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''Ecco come è morto il mio papà di coronavirus'': dalle battute al ricovero, dalla telefonata delle 14 al suo ultimo sms. Lettera di un figlia per ricordare suo padre

E' un testo molto commovente quello che pubblichiamo integralmente. Lo ha scritto la figlia di un uomo che fino all'ultimo ha lavorato (faceva l'autista) e che poi, una volta ricoverato, in pochi giorni è scomparso. Una morte, come tante, troppe causate da questa epidemia, avvenuta lontana dai familiari. Per questo Ama del Trentino propone un gruppo di sostegno dedicato in particolare a chi vive un lutto causato dal Covid-19 per aiutare chi resta ad affrontare questi difficili momenti

Di Luca Pianesi - 01 maggio 2020 - 17:38

TRENTO. ''In ospedale avevano piena certezza della positività. Ed è stato così: positivo l’animo di mio padre e positivo pure il risultato del tampone. L’inferno seguente non è durato molto in quantità di giorni, ma è stato vissuto con una lentezza inesorabile. Mia mamma e mia sorella hanno iniziato a delirare ed io con loro: ogni pomeriggio alle 14 arrivava la telefonata del reparto di pneumologia, che attendavamo come una spada di Damocle sopra le nostre teste. “Migliora o non migliora?” la domanda “Signora, è stabile nella sua gravità” la risposta, “in che senso?” “Eh abbiamo riscontrato una polmonite bilaterale e inoltre la saturazione è molto bassa, lo spirito di suo padre però è sempre scherzoso e vitale”. Immaginare mio padre nella sua rotondità e quindi nella condizione di non poter essere intubato, attaccato costantemente al respiratore era un patema...tuttavia, anche con poco ossigeno intorno riusciva a fare le sue battute''. E' davvero una lettera molto commovente quella che pubblichiamo qui sotto.

 

E' la lettera di una figlia rimasta senza il suo papà strappatole drammaticamente in pochi giorni dal coronavirus. Era un uomo solare, ironico, che faceva l'autista e che fino all'ultimo ha cercato di mantenere alto il morale di chi aveva intorno e dei suoi familiari che, purtroppo, come in moltissime altre situazioni legate a questa epidemia, non lo hanno più visto, una volta entrato in ospedale. Una videochiamata, qualche scambio telefonico e poi ''mi è arrivato un suo sms, penso che lo avesse scritto con non poca fatica, in cui mi confessava che come padre avrebbe dovuto darmi più attenzione, specie nei momenti in cui la mia richiesta era quella d’amore. Che si sarebbe rifatto e ci sarebbero stati dei momenti da recuperare. Leggere quel messaggio è stato esplosivo, le palpitazioni sono partite e con loro pure le lacrime. La risposta positiva alle nostre speranze e i miglioramenti per mio padre non ci sono mai stati''.

 

La lettera è di una ragazza che si appoggia all'Associazione A.M.A. del Trentino che da tempo propone gruppi di auto mutuo aiuto per le persone che hanno perso un proprio caro, per offrire uno spazio riservato e protetto in cui mettere in comune e confrontare sentimenti ed emozioni, rompere la solitudine e il silenzio con cui si vive in genere l’esperienza del lutto. ''In questo periodo - comunica Ama - tante persone si ritrovano accomunate da un’esperienza simile: non poter stare accanto al proprio caro che sta morendo, facendogli sentire il proprio amore e sostegno; l’essere costretti a restare lontani, senza riuscire a vederlo, ascoltarlo, abbracciarlo''. E così l’Associazione A.M.A. propone un gruppo di sostegno dedicato
in particolare a chi vive un lutto causato dal COVID-19, che in questo momento si svolgerà on-line con cadenza settimanale. Per informazioni e iscrizioni: gruppi@automutuoaiuto.it; tel. 342-8210353.

 

 

Sono passati quattro giorni dalla morte del mio papà.

Ancora non so quanto realmente abbia compreso l’evento, poiché c’è stata di mezzo molta distanza tra me e questo fatto. Sento bisogno di raccontarla questa storia, per farla mia, per sentirla concreta. Si tratta di una storia triste, come forse se ne sentono tante di questi tempi. La storia che ci sta rendendo tutti più isolati dal mondo, ma allo stesso tempo più uniti davanti a questa pandemia inesorabile. Il paradosso del covid 19. Ci ritroviamo tutti molto soli ad affrontare i nostri mondi interiori, a cercare di darci un senso in questa chiusura. Pensavamo di vivere l’apocalisse come in “Io sono leggenda” mentre invece sembra di trovarsi in un racconto di Douglas Adams, l’apocalisse in pantofole e con la tazza di thé in mano, soli e chiusi in casa (come ha già detto un saggio amico). Tuttavia è nella solitudine che è morto mio papà e non è la solitudine “bella” della riscoperta di sé stessi, ma è la solitudine obbligatoria: papà infatti ha contratto il coronavirus.

 

Da dove cominciare questa storia? Forse dal fatto che papà non era esattamente il tipo di persona capace di allarmarsi: viveva tutto con estrema ironia e leggerezza, cosa bellissima e indelebile caratteristica sua. Solo che davanti ad un panico concreto, magari prendersi seriamente sarebbe stato il caso. Quando abbiamo iniziato a sentire parlare di questo virus pareva a tutti molto distante, molto lontano da noi, perché “...tanto prima che arrivi qui ce ne vuole, no? E poi che sarà mai un po’ di febbre e tosse?”. Col passare delle settimane però la voce della gravità della malattia si spargeva, così come il virus che neanche in maniera troppo silenziosa ha iniziato a creare i vari focolai in giro per l’Italia (ed eravamo a metà febbraio). Io ho iniziato a guardare la situazione in modo diverso il mio ultimo giorno di lavoro quando, seduta al tavolo con i miei utenti, ho pensato che avere attorno persone con difese immunitarie basse, non fosse decisamente un contesto facile in cui stare se girava attorno questa brutta bestia di virus.

 

Così l’indomani che hanno iniziato a dare l’obbligo della quarantena ero anche felice: non tanto di starmene a casa in panciolle, quanto di sapere di poter tutelare delle persone fisicamente fragili. C’ho messo un po’ ad elaborare il mio pensiero, però il momento era finalmente arrivato. Una volta giunta all’illuminazione ho deciso di attivare l’informazione coi miei cari. Qui forse avrei dovuto insistere ed essere più presente. Ho fatto quanto potevo? Non lo so. So che quando sono arrivati i reportage rispetto alle vittime favorite del corona, tra i dati risultava alto (come risulta tuttora) il numero delle persone con a carico ulteriori patologie come cardiopatie, diabete and so on. I requisiti erano esattamente quelli presenti in mio padre e lì mi è venuto un tuffo al cuore. La paura può veramente scatenare grandi cose nella nostra mente.

 

Il timore di perderlo mi ha fatto fare incubi e sogni intensi, tali da portarmi ad avvisarlo e chiedergli più volte di tutelarsi, poiché sentivo che non c’era affatto da ridere. Il mio babbo però con la sua solita ironia ha canzonato la cosa, sostenendo che lui col virus ci avesse parlato ed erano in accordo che non si sarebbero rotti le palle a vicenda. Amava personificare le cose e viverle in maniera fumettistica. Mio padre ha continuato a lavorare fino alla seconda settimana di marzo, quando la quarantena era già partita da un po’. Era contento di non stare chiuso a casa, si sentiva fortunato di poter continuare a fare il suo mestiere di autista e proprio non gli piaceva l’idea di stare fermo. Un mio amico ha detto che la generazione di questi genitori non ce la fa ad essere digitale, è inquieta all’idea di dedicarsi tempo a casa. Forse c’ha veramente ragione. Poco importa ormai... Non saprò mai completamente cosa passasse nella testa di mio padre: il bisogno di sentirsi utile? il bisogno di soldi? la necessità di non stare fermo e solo a casa? Se fosse stata la paura della solitudine allora sarebbe un dramma immenso, perché successivamente se la sarebbe ritrovata triplicata nella sua forma, stile contrappasso dantesco.

 

Le ragioni che hanno portato mio padre a non proteggersi possono essere svariate e tutte molto vere. Quello che non riesco a capire è come mai mio padre fosse così distaccato dal problema. In che mondo stava vivendo per non sentire questo pericolo? Il giorno 29 marzo stavo facendo le pulizie di casa. Il mio umore era frizzante, tanto che avevo deciso di mettermi anche a fare il pane mentre ascoltavo Jamie XX . Avevo proprio voglia di prendermi cura dello spazio domestico. Facendo il pane mi accorgo che non sono sicura di aver fatto un buon lavoro con l’impasto, che mi risultava un po’ umido e appiccicoso, allora decido di scrivere al papo che col pane ci sa fare. La risposta che ricevo è molto sintetica e pure sbagliata: “il lievito?”. Pensando alla risposta vaga, mi accorgo che è da qualche giorno che papà non scrive nella chat e quell’unico messaggio mi fa restare confusa.

 

Ricevo dopo pranzo la chiamata di mia mamma, che a momenti ignoro, che mi dice: “Non volevo interromperti. Ti volevo avvisare che tuo padre è in ospedale, non è stato bene e quindi controlla di essere a posto e ha deciso di fare il tampone.. sono fiduciosa che sarà negativo e a breve lo riavremo a casa”. Non ero ancora in preda a grandi paure, però chiedendo che sintomi stesse avendo,questi corrispondevano appieno a quelli dati dal virus. I dubbi mi sono sorti quando nel tardo pomeriggio mi fanno sapere che è stato ospedalizzato. Questa notizia non ha dato alcun sollievo, considerando che in tempi di emergenza sanitari come questa, è raro che tengano qualcuno a meno che non abbia sintomi reali urgenti, in più va aggiunto che quello che aveva risultava essere proprio l’effetto dell’infezione. Da questo momento ho iniziato a capire che la condizione era seria e anche piuttosto grave. Mio papà hanno iniziato da subito a curarlo con cortisone, antibiotici e farmaco antivirale ancora prima di avere il risultato del tampone.

 

In ospedale avevano piena certezza della positività. Ed è stato così: positivo l’animo di mio padre e positivo pure il risultato del tampone. L’inferno seguente non è durato molto in quantità di giorni, ma è stato vissuto con una lentezza inesorabile. Mia mamma e mia sorella hanno iniziato a delirare ed io con loro: ogni pomeriggio alle 14 arrivava la telefonata del reparto di pneumologia, che attendavamo come una spada di Damocle sopra le nostre teste. “Migliora o non migliora?” la domanda “Signora, è stabile nella sua gravità” la risposta, “in che senso?” “Eh abbiamo riscontrato una polmonite bilaterale e inoltre la saturazione è molto bassa, lo spirito di suo padre però è sempre scherzoso e vitale”. Immaginare mio padre nella sua rotondità e quindi nella condizione di non poter essere intubato, attaccato costantemente al respiratore era un patema...tuttavia, anche con poco ossigeno intorno riusciva a fare le sue battute. Non c’è stato verso per noi di poterlo andare a trovare, era persino faticosa la comunicazione al telefono, ricordo che provavo a sentirlo e per due volte abbiamo parlato ma il respiratore faceva un suono tremendo e mio papà senza non poteva proprio stare.

 

Una mattina l’ho chiamato “Papà ma vero che vedi di uscire da lì?” gli chiedo e con il suo solito umorismo mi risponde “Certo, non ho intenzione di stare qui a vita”. Ci ho creduto tanto in quelle parole, anche quando sapevo che aria c’era, però saperlo reattivo mi ha dato sollievo almeno un giorno. Mi è arrivato poi un suo sms, penso che lo avesse scritto con non poca fatica, in cui mi confessava che come padre avrebbe dovuto darmi più attenzione, specie nei momenti in cui la mia richiesta era quella d’amore. Che si sarebbe rifatto e ci sarebbero stati dei momenti da recuperare. Leggere quel messaggio è stato esplosivo, le palpitazioni sono partite e con loro pure le lacrime. La risposta positiva alle nostre speranze e i miglioramenti per mio padre non ci sono mai stati.

 

E’entrato che era già in pessime condizioni e le cose in pochi giorni sono peggiorate. La goccia che ha fatto traboccare il vaso e mi ha distrutta definitivamente, è stata l’immagine di mio papà nell’ultimo saluto dato in video chiamata. Non posso descriverla, non ci riesco e non voglio, perché è pura immagine di sofferenza ricordarlo così. Quanto avrei voluto essere lì per incoraggiarti papà, quanto avrei voluto abbracciarti e tenere le tue manone e dirti che con me affianco sarebbe andato tutto bene. Non credo in un Dio, ma qualora ci fosse, lui solo sa quanto avrei voluto darti le cellule dei miei polmoni e il mio ossigeno per sollevarti dal peso che stavi portando dentro.

 

Nel 2020 nonostante la connessione e la tecnologia ormai onnipresente sappiamo che è ancora possibile morire così soli. Avrei voluto accompagnare mio padre fino alla fine del suo cammino e non mi è stata data la possibilità. Avrei voluto dargli un abbraccio, ma mio padre era infetto e quindi ritenuto pericoloso. Mio padre buono come il pane, di contagiosa aveva solamente la sua ironia e la sua risata. Non poterlo vedere per me è stata una morte a metà. Come a metà è stata la cerimonia fatta durata 10 minuti scarsi con Padre Nostro compreso nel prezzo.

 

Papà ma se stai da qualche parte nell’iperuranio a fluttuare leggero, come forse non sei stato nella tua forma terrena, ti rendi conto del vuoto immenso che lasci qui? Almeno gliene hai cantate a quelli che gestiscono l’ordine delle cose? Noi qui con la burocrazia e gli eventi della vita facciamo casino, ma quelli che stanno là mi sa che tante idee chiare non le hanno. Io intanto da qui inizio a scrivere di te, perché per me non sei solo vittima di un virus, ma sei anche vittima di una società basata sul continuo bisogno di denaro ed il continuo sacrificarsi per il lavoro. Perché è lavorando che ti sei preso questa incoronata fatale.

 

Ti amo papone.

Come qualcuno mi ha suggerito in questi giorni sono sicura di questo

Nulla permane, nulla scompare, tutto evolve. Tu sarai ovunque.

 

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