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In vendita per 1 milione di euro la ''cappella del Simonino'', l'ex sinagoga di Trento. Ecco la storia di uno degli edifici storici più importanti della città

Le trattative sono curate dall'agenzia Hypo Vorarlberg Leasing Spa. Comune e la Provincia al momento non hanno le risorse per rilevare questo pezzo di storia della città.  E' il simbolo di quell'antisemitismo dilagante che vide Trento al centro di un terribile atto di persecuzione degli ebrei 

Di William Belli e Luca Pianesi - 26 febbraio 2018 - 06:01

TRENTO. Acquistarla costa un milione di euro. E' un "pezzo" unico della storia di Trento, un edificio che in sé racchiude storia, arte e misteri. Stiamo parlando di quella che i più (ma non sono tanti nemmeno loro) conoscono come "cappella del Simonino" ma che in passato era stata la sinagoga di Trento. Si trova "nascosta" all'interno di palazzo Salvadori, lo splendido edificio di via Manci che all'altezza dei portoni presenta delle effigi che ricordano l'uccisione di un bambino e ancora adesso, sulla mappa online della Fondazione per i Beni culturali ebraici in Italia viene segnalata come sinagoga.

 

Ebbene, è in vendita e le trattative sono curate dall'agenzia Hypo Vorarlberg Leasing Spa. "All'interno potrebbero venirci degli uffici molto prestigiosi - ci spiegano - o potrebbe diventare uno studio di qualche professionista. Abbiamo provato a parlarne anche con il Comune e la Provincia ma al momento non hanno le risorse per rilevare questo pezzo di storia della città". E la storia, entrandovici, trasuda da ogni parete, da ogni affresco. Vi sono i dipinti di Carl Henrici del 1770, ma quell'edificio è anche qualcosa di più: è il simbolo di quell'antisemitismo dilagante che vide Trento al centro di un terribile atto di persecuzione degli ebrei che rese il capoluogo trentino "città maledetta" per tutta la comunità ebraica fino a poco più di 50 anni fa. 

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Nel 1475, infatti, vivevano a Trento una trentina di ebrei, le famiglie di Samuele di Norimberga, con la moglie Brunetta e i figli Anna e Israel, di Mosè il vecchio, proveniente da Wurzburg, con la moglie Anna e i figli Mohar e Bonaventura, di Angelo di Verona con la moglie Dolcetta e i giovanissimi figli, la suocera Brunetta e la cognata Bona, divorziata, con il figlio Salomone, Tobia con la moglie Sara e tre figli e infine Israel, un giovane miniatore che vagava da una comunità ebraica all’altra.

 

Samuele e Angelo tenevano un banco dei pegni, mentre Tobia era medico, apprezzato anche dai cristiani per la sua professionalità. L’anno dopo nessuno degli ebrei era più a Trento, in buona parte uccisi, gli altri banditi per sempre. La distruzione della comunità ebraica di Trento era frutto del clima di progressiva intolleranza che aveva caratterizzato soprattutto l’area tedesca nel XV secolo. Le comunità ebraiche erano guardate con diffidenza, sui loro riti gravavano sospetti e incomprensioni, si accusavano gli ebrei di omicidio rituale, avvelenamento dei pozzi, magia. Sovente gli ordini minori, specie i francescani, alimentavano questo atteggiamento d’intolleranza, come il francescano Bernardino da Feltre, detto “flagello degli ebrei”, che nella quaresima del 1475 tenne in duomo una serie di prediche caratterizzate da un’aperta ostilità nei confronti degli ebrei.

 

Il 23 marzo 1475 il cadavere di un bimbo, Simone, figlio del tintore Andrea abitante il Fossato (via del Simonino e Via Roma) viene trovato dagli ebrei nella roggia che scorre sotto le loro case (tuttora visibile nelle cantine). La roggia veniva dal Fossato, colma di rifiuti, il bimbo che vi era finito dentro era stato trascinato dalla corrente. Gli ebrei denunciano il rinvenimento segnando così la loro fine. Immediatamente si mette in moto la macchina giudiziaria destinata a provare l’accusa di omicidio rituale: gli ebrei avrebbero ucciso Simone per trarne il sangue da mescolare ai pani destinati al rito della Pesah (la Pasqua ebraica). Un processo viziato fin da subito dalla presunta colpevolezza degli accusati, voluto fortemente dal podestà di Trento e dal vescovo Giovanni Hinderbach.

 

Cappella del Simonino

Gli ebrei sono incarcerati, le donne sequestrate in casa, eccetto Brunetta che viene anch’essa gettata in carcere perché gode di troppa considerazione fra i cristiani. Sottoposti a torture che prevedono tratti di corda che slogano gli arti (terribile la frase ricorrente che precede le confessioni riportata negli atti processuali: “Sinatis me. Deponatis me, quia dicam veritatem” (“Lasciatemi, mettetemi giù e dirò la verità”). Fiaccati dalle torture, Mosè e Brunetta muoiono in carcere, quest’ultima è l’unica a non dichiararsi colpevole e a protestare l’innocenza degli ebrei.

 

Per Tobia, Samuele, Angelo, Israel, Vitale, Mohar e Bonaventura c’è la condanna a morte. Gli ultimi due, che si convertono al cristianesimo, sono decapitati e bruciati, gli altri sono messi su un carro che attraversa tutta Trento mentre il boia li tormenta con tenaglie roventi, giunti al luogo del supplizio, la Malvasia, sono posti su un palo con in cima una ruota, con gli arti spezzati e lì lasciati morire, quindi bruciati. I beni degli ebrei sono confiscati, compresa la loro abitazione, sulla quale sorgerà il sontuoso palazzo Salvadori.

 

Gli ebrei sono banditi per sempre da Trento, bando ritirato solo nel 1803, con la cessazione del principato vescovile, mentre gli ebrei lanciavano su Trento l’”herem”, una sorta di maledizione. La condanna degli ebrei di Trento suscitò una vastissima eco. La città divenne un avamposto dell’antisemitismo che caratterizzava il mondo tedesco. Una forte devozione si sviluppò attorno al presunto martire, favorita dal vescovo e dalle autorità cittadine e Trento divenne meta di devoti che ripercorrevano l’itinerario legato alla storia di Simonino: la cappella barocca eretta nel 1747 sulla casa natale di Simonino (tuttora esistente in via Roma, chiusa perché di proprietà privata), il palazzo sorto là dov’erano le case degli ebrei (palazzo Salvadori in via Manci) e la chiesa di S. Pietro, dove il cadavere imbalsamato di Simonino era esposto in una teca.

 

La devozione continuò a lungo, con tutti i risvolti antisemiti, solo ai primi del Novecento Giuseppe Menestrina dimostrò la falsità delle accuse mosse agli ebrei e negli anni Sessanta le ricerche del domenicano Paul W. Eckart, promosse dal Vaticano, ristabilirono la verità storica, a seguito della quale la Chiesa, nel 1965, aboliva il culto di Simonino e ne rimuoveva le spoglie dalla chiesa di S. Pietro riconciliandosi con il mondo ebraico, che vedeva cadere un’accusa secolare. Infine nel 1992, alla presenza di esponenti dell’ebraismo e delle autorità cittadine, il Comune di Trento apponeva una lapide in vicolo all’Adige con una scritta riparatrice, e recitava il Kaddish per la comunità ebraica trentina sterminata.

 

La memoria dell’ingiusta distruzione della comunità ebraica trentina meriterebbe un ricordo più incisivo di una lapide defilata e difficilmente visibile. Il palazzo Salvadori, fregiato sulla facciata da due medaglioni marmorei dello scultore barocco Francesco Oradini raffiguranti la falsa uccisione di Simonino da parte degli ebrei e provvisto di un’artistica cappella affrescata da Carl Henrici nel 1770, quella che è in vendita. Potrebbe essere acquistato dall’Ente pubblico e utilizzato come centro di dialogo interreligioso e sede espositiva di iniziative centrate sulla tolleranza per la diversità, religiosa, sociale, etnica. Si spendono tante risorse 

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