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Il regno dei cieli: andrebbe scovato come un tesoro e cercato come una perla

In questa domenica si conclude la lettura del capitolo tredicesimo del vangelo secondo Matteo, il capitolo in cui Gesù offre i suoi insegnamenti ai discepoli in parabole. Anche in questo caso le parabole non vanno intese in senso astratto, come belle immagini accostate le une alle altre. Anzi, la parabola, non ci si stancherà mai di ripeterlo, ha la funzione di presentare, in parole semplici, situazioni in cui viene richiesta una presa di posizione da parte dello spettatore
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Di Alessandro Anderle - 29 luglio 2017

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

In questa domenica si conclude la lettura del capitolo tredicesimo del vangelo secondo Matteo, il capitolo in cui Gesù offre i suoi insegnamenti ai discepoli in parabole. Anche in questo caso le parabole non vanno intese in senso astratto, come belle immagini accostate le une alle altre. Anzi, la parabola, non ci si stancherà mai di ripeterlo, ha la funzione di presentare, in parole semplici, situazioni in cui viene richiesta una presa di posizione da parte dello spettatore.

 

In altre parole la parabola non chiede all'ascoltatore un applauso per le belle parole che vi sono contenute, ma ha l'ambizione di diventare Parola di vita, alla quale la risposta può essere solamente adesione o rifiuto, sì o no: "soprattutto, fratelli miei, non giurate, né per il cielo, né per la terra, né per qualsiasi altra cosa; ma il vostro 'sì' sia sì, e il vostro 'no' no, per non incorrere nella condanna" (Giac 5,12). Un'adesione o un rifiuto che non sono mai pronunciati una volta per tutte. Leggiamo il testo.

 

Mt 13,44-52 In quel tempo, Gesù disse: "44Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.

45Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

47Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.

51Avete capito tutte queste cose?". Gli risposero: "Sì". 52Ed egli disse loro: "Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche".

 

Le prime due parabole, appare abbastanza facilmente, sono strettamente legate tra loro e presentano la – se così ci si può esprimere – logica del regno di Dio. Gesù non dice tanto che il regno dei cieli (Matteo non scrive il nome di Dio) è come un tesoro o una perla, piuttosto dice che il regno di Dio avviene nello stesso modo in cui avviene il (ri)trovamento di un tesoro o di una 'perla di grande valore'. E, si badi bene, il tesoro viene ritrovato casualmente, mentre la perla viene scovata in seguito ad una lunga ricerca. Poi, però, una volta trovato il regno, esso chiede un'adesione totale, esistenziale. Un 'seguire le sue tracce' sempre ed incondizionatamente, con la consapevolezza che esso non mi apparterrà mai del tutto. La sequela del regno richiede la rinascita perpetua in esso.

 

"Sì, siamo di fronte al radicalismo evangelico di Gesù, che ci chiede di spogliarci per accogliere il Regno. E si faccia attenzione: non si tratta di spogliarsi solo all’inizio della sequela, una volta per tutte, ma di rinnovare ogni giorno questa rinuncia, in situazioni diverse e in diverse tappe della vita. Durante il cammino della vita, infatti, anche se all’inizio ci siamo spogliati di ciò che avevamo, riceviamo ancora tante cose e ne acquistiamo di altre. Quella dell’avere, la libido possidendi, è una minaccia che sempre si oppone alla signoria del regno di Dio sulla nostra vita. Per questo con molta sapienza un padre del deserto, abba Pambo, ammoniva: “Dobbiamo esercitarci a spogliarci di ciò che abbiamo fino alla morte, quando ci sarà chiesto di dire ‘amen’ allo spogliarci della nostra stessa vita" (E. Bianchi).

 

La parabola della rete è molto affine a quella della zizzania: in essa, infatti, il tema centrale è il momento della 'fine dei tempi', in cui non mancherà il giudizio. "Mentre nella parabola della zizzania l'accento cade sulla mescolanza e sulla coesistenza dei giusti con i malvagi, in quella della rete è posto sulla loro separazione nel giorno del giudizio, alla fine del mondo" (A. Poppi), tema che è molto caro a Matteo e molto meno agli altri evangelisti.

 

Gli ultimi due versetti presentano una 'seconda conclusione' del discorso in parabole di Gesù (la 'prima conclusione' si trova ai vv. 34,35 ed è stata commentata la scorsa domenica, nda).

 

Lo scriba, per i giudei al tempo di Gesù, era una figura essenziale: era colui che conosceva la Torah – vera fonte di autorità - e le sue interpretazioni. Alla stessa maniera, ma in modo differente, lo scriba che si era posto alla sequela di Cristo rappresentava una guida di carattere spirituale per le prime comunità cristiane. Qui l'evangelista richiama se stesso e la sua figura, connotandola in modo preciso: prima di tutto avviene per lo scriba cristiano come avviene per un uomo che, però, è anche padrone di casa.

 

Lo scriba è colui che, ponendosi alla sequela del regno di Dio, vi è già partecipe. Anzi, vi partecipa proprio perché 'padroneggia' le cose del regno, il ché vale a dire che cerca continuamente di conformare la propria esistenza agli insegnamenti di Gesù, le 'cose nuove' che estrae dal suo tesoro. Queste 'cose nuove', però, hanno bisogno allo stesso tempo delle “cose vecchie”, della sapienza della tradizione perché è – prima di tutto - trasmissione autentica della volontà del creatore di instaurare una relazione autentica con l'essere umano, unica creatura a saper dire nella sua libertà un 'sì', oppure un 'no' a questa chiamata originaria. L'essere umano, creatura chiamata liberamente alla perenne ri-nascita in questo 'originario.

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