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Caporalato in Trentino Alto Adige, costretti a fare volantinaggio monitorati con il GPS. Coinvolti 41 lavoratori

Coinvolti 41 lavoratori di nazionalità pakistana, indiana e algerina. Domiciliati sia nella bassa atesina che in altre zone della provincia di Bolzano e di Trento. Venivano trasportati mediante dei furgoni fatiscenti e insicuri, causa anche di incidenti stradali, sui luoghi di lavoro ubicati in tutto il territorio provinciale

Di gf - 04 maggio 2018 - 11:31

BOLZANO. Costretti a lavorare in nero per la consegna di volantini pubblicitari, privi di mezzi di sussistenza alternativi e costretti a vivere in condizioni igienico-sanitarie precarie. E' caporalato quello che le fiamme gialle di Egna hanno scoperto a conclusione di una approfondita indagine su delega della procura della repubblica di Vicenza.

 

Si tratta di 41 uomini di nazionalità pakistana, indiana e algerina venivano reclutati e trasportati, mediante dei furgoni fatiscenti e insicuri anche a causa di gravi incidente stradali, sui luoghi di lavoro ubicati in tutto il territorio provinciale.

Gli addetti, in sella alle biciclette che venivano loro fornite, erano costretti a lavorare in condizioni indecorose e sotto continua sorveglianza. Le indagini che le forze dell'ordine hanno portato a scoprire le modalità con le quali lavoravano queste persone. Erano costretti a seguire dei tragitti prestabiliti, erano “affidati” al controllo di un capo squadra e venivano addirittura monitorati tramite sistemi GPS.

 

I lavoratori erano impiegati anche per più di 15 ore al giorno per sei giorni alla settimana e percepivano uno stipendio compreso tra i 500 e i 700 euro al mese.

 

L’attività di controllo ha preso le mosse dal monitoraggio di alcuni lavoratori, soprattutto stranieri, domiciliati sia nella bassa atesina che in altre zone della provincia di Bolzano e di Trento, i quali venivano impiegati, prevalentemente nella zona sud della provincia bolzanina. Per gli spostamenti e le consegne, i lavoratori utilizzavano biciclette messe a disposizione dai datori di lavoro.

 

Ai lavoratori in tal modo sfruttati, in alcune circostanze venivano trattenuti i documenti, quali la carta d’identità o il permesso di soggiorno, al fine di mantenere saldo il rapporto di patologica subordinazione e condizionamento psicologico.

 

 

I preliminari accertamenti effettuati, sia con riferimento agli orari di lavoro che alle anomale modalità di svolgimento del “rapporto” d’impiego, hanno condotto i militari ad eseguire più approfondite indagini, che hanno consentito d’individuare una società (con sede a Vicenza).

 

I responsabili di tale società, come hanno dimostrato le successive investigazioni, avevano creato un sistema ad hoc, costituito da ulteriori 4 ditte individuali e da 4 società (riconducibili sempre agli stessi soggetti), il cui principale scopo era quello di allargare il proprio giro d’affari mediante l’impiego di manodopera completamente “in nero”.

 

Queste società e ditte individuali, tutte operanti nel settore della pianificazione e promozione pubblicitaria, hanno sede nelle province di Vicenza, Trento, Verona e Milano.

 

Le Fiamme Gialle altoatesine, dopo un’approfondita attività investigativa, coordinata, come detto, dalla Procura della Repubblica di Vicenza e contraddistinta da numerosi riscontri, rilievi e pedinamenti, nonché dall’acquisizione di oltre 50 testimonianze, sia da parte di lavoratori che da altre persone informate sui fatti, hanno deferito alla predetta Autorità Giudiziaria 7 soggetti tutti residenti a Vicenza, 5 dei quali di nazionalità indiana dai 29 ai 51 anni e 2 di nazionalità italiana di 21 e 65 anni.

Queste persone sono ritenute responsabili, a vario titolo, dei reati di “Associazione per delinquere” (art. 416 codice penale) e di “Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” (art. 603-bis codice penale), il c.d. “Caporalato”. Tra le persone individuate spicca la figura di un soggetto che, oltre alle condotte illecite di cui sopra, si è reso responsabile anche del reato di “abusivo esercizio della professione” (art. 348 codice penale); in particolare, lo stesso, reo confesso, fingendosi commercialista iscritto all’Albo, predisponeva la documentazione amministrativo–contabile (tra cui falsi documenti attestanti la regolarità contributiva, fittizie asseverazioni, ecc.), allo scopo di simulare una formale regolarità dei rapporti di lavoro instaurati, quando in realtà gran parte degli addetti era assunta completamente “in nero” (nel corso delle indagini, ne sono stati scoperti complessivamente 41).

 

La Guardia di Finanza di Egna ha inoltre provveduto a notiziare gli uffici competenti dell’Inps e dell’Inail di Bolzano, per l’esatta quantificazione dei contributi previdenziali e assistenziali non versati nonché per l’applicazione, nei confronti dei “datori di lavoro”, delle relative sanzioni amministrative. Nei confronti di tutti gli indagati, la Procura della Repubblica di Vicenza ha recentemente emesso l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

 

Il reato di Caporalato, disciplinato dall’art. 603-bis del codice penale e rivisitato dal legislatore nel 2016 (legge n. 199/2016), prevede la reclusione da uno a sei anni e la multa da 500 a 1.000 euro per ciascun lavoratore illecitamente “reclutato”. Nei casi di maggiore gravità (quando, ad esempio, viene usata violenza o minaccia), si applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore assoldato L’attività svolta dalla Guardia di Finanza di Egna rientra tra le principali missioni istituzionali affidate al Corpo, quella del contrasto al c.d. “sommerso da lavoro”, vale a dire a ogni forma di lavoro “nero” o irregolare. Scopo di questa missione è anche quello di garantire la corretta operatività degli imprenditori onesti mediante l’eliminazione di forme di concorrenza sleale.

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