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Gesù «porta dell'ovile» e «buon pastore», ecco perché

Nel tempo messianico aperto dal Figlio dell'uomo, il Tempio, la stessa Gerusalemme (Terra Santa), sono identificati direttamente con il Messia, il Cristo. Chi passa attraverso questo Tempio, quello definitivo per i cristiani, otterrà la salvezza
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Di Alessandro Anderle - 06 maggio 2017

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Gesù aveva guarito “un cieco nato”, il quale – a causa di ciò - venne poi espulso dai capi dei giudei dal Tempio. Venne però chiamato e accolto da Gesù, il quale si presenta come «la porta dell'ovile» e «il buon pastore». I due brani (vv. 1-6, 7-10) che caratterizzano il racconto – la Lettura di questa domenica – sono introdotti dall'espressione ebraica tipica “amen, amen”/”in verità,...”. Il primo racconto lascia intravedere, enigmaticamente, la presenza del vero pastore nel recinto sacro (Gerusalemme e il suo Tempio), mentre nel secondo Gesù presenta se stesso come la porta dell'ovile. Seguiamo ora il racconto:

 

Gv 10,1-10

 

In quel tempo, Gesù disse: 1«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. 7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».

 

È in discussione se il racconto sia da collocare alla festa delle Capanne oppure alla festa della Dedicazione (del Tempio), entrambe richiedevano comunque il pellegrinaggio del pio ebreo al Tempio di Gerusalemme. L'immagine del vero pastore è fortemente radicata nella letteratura veterotestamentaria, e nella letteratura cristiana viene associata direttamente a Gesù. Se l'evangelista, nei capitoli precedenti, mette al centro la figura di Gesù come il vero Messia/Cristo, il tema centrale di questo racconto è la comunità dei fedeli, l'assemblea riunita, l'ecclesia – con la similitudine soggiacente alle pecore.

 

Una delle chiavi per decifrare i primi versetti si trova proprio nella parola “recinto”, che traduce il greco aulē – un termine che nell'Antico Testamento (LXX) indica il recinto sacro (vestibolo) posto dinanzi alla tenda dell'accampamento, durante la peregrinazione nel deserto del popolo sotto la guida di Mosè, e al Tempio, una volta raggiunta Gerusalemme e la terra promessa. Gesù, che è il buon pastore, fa entrare – se così ci si può esprimere – legittimamente le pecore nel recinto, il tempio santo che dopo l'evento pasquale diverrà definitivamente il “corpo di Cristo”. Chi cerca altre vie per entrare nel “recinto”, chi insegna a porre la Legge sopra allo stesso genere umano, è «un ladro e un brigante».

 

«3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori». Il Padre apre al buon pastore, apre al Figlio che ama e conosce chi crede in lui. Il buon pastore sa che non può operare altro controllo sul proprio gregge, se non quello della Verità e dell'Amore, dell'amore che è sempre verità ultima. Le pecore sono infinitamente libere e seguono Gesù, che è “via, verità e vita”. Riconoscono chi non porta alla verità, chi non è Verità, ma semplice “stazionamento”. L'essere via di Gesù indica un cammino verso l'amore, dell'uomo verso l'uomo, che non è mai l'identico, ma il diverso, e dell'uomo verso Dio, che è il tutt'Altro, il completamente diverso. Chi non si mette in cammino per questa via – che è sì spirituale, ma anche intrinsecamente esperienziale - opta per l'immobilismo di un uomo creato per la Legge, anziché di una Legge creata per l'Uomo.

 

Nell'ultima parte del brano Gesù spiega a chi lo stava ascoltando e, tuttavia, non aveva compreso. È egli stesso la porta, immagine biblica che sta ad indicare il “mezzo” attraverso cui si attua la salvezza. Si tenga presente, a scanso di errate interpretazioni (che hanno spesso esiti nefasti), che quando Gesù dice: «Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti» non intendeva riferirsi a falsi messia o rivoluzionari, ma ai capi dei giudei. (A. Poppi)

 

Nel tempo messianico aperto dal Figlio dell'uomo, il Tempio, la stessa Gerusalemme (Terra Santa), sono identificati direttamente con il Messia, il Cristo. Chi passa attraverso questo Tempio, quello definitivo per i cristiani, otterrà la salvezza. Non solo: «entrerà, uscirà e troverà pascolo», il pascolo del proprio spirito nello Spirito. La Verità – che non è mai dire sì a qualcosa, ma a qualcuno: all'altro e al totalmente Altro - e lo Spirito non possono mai essere disgiunte: «Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità» (Gv 4,23-24). Una vita che, oltre ad esistere, sa andare al di là di se stessa e si abbevera alla fonte dello Spirito, in esso trova la Vita, e la trova «in abbondanza».

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