo a piedi, non c'era l'elicottero”. Un ricordo, quello di Franco Riosa che si salda con la tradizione speleologica triestina, che scandisce gli elementi in comune e le grandi differenze tra le esplorazioni del Carso che abbraccia la città, con quello “montano” del Canin, uno dei contesti carsici ipogei più grandi d'Italia.

“La speleologia ha da sempre un forte legame con Trieste – dichiara l'esponente del Cat -, è una disciplina che nasce nella nostra zona nell'Ottocento, inizialmente volta alla ricerca dell'acqua. In provincia di Trieste abbiamo oltre 3.600 cavità censite, ed è chiaro che il bagaglio culturale e la pratica dei nostri speleologi sul Carso diventa propedeutica anche nel momento in cui si approccia al Carso d'alta quota come sul Canin. Tuttavia le nostre grotte sono completamente diverse da quelle del Canin, pur essendo due contesti di Carso. Sono per la gran parte grotte fossili senza acqua (con l'illustre eccezione del Timavo, il fiume ipogeo attraversa sei grotte), se non piccoli bacini o laghetti dovuti alla percolazione, la profondità massima si aggira attorno ai 350 metri e l'ambiente mantiene una temperatura tra i 10 e i 12 gradi. Negli abissi carsici del Monte Canin invece la temperatura è compresa tra gli 0 e i 2 gradi, non essendoci terra al suolo l'acqua entra in quantità cospicue e se piove forte possono generarsi imponenti cascate sotterranee, anche piuttosto pericolose per le quali bisogna fare attenzione. Pertanto i pozzi sono estremamente profondi e verticali e le correnti d'aria sono pazzesche. Ma il filo conduttore – conclude - è rappresentato dal fattore umano rappresentato dalla tecnica, che è sempre quella, ed è il risultato della pratica che comincia sul nostro Carso e si inserisce in una tradizione ormai secolare”.














