"Oggi avresti compiuto 37 anni". Sara Pedri scomparsa nel 2021, la sorella: "Non riuscire a chiudere un cerchio è un'attesa che non auguro a nessuno"
Emanuela Pedri ha deciso di pubblicare un messaggio intriso di amore e memoria, in cui il dolore si intreccia a un percorso di trasformazione personale. E sulla vicenda processuale spiega: "Dopo la prima sentenza di assoluzione è stato fatto ricorso. Noi stiamo ancora attendendo la nuova data dell'udienza. Questo dà speranza a persone che oltre a noi sperano che cambi qualcosa"

TRENTO. “Oggi avresti compiuto 37 anni”. Inizia così il testo pieno di dolore ma anche di speranza che Emanuela, sorella di Sara Pedri, ha scelto di pubblicare nel giorno del 37esimo compleanno della giovane ginecologa scomparsa da Cles il 4 marzo del 2021.
Parole che restituiscono un ritratto che va oltre il dolore: quello di un legame che continua a vivere nei gesti quotidiani, nei progetti nati per trasformare una ferita in qualcosa di utile agli altri.
“Ogni anno – continua Emanuela Pedri - mi chiedo come saresti, che cosa penseresti, quali sogni avresti ancora nel cuore. Poi mi fermo e mi accorgo che, in fondo, continui a parlarmi ogni giorno”.
Un messaggio intriso di amore e memoria, in cui il dolore si intreccia a un percorso di trasformazione personale. “In questi cinque anni mi hai insegnato più di quanto avrei mai immaginato” spiega la sorella. "Mi hai insegnato a trasformare l'assenza in presenza, a coltivare le relazioni, a riconoscere la bellezza nelle piccole cose, a vedere l'invisibile nel visibile, a comprendere che l'amore non si misura nella distanza, ma nella capacità di continuare a camminare insieme, anche quando tutto sembra impossibile. Oggi ti sento parte di tutto questo, di ogni incontro, di ogni abbraccio, di ogni mano tesa, di ogni persona che ha trovato ascolto, di ogni progetto nato dal desiderio di trasformare il dolore in qualcosa che possa essere utile agli altri”.
Non sono mancati anche i momenti di rabbia uniti al dolore. A partire dalla vicenda legale che ancora oggi non è finita.
Emanuela Pedri, sono passati cinque anni dalla scomparsa di Sara Pedri: lei e tutta la sua famiglia come avete vissuto questo tempo, tra l’attesa di ritrovarla e la ricerca di giustizia?
Cinque anni sono tanti, ma allo stesso tempo sono pochi. Se penso all’attesa, alla ricerca del corpo e alla ricerca di giustizia, posso dire con sincerità che sono stati tanti. Per qualsiasi famiglia, non riuscire a chiudere un cerchio dopo cinque anni, è veramente un'attesa che non auguro a nessuno. Non pensi di doverla vivere nella vita. Ma cinque anni sono anche pochi. A me sembra ancora che Sara sia andata via ieri. L’impegno nel ricordarla, nel continuare a intrecciare una rete di ricordi e pensieri dedicati a lei, ha fatto scorrere il tempo quasi senza accorgermene. Eppure, quando mi fermo davvero a pensarci, mi sorprendo nel rendermi conto che sono già passati tutti questi anni.
E' stata una corsa continua. Non voluta, spinta. Perché non sarei mai stata in grado di fare tutto questo. Io non pensavo nemmeno di riuscire a fare il primo passo dopo quello che è successo. Non ero pronta a gestire una cosa del genere. Lei è stata fondamentale. Perché l'amore nei suoi confronti è immenso. Finché non perdi una persona non riesci a quantificarlo. Spesso lo diamo troppo per scontato. E alcune volta mi sono sentita in colpa.
Perché si è sentita in colpa?
Mi sento in colpa pensando che l’ho avuta accanto per 31 anni e che forse non le ho fatto vedere tutto l’amore che le dimostro oggi. Magari un abbraccio in più, un 'ti voglio bene' in più. Ma pensavo che ci sarebbe stato tempo, perché era la mia sorellina più piccola. Pensavo di fare da sorella, ma anche un po’ da mamma, e di godermela per tutta la vita. Pensavo che, semmai, sarebbe stata lei a soffrire per la mia mancanza. E invece mi sono ritrovata in una situazione completamente opposta.
Mi immaginavo di diventare zia, di essere la sua testimone di nozze. Immaginavo anche che sarebbe stata la mia ginecologa. Era così appassionata del suo lavoro che pensavo che, avendola come ginecologa, non mi sarebbe successo nulla.
Sara oggi avrebbe 37 anni. Lei è riuscita, a cinque anni di distanza, a gestire o ad elaborare tutto quello che è successo?
Lei sarebbe ancora giovanissima. Oggi sì, ci sono riuscita a gestire ed elaborare quello che è successo. E' fondamentale questa trasformazione ma è molto complicata in una società come quella nella quale ci troviamo a vivere oggi dove non c'è tempo per imparare a trasformare anche la morte in vita. Se ci sono riuscita io, con il mio bagaglio e con quei pochi strumenti che avevo, significa che davvero è possibile attraversare una perdita e trasformarla in vita anche per tante altre persone.
Una perdita può aprire porte che non sapevamo esistessero, può generare qualcosa che assomiglia ai miracoli. Lei, in questi anni, mi ha insegnato tantissimo e lo continua a fare tutt'oggi.
Qui sta il ritorno, che è anche il nome dello spettacolo a Forlì dedicato a Sara Pedri. Mi ha insegnato a vedere ciò che avevo già dentro di me, ma che ancora non conoscevo.
Lei ha spiegato che questi anni sono stati anche molto lunghi per l'attesa di trovare un corpo, un qualcosa per poter ridarvi fisicamente Sara.
Si, non abbiamo trovato il corpo, non c'è nulla di lei. E' terrificante. Io ho sempre cercato di attendere i tempi giusti. Ci sono degli equilibri ed è fondamentale chiedere nei momenti giusti considerando aspetti ambientali e umani. Ma in questi anni mi sono reso conto che la ricerca di Sara veniva fatta da tutta la cittadinanza di Cles. Non è mai stata una ricerca solo dei vigili del fuoco o di chi per loro. Non è stata solo una ricerca tecnica. C'è stata una ricerca del suo pensiero, di chi passava da quel ponte guardava, vedeva e pregava. Una ricerca che non si è mai fermata.
Sono consapevole che il corpo segue assolutamente il suo tempo. Ma questo non vuol dire che non la troveremo mai.Sappiamo che più passano gli anni e più sarà difficile. Però Sara non era nuda, era vestita. Potranno emergere una scarpa a un pezzo di vestito. L'attenzione è alta ed io non temo che un domani potremmo ritrovarla. Ma so ormai benissimo che lei in qualche modo è stata comunque già trovata. Io ho fatto tramite le amicizie che sono nate con tantissime persone del luogo e gli intrecci di relazioni che vanno avanti ancora oggi. Sarà è come se fosse stata adottata da un ambiente, da un ambiente sano.
Ci sono stati anche momenti difficili, di rabbia. Nel corso di questi cinque anni ci sono stati processi e anche delle assoluzioni per il primario Saverio Tateo e Liliana Mereu. Lei e la sua famiglia come avete vissuto la vicenda legale che è iniziata con la scomparsa di sua sorella Sara?
E' molto complicato poter dire qualcosa da parte di una sorella. Bisognerebbe essere un tecnico. C'è stata una prima assoluzione alla quale, inaspettatamente anche perché noi siamo parte civile, la Procura ha fatto appello e per noi è stata già quella una vittoria.
Diciamo che quello che mi aspetto da un processo aperto è che si arrivi a dare un esempio affinché le cose possano poi cambiare. Noi lo abbiamo dovuto fare a prescindere dal percorso legale costituendo una associazione.
Sappiamo che oggi non esiste uno specifico reato di mobbing, ma dobbiamo anche ricordare che è importante lasciare che la giustizia faccia il suo corso, sia per dare un esempio sia per trasformare ciò che è accaduto in uno stimolo per una proposta di legge. Allo stesso tempo, è altrettanto importante lavorare sulla prevenzione e sensibilizzare le persone. Nel 2025 c'è stata la sentenza di assoluzione e poi il ricorso. Noi stiamo ancora attendendo la nuova data dell'udienza. Questo dà speranza a persone che oltre a noi sperano che cambi qualcosa. Nulla è finito, è c'è ancora la speranza che ci sia un cambiamento terreno.











