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''Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù''. Perché nel mare in tempesta, è la paura che ci fa affondare

La verità più bella, forse, che emerge da questa narrazione è proprio questa: ciò che ci fa affondare nella tempesta, nel male del mondo e nel nostro male, non è la mancanza di fiducia – quella è una conseguenza - è la paura. Gesù a Pietro non ordina di avere più fede (e come potrebbe?), ma di cercare di superare le proprie paura
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Di Alessandro Anderle - 08 agosto 2020

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mt 14,22-33 Dopo che la folla ebbe mangiato, subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura.

 

Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

 

Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, con i quali Gesù riuscì a sfamare la folla che si era radunata per ascoltare le sue parole, il Rabbì ordinò ai suoi discepoli di partire in barca. Lui solo volle rimanere per congedare la folla, per guardare, toccare, sorridere ad ognuno. Poi si ritirò a pregare. Affascina pensare a come Gesù ricerchi la solitudine, come abbia bisogno anche lui di allontanarsi dagli altri, per “avvicinarsi” al Padre, per riavvicinarsi agli altri uomini.

 

Le grandi distese d'acqua, come ad esempio il mare, nella cultura biblica hanno spesso un'accezione negativa: il mare viene identificato con l'ignoto, con il male stesso. I discepoli si trovano in balia di una tempesta, sospesi sopra il male. Gesù li raggiunge, li rassicura. Loro, Pietro, vedono il prodigio e sentono di potersi fidare, di volersi affidare a lui. Ma può ancora parlare all'uomo d'oggi un racconto siffatto? Che cosa può dire all'umanità la narrazione “fantastica” di una persona che cammina sulle acque?

 

Vi sono delle realtà che tutti i giorni percepiamo come opprimenti, malvagie, e siamo consapevoli che questa tipologia di malessere interiore spesso si autoalimenta, producendo una catena che ci lega, dalla quale non sappiamo, non vogliamo più liberarci. La libertà spaventa nella misura in cui essa dipende dalla capacità di donare, di aprire se stessi.

 

In alcuni sparuti momenti di luce, di serenità, di infinito – sensazioni, mai frutto della pura ragione – sentiamo che questa catena si può spezzare, e che per spezzarla il soggetto ha sempre bisogno di qualcun altro che lo aiuti, io ho sempre bisogno dell'altro.

 

È tutto qui il salto della fiducia, che va fatto sempre alla ceca, perché ad occhi aperti si sente il vento, e si ha paura. La verità più bella, forse, che emerge da questa narrazione è proprio questa: ciò che ci fa affondare nella tempesta, nel male del mondo e nel nostro male, non è la mancanza di fiducia – quella è una conseguenza - è la paura. Gesù a Pietro non ordina di avere più fede (e come potrebbe?), ma di cercare di superare le proprie paura, andare oltre in un cammino incessante ed infinito. Un cammino che, abbandonata la paura per l'altro – e di se stesso – nemmeno un mare in tempesta può far naufragare.

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