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Coronavirus, "Abbiamo bare accatastate nelle chiese ma ci rialzeremo". Ranica cent'anni fa ospitò i profughi trentini, ora affronta una tragedia

Ranica è un piccolo comune della bergamasca, vicino ad Alzano Lombardo e Nembro. Durante il primo conflitto mondiale ospitò i profughi brentegani sfollati in quelle terre. Ora si trova al centro della zona d'Italia più colpita dall'emergenza sanitaria. La sindaca: "Stiamo perdendo un patrimonio importante, i nostri anziani, persone che hanno inciso nelle nostre vite ma ci rialzeremo"

Di Arianna Viesi - 02 aprile 2020 - 07:18

RANICA (BG). Ranica è un piccolo comune alle porte di Bergamo. Seimila anime all'imbocco della Val Seriana, proprio accanto a Nembro ed Alzano Lombardo. Sono nomi, questi, che riempiono le pagine dei quotidiani da qualche settimana a questa parte. Nomi che, purtroppo, tutti abbiamo imparato a conoscere.

 

Per una singolare coincidenza, un sincronismo crudele ha rimesso in scena un dramma vissuto cento anni fa. Si combatteva un'altra guerra, allora. Ma il carico di dolore non è cambiato. 

 

È noto che, durante la Grande Guerra, i trentini sfollati furono variamente collocati, chi nel Regno, chi nell'Impero. Nonni e bisnonni che vissero la tragedia del conflitto hanno raccontato storie di stenti, disperazione e morte: non solo sui campi di battaglia, ma anche nei luoghi lontani dell'esilio. La maggior parte dei profughi di Brentonico venne sfollata nella provincia di Bergamo: chi nel capoluogo, chi nei diversi comuni dell'hinterland. Molti di loro vennero accolti proprio dal comune di Ranica che seppe riservare loro rara umanità e aiuti concreti. Cosa non scontata. Esiste, infatti, tutta una letteratura sulle condizioni e il trattamento dei profughi dislocati nei vari comuni italiani: si andava dalla sopportazione indifferente all'aperta ostilità.

 

 

Ranica, cent'anni fa, salvò un pezzo di Brentonico. Gli tese la mano, quando Brentonico si trovò in prima linea in una guerra che non aveva scelto. Brentonico e Ranica non hanno mai scordato quel legame: nel 2015, in occasione del centenario della Grande Guerra, la comunità ranichese ha provveduto al restauro della lapide, posta nel cimitero cittadino, che ricorda i morti brentegani. E, da lì, incontri e scambi si sono susseguiti, in ricordo di quella mano tesa e di un'amicizia che non è mai venuta meno.

 

Cent'anni fa fu Brentonico a pagare il prezzo più alto di quella tragedia, oggi è Ranica a piangere i suoi morti, a invocare una tregua.

 

"Muoiono persone che hanno fatto la storia della nostra comunità, muoiono amici, padri, madri", non riesce a trattenere le lacrime, Mariagrazia Vergani, sindaca del piccolo comune. E' proprio lei, donna da sempre impegnata in progetti di solidarietà, a raccontarci le proporzioni del dramma che quelle comunità stanno vivendo.

 

"Abbiamo molti medici - racconta - a cui mancano i dispositivi di protezione. Le visite si fanno telefonicamente. La carenza di mascherine aggiunge fatica al dolore. Stiamo correndo come matti con le associazioni di volontariato per recuperarne e, poi, distribuirle a chi è in prima linea, anche agli addetti alle pompe funebri che sono allo stremo. Si stanno ammalando anche loro, tanti vogliono chiudere".

 

Non è facile ascoltare le sue parole. La voce trema e procede a stento. È la voce di chi, da questa tragedia, è stato travolto in prima persona. Il compagno di Mariagrazia Vergani, risultato positivo al Covid, è stato ricoverato d'urgenza all'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e quindi trasferito a Pavia. Ora, ci racconta la sindaca, sta meglio ed è stato dimesso, ma l'angoscia di quelle tre settimane stenta ad andarsene. Lei stessa ha dovuto sottoporsi ad una quarantena prolungata: inizialmente due settimane per aver avuto contatti con un sindaco positivo, altre due per la malattia del compagno.

 

È la voce di chi, però, in quanto rappresentante di un'intera comunità, deve portare sulle spalle il peso di una tragedia che non è solo personale ma che, inevitabilmente, si fa collettiva. Una voce provata, certo, ma colma di dignità e coraggio.

 

"La situazione è drammatica. Sicuramente non siamo ai livelli di Alzano e Nembro, ma è una tragedia. Tutti i giorni, come amministrazione, cerchiamo di essere vicini alle persone. Si sentono sole, sono spaventate. Bisogna evitare il senso di solitudine e isolamento. Cerchiamo anche di far rete, tra i sindaci della zona, cerchiamo di agire insieme  per far fronte a questa emergenza, ma non è facile".

 

Con i numeri che, quotidianamente, ci passano davanti c'è il rischio di assuefarsi alla tragedia. Ma i numeri aiutano, in parte, a razionalizzarla e, quindi, a comprenderla. "Nembro, in venti giorni di marzo, ha fatto la metà dei morti di un anno. Noi, nel mese di marzo, abbiamo avuto sette volte i deceduti del marzo dell'anno scorso. Fanno impressione, questi numeri. Ma, per noi, non sono solo numeri. Siamo una comunità: dietro quei numeri ci sono amici, padri e madri, persone che l'hanno fatta, questa comunità".

 

Bergamo e la sua provincia sono diventate tristemente note per essere il focolaio d'Italia. In nessun altro luogo il dramma ha raggiunto proporzioni simili. Epidemiologi e virologi hanno cercato di capirne il motivo. Sono state avanzate diverse ipotesi ma, tutte, sembrano riassumersi in un'unica risposta, la stessa che ci dà Mariagrazia Vergani.

 

"Il problema - spiega - è stato probabilmente sottovalutato. Ad Alzano, il giorno di carnevale, l'ospedale è rimasto chiuso due ore per un sospetto Covid. Ma poi è stato riaperto. Da lì è partito tutto. Le persone passate all'ospedale in quei giorni sono state tutte infettate. Nembro ha parecchie ditte che lavorano, che hanno contatti con l'estero, parecchi supermercati, grosse catene. La mobilità ha sicuramente aiutato il diffondersi del virus. È stato sottovalutato a livello regionale. Poco dopo i primi casi avevamo Bergamo Alta piena di gente. È una disgrazia. Se avessero chiuso, dichiarando zona rossa tutta la Val Seriana, forse saremmo riusciti a salvare qualcuno".

 

"Ora la situazione sta lentamente migliorando - aggiunge -. Abbiamo ancora molte persone in ospedale ma il farmacista mi ha detto che è calata la richiesta di ossigeno".

 

La richiesta di ossigeno, ci spiega la sindaca, è alta perché molte persone vengono curate a casa perché in ospedale non c'è più posto. Tanti, ci racconta, sono morti a casa dopo giorni di febbre, senza tampone. Come ripetono gli esperti, da settimane, i dati ufficiali vanno moltiplicati.

 

"Le persone malate crollano da un momento all'altro, peggiorano nel giro di poco tempo. L'ho vissuto sulla mia pelle. Il saturimetro ti salva la vita. Il mio compagno, alle 13, aveva 90 di saturazione d'ossigeno nel sangue, alle 18 è passato ad 80. Quando crolli, crolli. Ad un nostro amico la saturazione, in poco tempo, è scesa a 75. E' stato portato d'urgenza all'ospedale ed è morto dopo una settimana di casco. Devono prenderti per i capelli. Il mio compagno, quando è tornato, mi ha detto: 'Negli ospedali ho visto la guerra'. I medici sono stremati, fino alla settimana scorsa molti di loro non avevano i Dpi adeguati. Chi lavora nelle terapie intensive spesso deve scegliere. Non sai dove portano le persone, se hanno il cellulare puoi parlarci, altrimenti una volta al giorno ti telefonano dall'ospedale e ti dicono come va".

 

"Al dolore si aggiunge il dolore di non poter star loro vicino, non li vedi più, ci vogliono giorni per le cremazioni. Al cimitero possono starci solo dieci persone per la benedizione e la tumulazione. Ci sono famiglie distrutte, un coniuge magari è in quarantena mentre l'altro è morto. Passano anche quindici giorni prima che arrivino le ceneri. Per la cremazione abbiamo mandato salme a Cuneo, Novi Ligure, in Emilia Romagna. Abbiamo le chiese e i magazzini che fanno da deposito per le bare in attesa delle cremazioni. Se una persona muore a casa, le pompe funebri non sanno nemmeno se riescono a venire a prenderla in giornata. I familiari, magari, devono restare con il proprio caro morto in casa per un giorno o due".

 

Gli ospedali della bergamasca sono ormai saturi: chi riesce se ne sta a casa, magari con l'ossigeno, i più gravi vengono trasferiti in altri ospedali, anche fuori regione. "Quando chiami il 112, si cerca posto in questo o in quel pronto soccorso. Abbiamo gente a Bergamo, ma anche a Lecco, Milano, Pavia. Adesso stanno sistemando alcune strutture alberghiere dove manderanno i malati meno gravi per alleggerire gli ospedali. Nelle nostre case di riposo il virus sta facendo una strage. Ci sono i familiari che hanno fornito i tablet per poter vedere i propri cari. Chi non ne ha, riceve notizie dalla struttura finché, spesso, non arriva la notizia della morte. E non puoi più andare a vederli. Li vedi solo in una bara, coperti".

 

Nel buio, però, la luce si vede meglio. Ed è proprio nei momenti di difficoltà che, spesso, si vede tutto il buono e tutto il bello di cui l'uomo è capace. Si moltiplicano, in tutta Italia, i gesti di solidarietà.

 

"Siamo fortunati. Abbiamo tanti volontari che ci danno una mano. I negozianti sono impegnati nella consegna della spesa a domicilio, i farmacisti si fanno anche 40 chilometri per recuperare le bombole d'ossigeno, abbiamo numeri preposti al sostegno psicologico, sulla pagina Facebook della biblioteca comunale gestiamo le attività per i bimbi, con le donazioni riusciamo a recuperare bombole di ossigeno liquido che dura dieci volte di più, alcune donne cuciono mascherine fatte in casa. Nella tragedia sta uscendo tutto il bello e la solidarietà delle nostre comunità. Cerchiamo di intercettare le persone più sole, capire quali sono i loro bisogni".  

 

Si fa fatica ad ascoltare le sue parole. Sono le parole di una donna stanca e provata, che spesso non riesce a trattenere le lacrime mentre racconta la tragedia che la sua comunità sta affrontando. Ma sono parole di forza e speranza, parole che cercano la luce e che, quella luce, la troveranno.

 

"Sembra un film, ti chiedi se è vero. Chissà per quanto ne avremo e poi dovremo fare un lavoro di ritessitura. Sono mancate persone importanti, che facevano il tessuto sociale della nostra comunità. Stiamo perdendo un patrimonio importante, i nostri anziani, persone che hanno inciso nelle nostre vite. Spero che questa esperienza ci dia la forza, stanno venendo fuori le potenzialità delle nostre comunità. Speriamo le sollecitino a mettere avanti dei valori diversi. Ci siamo alzati dopo le guerre, ci alzeremo anche da questo. Con le ossa rotte, ma vivi".

 

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