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Gesù insegna ad avere il coraggio, nella libertà, di perdonare

Ma le relazioni autentiche, cioè essenzialmente libere, sia quella con Dio che quella con gli uomini, non possono basarsi su di un'economia di mercato in cui vi saranno sempre dei debiti da saldare, e la vera uguaglianza rimane solamente un'utopia
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Di Alessandro Anderle - 16 settembre 2017

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Con la lettura di questa domenica si conclude il quarto dei cinque discorsi di Gesù riportati nel vangelo secondo Matteo. Essa è composta da due brani distinti, ma strettamente legati fra loro: il perdono delle offese e la parabola del servo spietato. Entrambi ruotano attorno ad un tema fondamentale, quello della misericordia.

 

Mt 18,21-35  In quel tempo, 21 Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». 22 E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

 

23 Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. 24 Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. 25 Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. 26 Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa».

 

27 Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. 28 Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: «Restituisci quello che devi!». 29 Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò». 30 Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. 31 Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l'accaduto.

 

32 Allora il padrone fece chiamare quell'uomo e gli disse: «Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. 33 Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». 34 Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. 35 Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

 

Nella prima parte Pietro chiede direttamente a Gesù per quante volte un'offesa – di carattere personale – debba essere perdonata. Era consuetudine per i giudei come Pietro (e Gesù), secondo la prassi del tempo, il perdono fino alla terza volta e, nonostante questo, l'Apostolo chiede al Maestro se si debba perdonare fino alla settima.

 

Pietro, provando a porsi nella scia dell'insegnamento di Gesù, aumenta il numero oltre il doppio. Gesù però lo aumenta ancora: «non dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette». Gesù, in altre parole, dice chiaramente che per vivere cristianamente, cioè secondo il suo insegnamento, la disponibilità del discepolo al perdono debba essere infinita.

 

Non aggredire per primi, non chiedere soddisfazione per l'offesa ricevuta, ma perdonare. Un perdono che non è mai pura indifferenza, ma la capacità di vedere l'altro come proprio fratello, con le sue fragilità, le sue debolezze. Come se ci dicesse di amare l'altro perché, nonostante gli errori che compie – che compiamo -, è come te.

 

La parabola del servo spietato, come detto, è strettamente connessa a questo insegnamento di Gesù. Un servo ha un debito enorme verso il suo padrone: si pensi che «un talento corrisponde a seimila denari; un denaro, al salario giornaliero di un operaio» (A. Poppi).

 

Diecimila talenti rappresentava all'epoca una cifra spropositata, eppure quel re era disposto a sollevare il suo servo da questo debito opprimente – che difficilmente sarebbe altrimenti riuscito a ripagare. Eppure proprio quel servo, dopo aver ricevuto questo “dono”, non vuole condonare un debito più piccolo – anche se sicuramente importante, cento denari equivalevano a cento giorni di lavoro.

 

Gesù, in un'epoca in cui il modello di uomo non era solamente quello economico - sicuramente non come lo è oggi - parla di perdono anche in termini di debiti contratti. Colui il quale si sente aggravato da un debito non potrà mai essere libero, poiché questo peso non lo abbandona mai.

 

Certamente, Gesù non dice che la via del perdono sia la più facile da seguire, e dal punto di vista economico non è sicuramente la più “conveniente”. Saper perdonare è la capacità di rinnovarsi, di non vedere l'altro come un'entità che ostacola la propria possibilità di massimizzare dei profitti.

 

Le relazioni autentiche – cioè essenzialmente libere, sia quella con Dio che quella con gli uomini, non possono basarsi su di un'economia di mercato in cui vi saranno sempre dei debiti da saldare, e la vera uguaglianza rimane solamente un'utopia.

 

L'odio ed il sospetto che contraddistinguono, purtroppo, la nostra epoca sono figli anche di questa logica che porta a vedere l'altro solamente sotto la lente dell'utilità e del profitto. Le relazioni autentiche si instaurano, non senza difficoltà, su un'altra economia: quella del dono e quella del perdono.

 

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