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Pasqua come passaggio dalla paura alla speranza

Per la domenica di Pasqua la narrazione evangelica di quest'anno liturgico è rappresentata dalla conclusione originale del vangelo più antico: il vangelo secondo Marco
DAL BLOG
Di Alessandro Anderle - 31 marzo 2018

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mc 16,1-8  Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall'ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto». Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite.

 

I primi otto versetti del sedicesimo capitolo del vangelo secondo Marco sono la conclusione originale dell'intera narrazione marciana. Gli studi condotti su questo vangelo, infatti, hanno mostrato che gli ultimi dodici versetti – definitivamente entrati a far parte del canone dal Concilio di Trento – sono un'aggiunta posteriore, non “marciana” appunto. Qual era l'intento originario dell'autore di questo vangelo, tratteggiando questa conclusione?

 

In primo luogo va notato che solamente le donne che avevano seguito Gesù durante le sue peregrinazioni si recano al sepolcro per svolgere i riti tradizionali di preparazione della salma. I discepoli, gli apostoli, i suoi famigliari: nessuno di questi svolge un ruolo dall'arresto di Gesù in poi. Solo le donne si recano al sepolcro (interessante notare come l'autore riporti i loro pensieri: «Dicevano tra loro: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall'ingresso del sepolcro?”».

 

Ed il problema, narrativamente, è già risolto: la pietra era già stata fatta rotolare via da qualcuno. Le donne, quindi, entrarono nel sepolcro e videro un giovane con la veste bianca, e si spaventarono. Chi è questo giovane? È lo stesso Marco a dircelo, proprio al momento della cattura di Gesù, quando i discepoli non riuscivano a rimanere svegli: «E un giovinetto lo seguiva avvolto in un lenzuolo sul (corpo) nudo, e lo arrestarono; ma egli, abbandonato il lenzuolo, fuggì nudo» (Mc 14,51-52).

 

Le donne sono spaventate, non capiscono cosa stia succedendo. In fondo, per loro, Gesù era morto e, con la fuga di tutti i discepoli e degli apostoli, sembrava morta anche la sua parola. Il giovanotto le rassicura proprio sul fatto che non debbano avere, provare paura, perché la paura – in questo caso ed in molti altri – spesso è semplicemente infondata.

 

Eppure la paura non abbandonerà le donne, tanto che esse fuggono impaurite e, per questa paura, non diranno niente a nessuno, non riporteranno agli apostoli le parole del ragazzo. Ed il vangelo di Marco finisce esattamente così, in modo aperto. L'esperienza ci dice, per forza di cose, che alla fine anche i discepoli verranno a conoscenza della risurrezione, ma il narratore sceglie volutamente di mostrare come la paura avrebbe potuto cambiare inesorabilmente questo fatto.

 

Anche Gesù ebbe paura, perché la paura è perfettamente umana e perfettamente animale, è un istinto. Eppure, se la paura avesse preso il sopravvento – che equivale a dire: se l'animalità/istintività avesse preso il sopravvento sull'umanità -  non vi sarebbe stata la Croce e, come ha ben sottolineato papa Francesco, senza croce non può esservi resurrezione.

 

L'augurio per questa Pasqua è che si riesca ad andare oltre la dimensione intellettualmente paralizzante della paura, perché tutto il genere umano possa tornare a camminare nella speranza che si apre solo quando si sceglie di farsi carico, responsabilmente, della sofferenza degli altri.    

 

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