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| 15 maggio | 18:38

La Russia è davvero così grande? La Groenlandia è estesa come l'Africa? Ecco perché le mappe ''mentono'' e come il mondo deformato può cambiare anche la nostra percezione

La proiezione di Mercatore, le distorsioni - inevitabili - nell'immagine che abbiamo del mondo e i loro effetti: intervista alla professoressa Maria Petriccione, dell'Università di Padova

TRENTO. Non solo strumento, ma rappresentazione; non solo rappresentazione, ma costruzione di realtà. Dietro a una delle immagini più note in tutto il mondo – il mondo stesso, così come riportato nelle mappe basate sulla proiezione di Mercatore – si intrecciano complicate questioni di carattere matematico, storico, politico, le cui ramificazioni, pur affondando le radici nel Sedicesimo secolo, presentano risvolti concreti anche nel 2026.

 

Un esempio? È di quest'estate la richiesta dell'Unione africana, l'organizzazione che riunisce i Paesi del continente, di cambiare la cartina comunemente usata da governi e organizzazioni internazionali in tutto il mondo – quella di Mercatore, appunto – in favore di una rappresentazione più realistica dei vari continenti. Per rappresentare il geoide terrestre su una superficie bidimensionale infatti, ogni proiezione presenta inevitabilmente delle distorsioni, che nel particolare caso di Mercatore portano a un progressivo ingrandimento delle aree allontanandosi dall'equatore.

 

A livello concreto, per la posizione delle terre emerse rispetto all'equatore stesso, l'effetto è quindi di sovra-rappresentare zone come la Russia, il Nord America e l'Europa a discapito, in particolare, del continente africano – ma anche del Sud America. Per intenderci: la Groenlandia, che su una mappa basata sulla proiezione di Mercatore presenta dimensioni apparentemente paragonabili con l'intero continente africano, in realtà è grande appena un quattordicesimo dell'Africa.

 

L'effetto è tanto più impattante quanto più a nord – o a sud – ci si spinga e le conseguenze sono verificabili direttamente online grazie a un servizio (The True Size Of), che permette di traslare i singoli Stati in altre posizioni del mondo, osservando in diretta le modificazioni indotte dalla proiezione di Mercatore. Guardando proprio all'Africa, l'effettiva dimensione del continente rispetto ad altri territori è sorprendente – lasciamo qua sotto un altro piccolo esperimento realizzato sul sito, oltre a quello già riportato in copertina: a sinistra Russia e Stati Uniti traslati sul continente africano, a destra la Repubblica Democratica del Congo come verrebbe rappresentata all'altezza della penisola scandinava.

“Potrebbe sembrare solo una mappa, ma in realtà non lo è” aveva detto a Reuters la vice-presidente della Commissione dell'Unione Africana, Malika Haddadi, sottolineando come la proiezione di Mercatore fornisca la falsa impressione di una Africamarginale”, influenzando media, sistemi educativi ed il mondo della politica. L'alternativa proposta è l'utilizzo della cosiddetta “Equal Earth”, una proiezione nella quale le dimensioni relative dei vari continenti sono mantenute.

Le valutazioni alla base della proposta sono chiare: nessuna rappresentazione è mai veramente neutra, e quando si parla della proiezione di Mercatore la distorsione finisce per contribuire a rafforzare una lettura euro-centrica del globo – insieme ad altre convenzioni: dove si colloca il meridiano centrale, la scelta di porre il nord verso l'alto o di centrare le mappe sull'Europa o sull'Atlantico.

 

A spiegarlo a il Dolomiti è la professoressa dell'Università di Padova Maria Petriccione, specializzata in geoinformatica, alla quale abbiamo chiesto di approfondire il tema, valutando le radici storiche dell'odierna rappresentazione del mondo e, in particolare l'impatto sull'importanza e la centralità percepita dagli Stati stessi. Ecco le sue parole.

 

Perché le mappe del mondo devono per forza distorcere qualche loro aspetto? Nella più nota delle rappresentazioni della Terra, la proiezione di Mercatore, quali sono le distorsioni più evidenti?

 

La ragione è matematica e va cercata in un risultato della geometria differenziale dimostrato da Gauss nel 1827, il Theorema Egregium: la superficie di una sfera, o più precisamente di un ellissoide come quello che approssima la Terra, ha una curvatura intrinseca che il piano non possiede. In pratica non esiste alcun modo di rappresentare la Terra su un foglio senza introdurre deformazioni. La superficie terrestre viene rappresentata attraverso proiezioni cartografiche che possono conservare tre proprietà metriche fondamentali, le aree, gli angoli (con la conseguente preservazione delle forme locali) e le distanze; queste proprietà, tuttavia, non possono coesistere simultaneamente nella stessa proiezione: ogni scelta cartografica implica dunque il sacrificio di almeno una di esse a favore delle altre, ed è da questa rinuncia che originano le distorsioni.

 

La proiezione di Mercatore appartiene alla famiglia delle proiezioni cilindriche conformi, cioè quelle che preservano gli angoli localmente e quindi le forme nelle piccole porzioni di territorio. La conseguenza è una distorsione crescente delle aree man mano che ci si allontana dall'equatore, con un effetto che si amplifica alle alte latitudini: a 60° le aree appaiono quadruplicate, a 80° dilatate di circa trentacinque volte, e ai poli la deformazione tende all'infinito. Per questa ragione le mappe in proiezione di Mercatore vengono generalmente troncate intorno agli 85° di latitudine. L'esempio più citato riguarda la Groenlandia, che sulla mappa appare grande quanto l'Africa, mentre nella realtà è circa quattordici volte più piccola.

 

Che cosa privilegia la proiezione di Mercatore rispetto ad altre mappe, e perché è diventata così dominante nel mondo occidentale?

 

La proiezione Mercatore nasce nel 1569 con lo scopo preciso di aiutare la navigazione. La proprietà che la rende rivoluzionaria per l'epoca è che le lossodromie, ovvero le rotte ad angolo costante rispetto al nord, vengono rappresentate come segmenti rettilinei. Per un navigatore questo era estremamente utile poichè bastava tracciare una linea retta tra due punti sulla carta per ricavare un angolo costante da mantenere con la bussola. Ciò è reso possibile dalla conformità, la stessa proprietà che produce le distorsioni areali alle alte latitudini.

 

La sua progressiva affermazione come mappa “generalista” del mondo dipende da un intreccio di fattori. Sul piano culturale, l'epoca delle esplorazioni europee, prima, e quella coloniale, poi, hanno consolidato il suo uso nelle scuole e nei manuali, sedimentando un'abitudine visiva che dura da secoli. Sul piano tecnico, oggi una variante chiamata Web Mercator (codificata come EPSG:3857) è la proiezione standard delle mappe online, da Google Maps a OpenStreetMap. La ragione è informatica più che ideologica: il sistema di tassellazione in tiles quadrati che permette lo zoom progressivo richiede una proiezione cilindrica, e la conformità garantisce che le forme locali non risultino schiacciate o stirate quando si naviga sul territorio. Non a caso le grandi piattaforme stanno introducendo, ai livelli di zoom più ampi, una vista a globo tridimensionale proprio per restituire all'utente le proporzioni corrette su scala planetaria.

 

Rappresentare per secoli territori come Europa, Russia e Nord America come enormi, e altri, Africa in primis, come relativamente più piccoli, può influenzare il modo in cui percepiamo importanza, potere e centralità degli Stati?

 

Il tema è studiato da decenni e i risultati sono più articolati di quanto la divulgazione corrente lasci intendere. Negli anni Novanta un gruppo coordinato da Thomas Saarinen aveva raccolto in numerosi paesi disegni di mappe del mondo eseguiti a memoria, rilevando una tendenza diffusa a ingrandire mentalmente le terre delle alte latitudini e a rimpicciolire quelle equatoriali. La spiegazione apparve quasi ovvia: una lunga consuetudine con Mercatore avrebbe lasciato un'impronta sulla rappresentazione mentale del pianeta. Gli studi successivi hanno restituito un quadro diverso.

 

A partire dal 2009 Sarah Battersby e Daniel Montello, in una serie di esperimenti culminati in un articolo del 2022 sugli Annals of the American Association of Geographers, hanno mostrato che sulle stime delle aree ricordate l'effetto di Mercatore risulta debole, talvolta assente. Emerge invece con chiarezza sulle stime delle direzioni, quando si chiede ai partecipanti di indicare dove si trova una località rispetto a un'altra. Uno studio del 2020 di Lapon, Ooms e De Maeyer, su un campione di oltre centotrentamila persone, ha reintrodotto un effetto significativo, legandolo però alla proiezione con cui ciascuno è abitualmente in contatto, qualunque essa sia. Con la prudenza che il tema richiede, possiamo dire che l'esposizione prolungata a una determinata proiezione modifica certi aspetti della nostra rappresentazione mentale del mondo; sulla specifica questione delle dimensioni percepite, il dibattito resta aperto. Il passaggio dal percepire diversamente le dimensioni al percepirne una minore importanza geopolitica è un altro discorso. La cartografia critica, da Brian Harley a Denis Wood, ha mostrato bene come le mappe partecipino a costruire gerarchie simboliche tra paesi e regioni del mondo.

 

Dare tutta la colpa a Mercatore, però, semplifica un fenomeno con molte cause concomitanti: la lingua dominante nei media e nella ricerca, gli equilibri economici, la presenza diplomatica, il peso della storia, il primato culturale di certi paesi nell'immaginario collettivo. Mercatore è una tessera di un mosaico più ampio. Va aggiunto che molte forme di centralità cartografica sono indipendenti dalla proiezione e dipendono piuttosto da altre convenzioni: dove si colloca il meridiano centrale, l'abitudine di mettere il nord in alto o quella di centrare le mappe sull'Europa o sull'Atlantico. Anche una mappa in proiezione equivalente, se costruita con queste stesse convenzioni, racconta una geografia eurocentrica con la stessa efficacia.

 

Questa rappresentazione può avere effetti anche sull'auto-percezione dei Paesi rappresentati? Cioè nel modo in cui una società immagina il proprio peso nel mondo? Se si, è possibile individuare esempi particolari?

 

Su questo terreno la letteratura è più scarsa e quasi sempre qualitativa, perché si tratta di un fenomeno difficile da isolare sperimentalmente. Studi nell'ambito della geografia culturale, sulla scia delle riflessioni di Edward Said sulle “geografie immaginate” e dei lavori di Matthew Edney sulla cartografia coloniale, hanno mostrato che la rappresentazione cartografica ha contribuito storicamente a plasmare immaginari nazionali e una percezione gerarchizzata dell'importanza dei diversi paesi.

 

Esistono esempi documentabili, anche se vanno presi come indizi più che come prove di un nesso causale stringente. Nel 2017 il distretto scolastico di Boston ha sostituito le mappe di Mercatore con quelle in proiezione di Gall-Peters, motivando esplicitamente la scelta in nome dell'equità nella rappresentazione degli studenti di origine africana e latinoamericana. L'Unione Africana ha più volte sostenuto campagne volte a mostrare le proporzioni reali del continente attraverso strumenti come il sito The True Size Of, che permette di confrontare visivamente le aree.

 

Il caso forse più interessante è quello del designer giapponese Hajime Narukawa, che nel 2016 ha vinto il Good Design Award con la proiezione AuthaGraph, costruita per restituire dimensioni proporzionali e per liberare la rappresentazione del Pacifico dalla marginalizzazione cui Mercatore lo costringeva nelle versioni atlantocentriche. Va tenuto presente, però, che l'identità di una società è un fenomeno multifattoriale, e ricondurla in misura significativa a una proiezione cartografica rischia di attribuire alla mappa un potere causale superiore a quello che effettivamente esercita.

 

Quando diciamo che una mappa non è neutrale, stiamo parlando solo di geometria oppure anche di cultura, politica e rapporti di potere?

 

Stiamo parlando di entrambe le cose, e i due piani sono in realtà inseparabili. La geometria rappresenta il livello “oggettivo”: Mercatore ingrandisce le alte latitudini secondo proporzioni matematiche precise, ed è un fatto verificabile, indipendente da opinioni. La mancanza di neutralità, però, emerge soprattutto nelle scelte che presiedono alla costruzione della mappa, scelte inevitabilmente culturali e politiche. Brian Harley, in un saggio del 1989 ormai canonico, “Deconstructing the Map”, ha dato sistemazione teorica a questa consapevolezza, mostrando che le mappe sono testi che selezionano, codificano e gerarchizzano le informazioni secondo logiche che riflettono il contesto in cui vengono prodotte.

 

Quale proiezione adottare, quale meridiano mettere al centro, quale orientamento privilegiare, quali confini disegnare e in che modo, quali toponimi usare nelle aree contese, quali fenomeni cartografare e quali ignorare: ognuna di queste decisioni porta con sé una visione del mondo. Basti pensare che Google Maps mostra confini diversi a seconda del paese da cui si accede, nelle aree contese come il Kashmir o la Crimea. Una mappa è quindi sempre, allo stesso tempo, un oggetto tecnico e un dispositivo culturale. Riconoscerlo significa diventare lettori più consapevoli, capaci di chiedersi sempre chi ha costruito quella mappa, per chi e con quali finalità.

 

Esiste oggi una proiezione considerata più equilibrata di quella di Mercatore, oppure il punto è accettare che ogni mappa racconti inevitabilmente una certa visione del mondo?

 

Le due cose convivono. Sul piano tecnico esistono diverse proiezioni più equilibrate di Mercatore per la rappresentazione globale, ognuna costruita per privilegiare proprietà differenti. Le proiezioni equivalenti come Gall-Peters, Mollweide, Eckert IV o la recente Equal Earth, sviluppata nel 2018 da Bojan Šavrič e colleghi, preservano le aree relative e restituiscono quindi un confronto fedele delle dimensioni dei continenti, a costo di una certa deformazione delle forme. Le proiezioni di compromesso come la Robinson, adottata dal National Geographic dal 1988 al 1998, o la WinkelTripel che l'ha sostituita, rinunciano alla preservazione rigorosa delle singole proprietà metriche per cercare un equilibrio visivo complessivamente gradevole e armonico.

 

Esistono poi proiezioni interrotte, come la Goode Homolosine, che sacrificano la continuità degli oceani per minimizzare le distorsioni dei continenti, e proiezioni innovative come la AuthaGraph già citata. Il principio cardine della cartografia contemporanea, che troviamo formulato già nei manuali classici di Arthur Robinson, è che la scelta della proiezione dipende dallo scopo: per navigare serve ancora Mercatore, per studiare la distribuzione demografica o le risorse naturali serve una proiezione equivalente, per un atlante generalista è ragionevole un compromesso.

 

A questa riflessione sulla scelta della proiezione va aggiunta una considerazione che la trasformazione informatica della cartografia ha imposto negli ultimi due decenni. Strumenti come Google Earth Pro, NASA WorldWind, Cesium e i moderni globi virtuali offrono una rappresentazione tridimensionale e interattiva della Terra, nella quale l'utente può ruotare il pianeta, ingrandire le aree di interesse e cambiare punto di vista, superando di fatto il vincolo della superficie piana che aveva accompagnato la cartografia per secoli. La proiezione tradizionale viene così sostituita da una resa prospettica di un modello digitale del globo, costruito integrando dati raster e vettoriali, modelli digitali di elevazione e immagini satellitari. Le distorsioni areali e angolari proprie delle proiezioni piane vengono in tal modo aggirate, perché la rappresentazione restituisce le proporzioni reali del pianeta.

 

Sarebbe però ingenuo concludere che il globo virtuale costituisca una rappresentazione neutra del mondo. La selezione delle fonti, la risoluzione disponibile per le diverse aree geografiche, l'aggiornamento temporale delle immagini, le scelte cromatiche, i toponimi visualizzati e i confini disegnati nelle zone contese rispondono a decisioni che il fornitore del servizio compie, con criteri spesso poco trasparenti. Si potrebbe dire che la cartografia, anziché scomparire con la tridimensionalità, si trasforma: i vincoli geometrici cedono il passo a nuovi tipi di scelte, legate alla costruzione del modello digitale e alle politiche editoriali delle aziende che lo distribuiscono. In tutti questi casi, dalla scelta di una proiezione storica all'utilizzo di un globo virtuale, la consapevolezza che ogni mappa racconti una visione del mondo conduce all'esito opposto rispetto a un relativismo per cui tutte le mappe si equivalgono: rende il cartografo, e il lettore, responsabili della scelta. Una cultura cartografica matura si misura proprio nella capacità di selezionare consapevolmente lo strumento adatto, comunicandone i limiti con trasparenza.

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