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Quando guardiamo Gesù, che cosa cerchiamo?

Questo racconto di Giovanni è autonomo rispetto ai primi tre vangeli, i cosiddetti sinottici. La narrazione ripresenta la figura di Giovanni il Battista, il quale, “fissando” Gesù mentre passava, lo riconosce come “l'agnello di Dio”
Dal blog di Alessandro Anderle - 13 gennaio 2018 - 22:43

In questa domenica, l'ordine liturgico della Chiesa cattolica prevede la lettura di un passo tratto dal quarto vangelo, quello secondo Giovanni. La scena che narra l'evangelista è quella relativa alla chiamata, da parte di Gesù, dei primi discepoli.

 

Gv 1,35-42 [In quel tempo], Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro.

 

In via preliminare, va detto che questo racconto di Giovanni risulta essere autonomo rispetto a quello dei primi tre vangeli, i cosiddetti sinottici. In essi, infatti, la chiamata dei primi discepoli avviene presso il lago di Galilea, mentre Giovanni ambienta la scena “al di là del Giordano”.

 

La narrazione ripresenta la figura di Giovanni il Battista, il quale, “fissando” Gesù mentre passava, lo riconosce come “l'agnello di Dio”. «È una vera e propria presentazione di Gesù, l’indicazione che proprio lui è il Servo di Dio, l’Agnello pasquale che porta la liberazione al suo popolo (il termine aramaico talja contiene infatti entrambi questi significati)» (E. Bianchi). Facendo questo, il Battista indica implicitamente ai suoi discepoli chi sia “colui che deve venire”. Infatti: «e i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù».

 

«Ed ecco che improvvisamente Gesù si volta indietro, li osserva con uno sguardo penetrante e chiede loro: “Che cosa cercate?”. […]  Queste sono le prime parole pronunciate da Gesù secondo il quarto vangelo; non un’affermazione, non una dichiarazione, come magari ci attenderemmo, ma una domanda: “Che cosa cerchi?”. In tal modo Gesù mostra che la sua sequela non può avvenire per incanto, per infatuazione, per una semplice scelta di appartenenza: il discepolo può imboccare un cammino sbagliato, se non sa riconoscere che cosa e chi veramente cerca […], se non è impegnato a cercare, disposto a lasciare le sue sicurezze per aprirsi al dono di Dio» (E. Bianchi).

 

La risposta dei due discepoli di Giovanni è altrettanto densa di significato: «Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori? (lett. “dove stai?”)». «Rabbì significa “mio signore” […] solo dopo il 70 d.C. il titolo “rabbàn” venne conferito ufficialmente dall'accademia di Jamnia con un rito specifico» (A. Poppi). I primi discepoli, invitati in qualche modo a farlo da Giovanni, riconoscono l'uomo che stava loro di fronte come “signore”, vedono e sentono qualcosa in lui. E la prima reazione che suscita loro questo incontro, è una domanda: “dove stai?”. Hanno voglia di vedere, di capire, di toccare: hanno voglia di rimanere con lui.

 

Così fecero, fino alle quattro di pomeriggio. Ora, il secondo movimento che i primi discepoli di Gesù – forse ancora inconsapevoli di esserlo – sono portati a fare, è quello di uscire, andare e parlare, dire ciò che avevano “visto e udito”. Così Simone, anch'egli discepolo di Giovanni, viene a sapere da suo fratello che “il Messia” era stato trovato. Interessante notare due cose: «l'evangelista suppone nota la figura di Pietro. Il titolo “Messia” (=“Unto”, ossia “Cristo”) nel Nuovo Testamento ricorre (è presente, NdA) solo qui e in Gv 4,25» (A. Poppi).

 

Nel vangelo secondo Giovanni, a differenza degli altri tre vangeli, è Gesù che subito riconosce Simone. Come lo riconosce o, meglio, come lo conosce? Lo conosce immediatamente come Pietro: «Cefa (Kēphâs) significa in aramaico roccia, un soprannome inusuale nell'ambiente giudaico» (A. Poppi). Gesù da “un nome nuovo” a Simone, gli affida un incarico, una missione. Così Pietro, primo fra i discepoli, può rinascere alla sua (nuova) vita.

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