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Coronavirus, i teatri trentini alzano bandiera bianca e sospendono le attività. ''Situazione dura che rischia di diventare drammatica''

Troppi i problemi, indefinibili e indefinite le responsabilità. Chi controlla? Chi e come si esclude? Una preoccupazione forte che non riguarda solo le ricadute economiche e occupazionali della serrata forzata, ma anche l'impoverimento sociale. Le diverse realtà del territorio pronti a fare fronte comune per trovare soluzioni e interessare la parte politica

Di Carmine Ragozzino - 07 marzo 2020 - 12:51

TRENTO. “The show must go on”: lo spettacolo deve continuare. Una frase che dai Queen in poi è diventata anche vulgata italica. Per un po’ ci hanno provato. Poi è prevalso Battiato: “Sul ponte sventola bandiera bianca”. Si sono dovuti arrendere al coronavirus i tanti organizzatori che migliorano il Trentino e i trentini riempiendo le platee di cultura e dintorni. Di tutto quanto la cultura dell’intrattenimento può fare – (e può più di tutto il resto) – per stimolare l’incontro tra le persone. E i loro pensieri.

 

“The show not must go on”: lo spettacolo – giocoforza virale - non può continuare. Prosa, cinema, danza, musica: tutto sospeso fino all’inizio di aprile. E poi? Poi – purtroppo – chissà.

 

Non c’è più spazio per le complicate, kafkiane, mediazioni: respiro corto e gestione impossibile. Tranne che per qualche caso (due Cinema a Trento, ad esempio) non c’è più alcuna metratura di teatri e sale da calcolare per poi permettere l’ingresso ad uno spettacolo solo ad un terzo o anche meno di spettatori. I calcoli servirebbero a garantire quel metro di distanza tra una poltrona e l’altra, tra un eventuale rischio e l’altro.

 

Ma davanti alla mutante mappa epidemica e agli arzigogoli matematici non ci sono calcoli possibili: troppi i problemi, indefinibili e indefinite le responsabilità. Chi controlla? Chi e come si esclude? E se una coppia si separa prima che si spengano le luci per poi riunirsi al buio - (la forza dell’amore?) – chi pagherà in solido? Forse il “gestore”? Si chiude dunque.

 

Anzi, si è già chiuso: più o meno, tutto. Attività sospesa tanto per i grandi enti di promozione artistica quanto per quelli che non hanno il salvagente della contrattualità (potenziale) di un contributo pubblico.

 

Il coraggio, la passione, la caparbia volontà di “resistere”? “Sui palchi sventola bandiera bianca”. Ma non è la bandiera della resa. Senti uno, l’altro e l’altro ancora tra coloro che giorno dopo giorno si sbattono per animare cartelloni, programmi, proposte. Ci metti un niente a capire che la preoccupazione – una preoccupazione forte davveronon riguarda solo le ricadute economiche e occupazionali della serrata forzata. Che sono tante, forse sconosciute ai più.

 

Il timore – bisogna chiamarlo angoscia che ci si intende meglio – è per il “sociale”. E’ il timore per l’impoverimento sociale che un prolungato divieto di culturepotrebbe determinare. Per quanto giorni saremo condannati all’io della propria casa? Che ne sarà del salvifico “noi” che ci fa crescere quando ci riuniamo a conosciuti, ma soprattutto a sconosciuti, per applaudire un attore, un cantante, un ballerino, un comico?

 

Ci sarà certo chi decreta che tra le “emergenze” di questi giorni grami e incerti lo stop allo spettacolo è un’emergenza per così dire secondaria. Chi di spettacolo campa - (anche per far campare meglio l’utenza) - non ha la presunzione di scombinare la classifica dei guai. Ma spera – lo spera davvero – che chi governa la Provincia tenga presente che anche questo problema è serio. Che merita attenzione. Che il settore – ampio, variegato, diversificato alquanto – ha bisogno di considerazione. E di aiuto.

 

Centro servizi culturali Santa Chiara, Coordinamento Teatrale Trentino, Estroteatro/TeatroE, Portland, Aria Teatro, Elementare. E tanti altri. Realtà che “servono” Trento, Rovereto, Pergine e tutte le valli. Realtà che fanno vivere teatri e le sale di cinema. Realtà che danno lavoro diretto e indiretto a tante persone. Di bella e brava gente. Realtà che allestiscono “stagioni” di spettacolo, che propongono corsi e scuole. Realtà dentro e attorno alle quali ruotano decine e decine di figure specializzate nell’arte di portare arte.

 

Oggi queste realtà diverse per struttura – pubbliche, semipubbliche e private – vivono un fortissimo disagio comune. Disagio economico immediato per i mancati introiti della loro programmazione finita nel cestino del “chissà quando e chissà come”. “Non mi darò lo stipendio questo mese – spiega Mirko Corradini – direttore artistico del Teatro di Villazzano, caposquadra di un team di valore – ma siamo almeno una decina a dover sbarcare il lunario, proprio adesso che avevamo avviato con grande soddisfazione la gestione di un altro teatro a Nogara", mentre Andrea Brunello, anima del Portland, ha una squadra di una quindicina di persone da tutelare: "Da soli non ce la possiamo fare. Non abbiamo contributi pubblici e ci gestiamo con il successo del nostro lavoro di spettacolo, produzione, formazione".

 

"Questo mese di stop, se sarà solo un mese, ci costa almeno settantamila euro di mancati introiti tra Pergine e Meano", commenta Denis Fontanari, che con Aria Teatro conduce l’esperienza felice del teatro di Pergine, dove sono in venti a stare in ambasce, quindi Loreta Failoni, presidente del Coordinamento Teatrale Trentino, fa schizzare la conta dei problemi: "Noi facciamo decine di stagioni teatrali e cinematografiche in tutta la provincia. Abbiamo dipendenti fissi e molti dipendenti a chiamata che sul nostro lavoro fa i conti per vivere. Non possiamo dire loro di arrangiarsi fino a quando l’emergenza sarà finita. E' una questione anche etica. Ma senza incassi come si fa?”.

 

Il direttore del Centro servizi culturali Santa Chiara, Francesco Nardelli, quasi non si raccapezza nell’elenco degli spettacoli che salteranno tra Trento e Rovereto, dove gestisce il Melotti. “È una situazione dura, ma rischia di diventare drammatica. Per ora facciamo fronte al problema del personale con il contratto e le ferie. Ma questa è già oggi una questione così seria che nessuno può affrontarla da solo".

 

E infatti si sta creando, per fortuna, un fronte che unisce – fatto inedito e positivo – sia i soggetti pubblici che quelli privati. “Ci siamo già sentiti e visti – spiegano Nardelli e Failoni – e cercheremo di portare avanti un’interlocuzione comune con la Provincia, con l’assessore Bisesti e con il presidente Fugatti. Ci sono una montagna di problemi simili a tutti: ad esempio il tema legato agli abbonamenti inutilizzabili e all’incertezza sul recupero degli spettacoli. Ma vogliamo allo stesso tempo unire le energie per provare a fare insieme qualche iniziativa di spettacolo, magari all’aperto, quando sarà possibile. È un segnale importante della voglia e del bisogno di normalità. Penso al retro del teatro Sociale, che dà sulla piazza”.

 

Sono argomenti condivisi anche dal neo presidente del Centro servizi culturali Santa Chiara, il leghista Sergio Divina. "Se serve sono pronto già dalla prossima settimana a costruire un tavolo con tutti i soggetti interessati per fare da tramite con l’assessore Bisesti perché ne faccia subito parte. Mi rendo conto che i privati hanno un’urgenza di rassicurazioni. Così come il Santa Chiara e il Coordinamento". Divina? Lo prendiamo in parola.

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