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Coronavirus, la psicologa: “In Trentino numeri sottostimati anche per lo stigma sociale”

Il contagio come stigma sociale, la psicologa: “Molte famiglie asintomatiche o paucisintomatiche preferiscono non rendere pubblica la propria condizione, isolandosi in casa, evitando di contattare i medici e preferendo non sottoporsi al tampone per paura di essere additati come untori. L’esito è la sottrazione alla contabilità ufficiale del numero dei contagiati”

Foto d'archivio
Di T.G. - 03 dicembre 2020 - 11:03

TRENTO. Non solo la poca trasparenza dei dati sui test antigenici, ma anche lo stigma sociale potrebbe contribuire a non far emergere i contagi “reali” legati al coronavirus. Questa almeno la tesi sostenuta da Francesca Cartolano, psicologa dell’Unione nazionale sindacale imprenditori e coltivatori, una delle organizzazione datoriali riconosciute dal ministero del Lavoro.

 

Stigma e vergogna – spiega Cartolano – costituiscono un binomio presente e studiato in molte epidemie e oggi si ripresenta con il Covid-19”. Su molte persone lo stigma sociale agisce come una sorta di “marchio negativo”, associato alla condizione specifica di una persona. Una delle conseguenze è quella che le persone tendono ad assumere l’atteggiamento di nascondere agli altri il proprio status.

 

Come sottolinea Cartolano si tratta di un fenomeno che riguarda soprattutto i piccoli centri, anche del Trentino-Alto Adige e che potrebbe aver contribuito a sottostimare il numero dei positivi: “Molte famiglie contagiate asintomatiche o paucisintomatiche preferiscono non rendere pubblica la propria condizione, isolandosi in casa. Troncano per un periodo ogni relazione sociale, evitano di contattare medici ed Azienda sanitaria, non si sottopongono ai tamponi. L’esito è la sottrazione alla contabilità ufficiale del numero dei contagiati”.

 

Per la psicologa, che sta approfondendo il fenomeno, si tratta di atteggiamenti figli di vecchi stereotipi sociali, legati alla diffidenza e alla paura di ciò che non si conosce. “All’origine c’è anche un fattore che investe il mondo della comunicazione, come l’adozione di un linguaggio non consono e colpevolizzante, caratterizzato da termini negativi – si pensi a ‘untore’, ‘caso sospetto’, ‘infermo’ o ‘isolamento’ ricorda Cartolano – e che finisce per perpetuare gli stereotipi esistenti. L’esito, in alcune circostanze, è la preoccupazione per la disumanizzazione del contagiato, per cui molte persone finiscono per isolarsi totalmente, evitando anche di farsi visitare da un medico”.

 

Ovviamente non è facile quantificare la portata del fenomeno, diffuso in tutto il Paese, ma secondo una stima al conteggio ufficiale dei contagiati andrebbero aggiunte alcune migliaia di unità. “Se ne parla poco, ma esiste una corposa letteratura in materia. Affrontare il tema – conclude Cartolano – è importante perché stigma e vergogna investono i diritti civili al pari di altre piaghe sociali ed ostacolano l’implementazione di corrette risposte di sanità pubblica”.

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