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Per il mondo musulmano inizia il Ramadan. Per i cattolici questa è l'ultima domenica di Pasqua e si conclude il Vangelo di Matteo

Iniziato con sabato 27 maggio, il Ramadan celebra il periodo in cui Muhammad ricevette per la prima volta la visita dell'angelo Gabriele. Per la Chiesa Cattolica, invece, la lettura di domani è quella degli ultimi cinque versetti del vangelo secondo Matteo. È la conclusione e il culmine dell'elaborazione teologica dell'evangelista, in cui viene ricapitolata tutta la storia della salvezza
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Di Alessandro Anderle - 27 maggio 2017

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Per il mondo mussulmano ieri, sabato 27 maggio, è iniziato il mese Ramadan, il mese del digiuno e della preghiera. L'inizio di Ramadan, seguendo i mussulmani il calendario lunare, non cade in una data fissa, ma cambia di anno in anno. Il Ramadan è uno dei cinque pilastri dell'islam e rappresenta un periodo di rinnovamento e d'equilibrio voluto da Allah, durante il quale i musulmani cercano di purificare corpo e anima.

 

Il Ramadan celebra il periodo in cui Muhammad ricevette per la prima volta la visita dell'angelo Gabriele. Durante i trenta giorni del mese, i musulmani non mangiano, non bevono e non fumano dall'alba al tramonto (il Corano dice: "Mangiate e bevete fino a quando l'aurora distingue il filo bianco da quello nero. Allora osservate il digiuno fino alla notte" sura 2,187).

 

Il digiuno non è una punizione e non deve essere vissuto come un castigo, ma richiede grande fatica e impegno, sia fisico sia interiore. È prescritto per tutti i musulmani adulti in grado d'intendere e di volere: non devono quindi rispettare questa norma i malati, coloro che sono in viaggio, le persone in età avanzata e le donne incinte o che allattano. Il digiuno non è l'unico obbligo: durante questo mese, i musulmani devono avere un comportamento particolarmente pio, scrupoloso e attento nei confronti degli altri fedeli.

 

Mentre per i cristiano-cattolici il brano evangelico letto in quest'ultima domenica di Pasqua, che precede quella di Pentecoste, è rappresentato dagli ultimi cinque versetti del vangelo secondo Matteo. È la conclusione e il culmine dell'elaborazione teologica dell'evangelista, in cui viene ricapitolata tutta la storia della salvezza. Dopo essere apparso a Maria Maddalena e “all'altra Maria” (cf. Mt 28,1-10), Gesù appare per l'ultima volta agli Undici (Apostoli) in Galilea.

 

Una piccola nota introduttiva: all'inizio del suo vangelo, Matteo narra questa profezia: «Ora, tutto questo è avvenuto affinché si compisse ciò che fu detto dal Signore per mezzo del profeta che dice: Ecco, la vergine avrà in grembo e partorirà un figlio, e chiameranno il suo nome Emmanuele (Is 7,14), che tradotto significa “Dio con noi”».

 

Prescindendo dal fatto che la parola “vergine” traduce l'ebraico 'alma, che designa sia una giovane sia una donna appena sposata, senza esplicitare ulteriormente, questa profezia di Isaia era originariamente rivolta al regno di Giuda e alla dinastia del re Acaz, Matteo la rilegge mettendo al centro l'evento Cristo. Leggiamo ora la conclusione della narrazione evangelica:

 

 

Mt 28,16-20

 

In quel tempo, 16 gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. 17 Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. 18 Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in Cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

Gli Undici si recano in Galilea, dove Gesù, come annunciato a Maria e Maria di Magdala, li stava aspettando. Il monte a cui fa riferimento il racconto non è da identificare con quello del discorso della montagna: piuttosto esso rappresenta in Matteo un luogo teologico privilegiato, un luogo in cui umano e divino entrano in contatto.

 

Mentre, «per quanto riguarda la storicità [dell'apparizione], sembra che Matteo concentri in questo evento tutte le forti esperienze postpasquali dei discepoli […] Un confronto fra i vari racconti delle apparizioni nei vangeli ne evidenzia le notevoli divergenze, che ben difficilmente si possono armonizzare. Le apparizioni in Galilea sono suffragate da Marco, Matteo (pure Giovanni al capitolo 21). Al contrario, Luca esclude esplicitamente tale ubicazione, facendo della Giudea e soprattutto di Gerusalemme il teatro di queste esperienze […] Il punto di vista di Luca è condiviso anche da Giovanni (cf. Gv 20 (A. Poppi).

 

Non è chiaro, dal testo greco, se tutti i discepoli si prostrarono e tutti dubitarono. È probabile che qui Matteo stia tenendo conto della situazione in cui versava la Chiesa negli anni in cui compose il suo vangelo (circa fra il 70 e la fine del primo secolo). Anni in cui le persecuzioni e il ritardo del ritorno di Cristo, allora atteso come imminente, aveva intiepidito la fede nella “buona novella” di Gesù Cristo.

 

Gesù, quindi, rivela la sua reale figliolanza divina, che ha trovato compimento dopo la passione, morte e risurrezione: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra».

 

Gli ultimi tre versetti possono essere tradotti: «"Andando dunque, fate discepole tutte le nazioni, battezzandoli (coloro che crederanno) nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quanto vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla consumazione del secolo” (Mt 28,19-20). L'accento cade sull'imperativo “fate discepole”: i tre participi al gerundivo, “andando”, “battezzando”, “insegnando”, indicano le modalità della missione apostolica» (A. Poppi).

 

È interessante notare qui la formula trinitaria: non si battezza, infatti, nel nome del Padre oppure del Figlio o dello Spirito, ma è essenziale battezzare nel nome di tutti e tre, poiché sono una cosa sola. Gli studiosi non sono ancora concordi nell'attribuire l'autenticità di questa formula a Gesù stesso, oppure nel farla risalire alla prassi sacramentaria della prima Chiesa.

 

Il vangelo secondo Matteo si conclude con l'adempimento della profezia dell'Emmanuele Dio-con-noi. Nella visione teologica di Matteo, Gesù Cristo, morto e risorto, è davvero con chiunque crede autenticamente nel suo annuncio, insomma, con ogni discepolo.

 

Questa presenza, l'essere-con-noi di Dio stesso, è quel “tu” che permette una relazione. È un “tu” vivo, è una Parola viva (e il verbo si fece carne...) da ascoltare, con la quale dialogare, spesso litigare, ma che non può mai essere lasciata in un cassetto, pensando d'aver capito già – anche e soprattutto in ambito religioso – tutto quello che c'era da capire. Questa parola è vita, non è un concetto.

 

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