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Oltre 800 "Stregoni" per parlare di immigrazione, intervista a Johnny Mox

Musica migrante attraverso Fortress Europe. Il musicista trentino ci racconta del suo ultimo progetto "Stregoni" e del suo tour europeo:"Tutto è cominciato suonando una sedia"
Johnny Mox con alcuni "Stregoni" (Foto Pasqualotto)
Dal blog di Anansi - 20 settembre 2016 - 09:59

"Un giorno a Lampedusa ci faranno un museo. Come in America c’è Ellis Island, quando questi sbarchi finiranno, a Lampedusa verranno i figli, i nipoti di questa gente, a cercare negli archivi le impronte digitali, la fototessera dei padri e dei nonni. Qui si sta facendo la storia, ma non si coglie la gravità di quello che sta accadendo”. Nasce anche da questo input, da queste parole di grande intensità scritte da Gabriele Del Grande, Stregoni, il nuovo progetto dell'artista trentino Johnny Mox, all'anagrafe Gianluca Taraborelli, il polistrumentista reduce dal suo ultimo tour europeo. 

 

 

Sono partito dalla frase di Gabriele Del Grande che ho avuto modo di leggere sulla pagina Facebook di Stregoni, il progetto nato dalla tua collaborazione con Above the Tree. Ma Stregoni non è soltanto un progetto musicale. Puoi spiegare di che cosa si tratta a chi non ne ha mai sentito parlare?

 

Stregoni è nato per raccontare il presente, la vita dei richiedenti asilo nelle città italiane ed europee. Sappiamo benissimo cosa accade in mare, sappiamo bene le difficoltà crescenti che queste persone si trovano a dover affrontare per varcare i confini, ma conosciamo pochissimo di quello che succede a pochi metri da casa nostra, nei centri migranti, dove migliaia di persone vivono imprigionate in una bolla spazio-temporale e burocratica. È un progetto che utilizza la musica per entrare in contatto, per creare un vero terreno di scambio.

 

Perché “Stregoni”?

 

Il nome lo hanno scelto inconsapevolmente alcuni ospiti del Punto d'Incontro a Trento. Circa un anno fa con alcuni amici abbiamo suonato nell'ambito delle "Domeniche aperte". Prima di cominciare ho chiesto in prestito una sedia dal pubblico: ho cominciato a "suonarla", registrando e mandando in loop i suoni che produceva. La cosa ha suscitato grande interesse, in pochi minuti li avevamo in pugno. Al termine del concerto due ragazzi sono venuti a complimentarsi dandoci degli "stregoni" per le magie che avevamo fatto durante il live. Il nome è rimasto impresso e si addice perfettamente al progetto: quello che facciamo attraverso la musica è esattamente questo: creare uno spazio in cui incontrarsi, una sorta di rituale: in tutte le culture la musica ha una dimensione e una declinazione in chiave magica.

 

 

Qual è lo scopo del progetto?

 

Lo scopo che abbiamo con Stregoni è capire, capire il prima possibile chi sono le persone che arrivano in Europa e la grande ricchezza e opportunità che portano con sé. È un momento storico decisivo: la politica ha trattato questo tema voltandosi dall'altra parte o strumentalizzando la presunta "invasione" dei migranti. Il nostro scopo è avere un rapporto il più possibile diretto con questo tema e questa gente. Qui non stiamo parlando del cantautore "impegnato" che scrive il pezzo sui morti a largo di Lampedusa: tutto quello che facciamo con Stregoni è strutturalmente dedicato a questo tema. La "band" è stata costruita solo in funzione di questo e ci occupiamo solo di immigrazione. Suoniamo con gli ospiti dei centri migranti e nei club girando tutta l'Italia e l'Europa. Abbiamo scelto da subito di non avere una formazione stabile, gli unici membri fissi siamo io e Marco (Above the Tree). In ogni città in cui suoniamo cambiano i ragazzi, cambia la loro nazionalità e cambia anche radicalmente il sound. Tutti i concerti a loro modo sono unici e irripetibili. Da quando il progetto è partito abbiamo suonato già con circa 800 persone diverse, tutti Richiedenti Asilo.

 

 

Credo di non esagerare se dico che la nostra è una società talmente eurocentrica e occidentocentrica che tende molto spesso a pensare al continente africano come a un monolite tutto uguale dal Mediterraneo a Capo Agulhas, dal Senegal al Corno d’Africa e ai suoi abitanti come se tutti parlassero la stessa lingua e condividessero la stessa cultura e le stesse tradizioni. Come si chiamano e da dove vengono i tuoi Stregoni? Sono musicisti professionisti?

 

 

Assolutamente. Pensa solo al concetto di "World Music": che relazione c'è tra la musica che arriva da Colombia, Siria o Etiopia? È l'etichetta più stupida e razzista che sia mai stata utilizzata.  In questi mesi abbiamo suonato con musicisti provenienti da tutto il mondo: Mali, Nigeria, Etiopia, Gambia, Senegal, Siria, Niger, Iraq, Afghanistan, Costa d'Avorio, Sierra Leone, Sudan, Eritrea, Pakistan, Palestina. Alcuni di loro hanno, o meglio avevano una "carriera" alle spalle, altri sono semplicemente persone che si sono fatte trascinare dalla performance: rappers, cantanti tradizionali siriani, Ghandi Adam che in Sudan è una leggenda, suonatori di Kora e anche un cinese rifugiato a Copenhagen perché appartenente ad una minoranza religiosa perseguitata in patria. Lui suona esclusivamente Bach e Mozart con l'armonica a bocca.

 

 

Di recente ho avuto l’opportunità di suonare con alcuni ragazzi del Gambia ospiti del centro di accoglienza di Merano. È stata un’esperienza molto forte in tutti i sensi, ma in fase iniziale non è stato facile impostare il lavoro: dopo qualche tentativo, ho rinunciato ai BPM, alle battute, al battere e al levare e ho cominciato a seguirli al djembe. Immagino che l’aspetto ritmico abbia un ruolo fondamentale per Stregoni. Come si svolgono le session live del progetto?

 

 

La chiave dell’intero progetto sono i telefoni. I famigerati smartphone, strumentalizzati da quelli che noi chiamiamo gli Ultras dell’ignoranza. Arrivare dall’Africa o dall’Asia in Europa senza un telefono cellulare è impossibile. Sugli smartphone c’è il GPS, in Africa effettuano addirittura i pagamenti con le ricariche telefoniche, aggirando le banche. Sui telefoni ci sono le fotografie, i video dei villaggi delle città che queste persone hanno attraversato e c’è anche tantissima musica. Da quella musica, da quegli mp3 noi partiamo ogni volta, invitando i ragazzi sul palco col telefono a mettere una canzone. Io poi ne faccio un loop e da quella porzione di pezzo partiamo con la stregoneria. È un viaggio lungo e faticoso, ma i binari sono sicuramente dettati dal ritmo.

 

Ricordo che alla fine di una serata con i ragazzi ospiti a Merano, uno di loro, dopo avermi raccontato per buona parte della serata del suo lungo cammino verso l’Europa, mi disse con un sorriso: “Buon viaggio verso Trento!” Io dovevo percorrere solo un’ottantina di chilometri per arrivare a casa e in quel momento mi sono sentito sconvolto. Durante le session di Stregoni, i ragazzi con cui lavori hanno modo di raccontarsi e di parlare delle loro storie?

 

Come è comprensibile queste persone odiano trovarsi sbattute sulle sedie di una sala circoscrizionale e sentirsi chiedere "raccontaci la tua storia". Con Stregoni è l'esatto opposto: suoniamo assieme, esistiamo solo nel momento in cui interagiamo. Non c'è alcuna forzatura. A volte le cose prendono direzioni interessantissime, a volte per niente, ma in ogni caso si spalanca una porta. Dopo aver condiviso il palco è più semplice condividere storie ed esperienze.

 

Lo scorso 6 settembre il Regno Unito ha annunciato la costruzione di un muro di quattro metri a Calais per non permettere ai migranti di attraversare il canale della Manica ed entrare in territorio britannico. Proprio in quei giorni, eri in tour europeo con Stregoni. In quali città avete suonato? Qual è stato il concerto più bello del tour? Come siete stati accolti dal pubblico delle varie città in cui avete fatto tappa? È stata un’esperienza molto diversa rispetto al vostro tour italiano?

 

Fin da subito avevamo chiaro in mente che Stregoni avrebbe dovuto avere una dimensione europea. Dopo sei mesi di concerti in Italia (con workshop nei centri migranti e live nei club) siamo partiti per un tour che diventerà un documentario, realizzato da Joe Barba. Abbiamo suonato a Parigi con i rifugiati che vivono per strada dormendo nelle tende o nei cartoni. Stiamo parlando di circa 1500 persone che vengono sgomberate ogni due giorni dalla polizia e che vivono in condizioni disumane nel centro d'Europa. A Bruxelles abbiamo suonato davanti al parlamento europeo: poi siamo stati nel centro più grande della città che sta a Molenbeek. Il tour è proseguito per Amsterdam, Amburgo, Copenhagen e Malmö.  È stata  n'esperienza gigantesca, anche perché si è trattato di un tour a metà strada tra musica e reportage: abbiamo realizzato tantissime interviste raccogliendo testimonianze molto forti. La situazione non è diversa dall'Italia: ovunque sono in primo luogo le persone, i cittadini a mobilitarsi per questa emergenza. Le istituzioni non sono presenti, cercano di svincolarsi o di utilizzare l'immigrazione come arma politica. Eppure è sotto gli occhi di tutti come Europa ed Occidente in generale siano tra i principali responsabili della situazione di pericolo e disagio da cui questa gente ai trova a scappare. In Italia l’accoglienza dei richiedenti asilo, così come è organizzata, è una trappola: i tempi sono lunghissimi e per chi è fuggito dalla povertà e non da una guerra, le speranze sono ridotte a zero. Le cose non sono diverse anche in Scandinavia: a Copenhagen siamo stati in un centro modernissimo, con strutture più simili ad un villaggio turistico che ad un centro per rifugiati. La realtà è che questi posti sono delle prigioni, a più di 30 minuti dalle città. Gli ospiti non hanno nessuna opportunità di entrare in contatto con la società. Ed è questo il più grande problema che va affrontato subito ad ogni latitudine.

 

 

Una domanda legata a un’altra osservazione: in Italia c’è parecchia disinformazione - e di conseguenza parecchia ignoranza - sulla tematica immigrazione. Che aria tira in questo periodo nel resto d’Europa?

 

Il tema dell'immigrazione è ovunque strumentalizzato, la percezione dell'invasione non è reale. Il più grande errore della politica è aver evitato in tutti i modi di affrontare in maniera unitaria la questione, che purtroppo è continuamente strumentalizzata a fini elettorali. L’Europa sta commettendo un crimine senza precedenti a non concedere una possibilità concreta a queste persone. E molti europei stanno sbagliando lotta politica.

Accoglierli tutti, creando un sistema sostenibile, con condizioni anche dure, ma condivise. Noi ci arrabbiamo tantissimo perché molti ragazzi in Italia già da mesi non hanno ancora imparato l’italiano. Non va bene, dobbiamo tutti essere più esigenti. Vorrei un insegnante precario ogni 10 migranti, più ore di italiano, più investimento. Certo il Ramadan è importante, andare in chiesa è importante, ma è altrettanto vitale imparare la lingua, prendere la patente, formarsi il più possibile. Meno si investe su queste persone, più dovremmo farci carico dei disagi che ne deriveranno.

 

Quali sono i progetti futuri di Stregoni? Prossime date? Ci sarà anche un album o un EP?

 

Stregoni è arrivato alla fine del primo capitolo. Stiamo lavorando al documentario: registrare dischi in questa fase non aveva veramente senso. Lo faremo. Da qui in poi il nostro obiettivo è dare più opportunità a tutte le persone di talento che abbiamo incontrato. L'idea è quella di trasformare Stregoni in una specie di Cooperativa, una sorta di franchising, con diversi affiliati. Sarebbe bello vedere nello stesso week end 4 differenti serate a nome Stregoni in quattro posti diversi d'Italia o d'Europa. 

 

Grazie, Johnny! Complimenti e in bocca al lupo per questo bellissimo progetto!

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