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"Ho lasciato i bambini a casa e sono partita, incinta di 7 mesi. Dopo il viaggio in barcone ora torno a vivere"

Troppo pericoloso portare in un viaggio così i suoi quattro figli. Ha deciso di lasciarli a un'amica fidata. La storia di Stella che se ne è andata dalla Nigeria ed è stata accolta a Casa Padre Angelo. Da Flavon parte il nostro viaggio per il progetto "Il Mondo in piazza"  

Foto da internet
Di G.Fin - 02 giugno 2019 - 18:50

FLAVON. “Sono scappata di notte, i miei figli erano al sicuro da un'amica e solo per telefono sono riuscita a dir loro che gli voglio tanto bene”. È un racconto struggente quello fatto da Stella (il nome è inventato per motivi di sicurezza), una delle tante donne ospiti a Casa Padre Angelo la struttura che si trova a Flavon e che accoglie le donne migranti assieme ai propri figli scappati da storie di paura e violenza.

 

Stella si trovava in Nigeria quando ha deciso di scappare. Sapeva che l'aspettava un viaggio difficile e pericoloso e per questo ha deciso di lasciare i suoi quattro bambini a casa con la speranza di rincontrarli in futuro.

 

Quella di Stella è una delle tante storie che sono state protagoniste sabato a Flavon nella prima tappa di “Il mondo in piazza”. Il progetto girerà su quattro ruote gran parte del Trentino attraverso un vero e proprio furgone che trasformerà le piazze in luogo di incontro e testimonianza attorno a vari temi dall'accoglienza della diversità, alla storia dell'emigrazione trentina passando per lo spopolamento delle valli alpine. (QUI L'ARTICOLO)

Ieri a Flavon il tema della prima tappa è stato “Accoglienza della diversità” con l'apertura della mostra fotografica di Fabio Bucciarelli sulla guerra in Libia. Un intero pomeriggio dedicato ai giochi in strada con grandi e piccini, a racconti e testimonianze e a tante riflessioni fatte assieme a cittadini e associazioni.

 

Noi de Il Dolomiti abbiamo seguito questa prima tappa che ha visto la partecipazione dell'intera comunità. Lo abbiamo fatto raccontando la storia di Stella, le sue speranze e cosa rappresenta, oggi, per lei il Trentino.

 

 

Stella, oggi sei ospite a Casa Padre Angelo. Ma quando sei arrivata in Trentino e in che modo?

Sono partita dalla Nigeria il 12 ottobre 2017. Prima sono arrivata in Libia e poi ho atteso sette mesi per ripartire e arrivare a Lampedusa. Ero incinta di circa 7 mesi ed ho fatto un viaggio in barca che è durato due giorni.

 

Era qui che volevi venire, e come te lo immaginavi prima di partire?

Non era importante dove stavo andando, era importante per me andare via dalla Libia e per questo ho pregato molto. Quando ho saputo che andavo in Italia ero contenta e felice. In viaggio ho ringraziato Dio per avermi dato la possibilità di avere una nuova vita per me e la mia bambina. Sapevo che in Italia si stava meglio che in Libia.

 

Hai cinque figli, quattro sono rimasti nella terra che hai lasciato. Quando sei partita cosa hai detto a loro?

Io sono dovuta scappare in fretta durante la notte. I miei bambini non erano in casa, erano al sicuro da una amica. Una settimana dopo ho telefonato loro e ho spiegato che ero dovuta andare via. Ho detto ai miei figli che voglio bene a loro e che speravo di tornare presto.

In che modo sei arrivata a Trento e hai preso contatto con Casa Padre Angelo?

Arrivata a Lampedusa mi hanno aiutata i volontari. Poi sono ripartita e arrivata alla stazione di Ala dove i carabinieri mi hanno aiutata e portata in ospedale. Da lì sono entrata nel progetto Cinformi di Trento. Nel frattempo è nata la mia bambina e, dopo essere stata dimessa dall'ospedale, sono stata accolta presso la struttura Casa accoglienza alla vita Padre Angelo.

 

Come è stato il primo impatto con i trentini?

Ho pensato che le persone trentine sono gentili e simpatiche.

Cosa si prova a ritrovarsi in un luogo in cui  si parla una lingua diversa e la cultura non è quella propria?

Non ero felice, ero confusa, a volte mi faceva arrabbiare non essere capita per il problema della lingua. Ero triste perché avevo bisogno e non mi capivano. Mi trovo in un Paese diverso dal mio e penso che in Italia ci sono molte opportunità e possibilità che non avevo in Nigeria e per questo mi trovo bene con la cultura italiana.

 

Chi ti ha aiutato a ricostruire un po' alla volta la tua vita per guardare al futuro? Cosa è stato più difficile?

Mi hanno aiutato le persone che a vario titolo lavorano per i richiedenti protezione internazionale. Da Lampedusa a Trento e poi Flavon sono stati gli operatori ad aiutarmi a ricostruire la mia vita. La cosa più difficile è stata imparare la lingua italiana.

 

E la tua bambina come sta? Come ha reagito a tutto questo?

Mia figlia dopo due settimane dalla nascita ha sempre vissuto a Flavon dove viviamo tutt'ora. Lei conosce solo questa vita e questa casa. Non ha vissuto quello che ho vissuto io, i vari spostamenti e i vari problemi. Quindi lei è serena.

 

La tua può essere definita una storia positiva di integrazione. Hai trovato un lavoro, di cosa ti occupi?

Sì, lavoro agli uffici postali di Contà, faccio le pulizie dal lunedì al sabato mattino. Ho fatto anche delle esperienze come badante dopo aver terminato il corso di formazione per badanti a Cles. Sto imparando il lavoro di sarta sempre tramite un corso a Cles. Ho fatto per circa 4 mesi la volontaria alla Casa di riposo di Cles. Sto anche studiando per la patente perché so che per lavorare è importante. Continuo a frequentare la scuola per imparare sempre meglio l'italiano.

 

Vorresti tornare nel tuo Paese in futuro oppure vorresti che i tuoi figli ti raggiungessero qui?

Non voglio tornare in Nigeria perché lì si sta male. Vorrei tanto che i miei figli e la mia mamma potessero un giorno vivere con me in Italia.

Cosa vorresti dire a chi arriva oggi in Italia?

Sii forte. Vai a scuola. Impara bene la lingua. Comportati bene e fatti aiutare dagli operatori. Non perdere la speranza.

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