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Addio a Giorgio Grai, un patriarca e grande protagonista del vino. Il Trentino Alto Adige piange un grande dell'enologia

Il Grande Vecchio del vino italiano, ha lasciato questa terra a quasi 90 anni. Ma schiere di enologi, cultori del vino, critici del cibo, esteti del gusto, difficilmente lo dimenticheranno. Era un baluardo di saperi. Elaborati in decenni d’esperienze enoiche. In ogni parte del mondo

Di Nereo Pederzolli - 31 ottobre 2019 - 12:07

BOLZANO. Non aveva più tempo di stare ad ascoltare quanti pontificavano il loro vino solo per vantare competenza enologica. Lui cercava l’essenza, l’anima di un nettare. Lo faceva senza alcuna concessione alla banalità, giudicando con micidiale precisione quanto stava annusando – sì, proprio così – ancor prima di portare il vino al palato. Giorgio Grai, vero Patriarca del vino, s’è spento ieri nell’ospedale di Bolzano, dopo una fulminea quanto devastante malattia.

 

Il Grande Vecchio del vino italiano, ha lasciato questa terra a quasi 90 anni. Ma schiere di enologi, cultori del vino, critici del cibo, esteti del gusto, difficilmente lo dimenticheranno. Era un baluardo di saperi. Elaborati in decenni d’esperienze enoiche. In ogni parte del mondo. Partendo sempre in riva all’Adige, Bolzano e la conca di Caldaro, ma anche Trento e le sue vallate vitate.

 

Scontroso, severo, addirittura terribile, bastian contrario quando aveva un bicchiere in mano, altrettanto dolce, aperto al confronto, pronto a farsi stupire se nella degustazione entravano stimoli alla curiosità, alla fantasia che solo il vino migliore riesce a suggerire. Infiniti gli aneddoti legati alla sua poderosa carriera. Instancabile e lungimirante.

 

Tutto era iniziato verso gli anni Sessanta. Giorgio Grai girovagava per le cantine sociali della regione, annusava, criticava, si fidava solo del suo naso. E sceglieva le botti migliori. Vini bianchi, anzitutto. Perché lui era sicuramente il "bianchista" migliore d’Italia. Basta assaggiare certi Pinot bianco che lui proponeva in bottiglie con l’etichetta Bellendorf, vini di oltre 50 anni ancora perfettamente vitali, indimenticabili.

 

La sua caparbietà enologica, la sua competenza lo ha portato a giocare davvero in trasferta. Il suo sapere enoico ha stregato personaggi del vino di stampo monumentale. Uno, Andrej Tschelistcheff, origini russe, il "padre" della viticoltura californiana della Napa Valley, assaggiando un vino di Grai s’inginocchiò, ritenendolo uno dei migliori mai bevuti.

 

Il palmares di Grai non ha limiti. Un suo Pinot conquistò i Tre Bicchieri del Gambero Rosso sulla prima edizione della guida vini, uno dei mitici 33 migliori vini d’Italia. Lui è il promotore di uno dei primi e più famosi wine bar, il suo, l’Edy, quello di piazza Walther a Bolzano, uno scrigno enologico che ancora custodisce bottiglie griffate Grai. Dove artisti, architetti, scrittori e ogni appassionato di vino si sono dati appuntamento, per simposi tutti da vivere. Con Luigi Veronelli, con tanti vignaioli, nostrani e non, molti purtroppo mancati. Giudicava, suggeriva pietanze e tecniche di cottura. Lo aveva fatto anche a New York, con un suo storico amico, Sirio Maccioni, il patron de "Le Cirque", con il quale aveva condiviso giovanili esperienze culinarie a bordo di fascinose navi da crociera.

 

I "vecchi" lo ritenevano un loro profeta. Senza invidia. Raccontavano episodi di vino, storie di vita. Come Nello Letrari, in merito ad una simpatica vicenda tutta trentina. “È venuto per comprare un po’ di Marzemino, ha assaggiato tutte le vasche e el me ghà ciavà la migliore”.

 

Non faceva sconti, non transigeva se la discussione era banale. Quello che pensava, lo esternava. Senza mediazione. I miei ricordi sono nitidi. Come i suoi vini. Non si poteva distrarsi rifugiandosi nelle considerazioni consuete (interessante, ancora troppo giovane, deve fare bottiglia, è un tantino chiuso) ma cercare il nocciolo della sensorialità, altrimenti arrivava immediatamente la sua stilettata micidiale, devastando ogni schema degustativo. Altrettando però disponibile ad insegnarti, se lo stavi ad ascoltare.

 

L’estate scorsa sono stato con lui in Valpolicella, da uno dei miti dell’Amarone, in occasione della serata finale di un corso di cucina popolare. Lui che aveva suggerito accostamenti enologici a chef del calibro di Gualtiero Marchesi – ma anche di mezzo mondo, specialmente francesi – ha parlato del valore della semplicità, del modo più schietto di cucinare, di rendere la tavola momento gioviale. Anche allora, però, ha stroncato alcuni vini serviti ai commensali, tra lo stupore e un certo disagio dei produttori presenti.

 

Indomito, girovago. Macinava chilometri su chilometri con la sua automobile, continuando a suggerire soluzioni a cantine friulane – la sua seconda patria – marchigiane, liguri, piemontesi (Gancia) pure pugliesi, senza tralasciare Alsazia ( dove elaborava un traminer incredibilmente innovativo) e una serie di Domaine, come Astruc, de Martinolles e il Paul Mas, solo per citarne qualcuno.

 

Amava i vini bianchi longevi, li proponeva come fossero dei rossi stile borgognone, elaborava pure uno strepitoso Trento Doc, spumante di razza, finissimo, sempre bramato dai cultori più esigenti. Parlava più lingue e il suo linguaggio era forbito in tanti settori, artistici come colturali, si modi e sistemi per allevare viti. Adesso rimangono le sue interpretazioni enologiche. Che sfidano il tempo. Annate memorabili. Lui, purtroppo, è nel millesimo infinito.

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