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Gusci umani vuoti: i 299 ''matti'' di Pergine di lingua tedesca mandati in Germania per l'eliminazione

Nell'ambito degli eventi per la Giornata della Memoria il Comune di Rovereto ha proposto nel suo calendario teatrale uno spettacolo messo in piedi dal Collettivo Clochart con il Laboratorio di storia di Rovereto che si è aperto con una citazione agghiacciante firmata Adolf Hitler, dove l’eliminazione dei “malati ereditari” si annuncia attraverso l’imperativo populista del risparmio di denaro pubblico a favore dei “cittadini”
DAL BLOG
Di Il Lanternino - 03 febbraio 2020

di Stefano Zangrando, docente, traduttore e autore

Ogni anno verso fine gennaio incombe, con il cosiddetto Giorno della memoria, il rischio del rispettivo kitsch, della retorica sull’Olocausto che si alimenta di eventi e discorsi a buon mercato, quanto basta a troppi per sistemarsi la coscienza e continuare a dormire il sonno dei giusti. È un’insidia che non esclude il mondo della scuola, già di per sé attraversato da un conformismo più perbenista che progressista (benché l’ultimo non sia poi meno asfittico del primo). È bello dunque che quest’anno, in occasione del 27 gennaio, il Comune di Rovereto abbia proposto nel suo calendario teatrale e anche in due rappresentazioni mattutine per gli studenti lo spettacolo Gusci umani vuoti, messo in piedi dal Collettivo Clochart con il Laboratorio di storia di Rovereto, che ha aggirato il tranello della superficialità con una forma e un tema d’intenso spessore.

 

Cantata drammatica sulla deportazione dei matti dal manicomio di Pergine nel maggio del 1940” è il sottotitolo di questa rappresentazione che racconta, con poche parole e tanta lingua del corpo, uno degli episodi più drammatici e crudeli, nonché dimenticati, nella storia del Novecento trentino. Nel maggio del 1940, 299 uomini e donne di lingua tedesca ricoverati nel manicomio regionale di Pergine furono deportati in Germania; l’operazione era stata concordata fra autorità tedesche e italiane nel quadro delle cosiddette “opzioni” – per cui gli allogeni potevano “scegliere” se rimanere in Italia o trasferirsi nel Reich – e del programma Aktion 4, che prevedeva l’eliminazione per eutanasia dei malati psichici e dei disabili considerati “vite senza valore”, appunto “gusci umani vuoti” – ai quali, pertanto, l’“opzione” fu sostanzialmente imposta, se non preclusa.

 

L’azione scenica, coordinata da Alessandro Zanetti e animata da una compagnia in parte non professionale composta da normo-attori e dis-attori, colpisce per la forza espressiva che generano le coreografie di Hillary Anghileri entro una scena scarna, visionaria quanto basta e per lo più buia, a riprodurre l’atmosfera di violenza e repressione in cui quei trecento esseri umani piagati dalla sofferenza psichica dovettero trovarsi. E il solo perverso chiarore, fin quasi alla fine, è quello dei camici bianchi dei medici-carnefici, la cui brutalità si esprime in posture e gesti che mimano l’abuso sul confine tra fittizio e reale. Solo il toccante epilogo, in coda a una sequenza di scene che alterna il dolore e la segregazione a sprazzi di stremata solidarietà fra i malati de-individualizzati, riporta a una luce vitale, alla resistenza ultima dell’umano al sub-umano.

 

Quanto alla parola, lo spettacolo si apre con una citazione agghiacciante firmata Adolf Hitler, dove l’eliminazione dei “malati ereditari” si annuncia attraverso l’imperativo populista del risparmio di denaro pubblico a favore dei “cittadini”, così da “impedire che a milioni di individui sani venga tolto il necessario sostentamento per tenere in vita milioni di malati”. È difficile non scorgere qui l’eco di una tendenza che attraversa sottotraccia, con piglio diversamente liberista, certa politica e certa psichiatria dei giorni nostri, in cui la discriminazione della sofferenza – perché la malattia mentale è soprattutto questo: un enorme sovrappiù di dolore in persone che un contesto malato o ingiusto ha ostacolato nella costruzione di un’esistenza “sana” – si esprime come sottrazione di risorse al reinserimento sociale e ai percorsi psicoterapeutici a favore di una farmacologizzazione spinta, annichilente, vista con interesse dalle multinazionali farmaceutiche.

 

Non è forse in questo, nel promuovere un ampliamento della riflessione sulla diversità e la sua persecuzione a un ambito meno circoscritto della vulgata sulla Shoah, meno celebrato ma altrettanto suscettibile di regressione a un passato più oscuro (basta pensare al ritorno in auge della terapia anticonvulsivante, o elettroshock), un modo per vivificare davvero la memoria dei crimini, di tutti i crimini compiuti dall’uomo sull’uomo? Scriveva José Ortega y Gasset: “C’è un solo modo di dominare il passato, regno delle cose trascorse: iniettare il nostro sangue nelle vene vuote dei morti.” Ed è soprattutto penetrando le vicende concrete dentro o ai margini dei grandi eventi storici, attraverso le testimonianze o forme d’arte i cui linguaggi s’incaricano di rianimare i vissuti, che un simile lavoro può riuscire. Perché “dominare” il passato non significa soltanto sottrarlo alla rigida immobilità in cui lo eleva lo sguardo reazionario, ma anche sorvegliarne i rigurgiti più cupi nel presente.

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